Spread e Meloni: ignoranza o cinismo politico?

Durante il question time alla Camera dei deputati, Giorgia Meloni ha pronunciato una frase destinata a rimanere negli annali dell’autocelebrazione autolesionista:

«Lo spread oggi è sotto i 100 punti base. Significa che i titoli di stato italiani vengono considerati più sicuri dei titoli di stato tedeschi».

Una dichiarazione tanto solenne quanto clamorosamente sbagliata. Chiunque abbia una minima familiarità con l’economia sa che lo spread – ovvero la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani (BTP) e quelli tedeschi (Bund) – misura esattamente il contrario di quanto affermato dalla Presidente del Consiglio.

Più è alto, più l’Italia è considerata a rischio dai mercati. E se anche dovesse scendere sotto i 100 punti base (ovvero sotto l’1% di differenziale), ciò non significa che il nostro debito pubblico sia “più sicuro” di quello tedesco. Significa solo che fa un po’ meno paura del solito.

Un lapsus? Un errore di staff? O una scelta di narrazione?
A questo punto, possiamo porci alcune domande legittime.

Ipotesi numero uno: Meloni non sapeva cosa stava dicendo. Ha letto un testo, probabilmente scritto da uno staff che dovrebbe tornare a leggere l’Abc della finanza pubblica. Ma se così fosse, resta un dato allarmante: una Presidente del Consiglio che non padroneggia nemmeno gli indicatori fondamentali con cui si giudica l’affidabilità finanziaria di un paese. Non è solo una gaffe: è la dimostrazione di una grave leggerezza nel parlare di temi che hanno conseguenze dirette sul portafoglio e sulla vita dei cittadini.

Ipotesi numero due: lo staff ha sbagliato, e lei ha semplicemente letto. Ma qui il problema raddoppia. Perché una leader responsabile ha il dovere di capire ciò che dice, soprattutto quando legge una dichiarazione ufficiale in Parlamento, con accanto un ministro dell’Economia che scuote la testa come uno spettatore in imbarazzo. La responsabilità politica non è delegabile. Se uno strafalcione del genere arriva in aula, non basta dare la colpa a chi ha scritto le carte.

Ipotesi numero tre – la più inquietante: non si è trattato di un errore, ma di una narrazione consapevole, indirizzata a un pubblico stanco, preoccupato, che cerca segnali di fiducia. E allora si spaccia una buona notizia per una grande vittoria, anche a costo di capovolgere la realtà. Si racconta che stiamo meglio della Germania, mentre la povertà cresce, il carrello della spesa pesa sempre più, e le disuguaglianze si allargano. In tempi difficili, un po’ di mistificazione può sembrare una strategia. Ma se così fosse, il problema non è più tecnico, è etico.

Tra spread e nazisti dell’Illinois
Nel frattempo, mentre l’Italia arranca con un debito pubblico ingombrante e una politica economica in cerca d’autore, la Presidente del Consiglio continua a costruire la sua rete europea dialogando con personaggi che fanno impallidire la serietà istituzionale: leader dell’estrema destra, nostalgici di un’Europa autoritaria, quando non apertamente razzista. Altro che superare la Germania: l’Italia rischia di superare l’Ungheria, ma in retromarcia democratica.

E allora, se davvero la frase sullo spread non è stata una svista, ma un’operazione di marketing politico, ci troviamo davanti a un caso di cinismo applicato alla finanza pubblica. Non è solo “essere di parte” anziché leader di tutti. È qualcosa di più: giocare sulla pelle della credibilità dell’Italia, e sulla pelle – concreta – di chi con l’aumento o la diminuzione dei tassi ci fa i conti ogni giorno, tra mutui, investimenti, lavoro e precarietà.

In questo caso, non siamo davanti a un errore. Siamo davanti a una precisa scelta politica. E allora, un consiglio alla Presidente: se proprio vuole dire qualcosa sullo spread, magari meglio lasciare perdere i fogli scritti. E soprattutto, la retorica da comizio che fa sembrare la Camera dei deputati un palcoscenico da fiction.

“Giorgia Meloni visits Brussels – 2024 (P065060-939686)” by Christophe Licoppe / European Union is licensed under CC BY 4.0.