Shutdown Usa: Stato spento e mercati ciechi

Negli Stati Uniti lo chiamano “shutdown”, ma bisognerebbe cominciare a chiamarlo con il suo nome: sospensione di una parte di Stato. Quando il Congresso non trova l’accordo sul bilancio, si fermano uffici, stipendi e — fatto spesso sottovalutato — si fermano anche i flussi di dati pubblici. E se si fermano i dati, si ferma la capacità di capire dove sta andando l’economia.

Questa volta lo si vede benissimo: la Federal Reserve, che dovrebbe decidere se tagliare i tassi a dicembre, è costretta a guardare solo ai numeri dei privati. E i numeri privati dicono che il mercato del lavoro si sta indebolendo forte: oltre 150 mila licenziamenti a ottobre, massimo da più di vent’anni, +175% di tagli rispetto all’anno scorso. Ma sono dati di società, non del governo. Non sono completi, non sono universali, non sono il quadro di tutto il paese. Eppure sono gli unici disponibili.

Qui c’è la prima contraddizione che Diogene non può non sottolineare: l’istituzione che regge la finanza mondiale deve decidere usando strumenti parziali perché il potere politico ha spento i suoi. Non è “il mercato” che si autoregola: è il pubblico che, una volta spento, rende tutti più vulnerabili. La Fed, infatti, torna cauta: senza statistiche ufficiali è rischioso tagliare, ma se lo shutdown rallenta davvero l’economia, il taglio diventa necessario. L’incertezza, dunque, non la crea l’inflazione ma la crea il blocco politico.

La seconda faccia dello shutdown stavolta è molto visibile: i voli cancellati. Più di 1.400 in poche ore, riduzione programmata fino al 10% del traffico in 40 aeroporti, rischio di arrivare al 20% se non tornano i controllori e il personale sicurezza.

È l’esempio perfetto di come una scelta tutta interna a Washington si scarica immediatamente sul lavoro vivo: turni più pesanti per chi resta, salari fermi per chi è mandato a casa, città che perdono turisti e quindi reddito. La politica litiga, i lavoratori pagano.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre al Senato provano a cucire una soluzione “a tranci”: tre leggi di spesa (militari, agricoltura, ramo legislativo) più una misura tampone per riaprire il governo fino a dicembre. Tradotto: si riapre quel che serve a mantenere le funzioni vitali del sistema, ma la vulnerabilità resta intatta. Al prossimo scontro si spegne di nuovo.

C’è poi l’aspetto che ai giornali piace meno ma che qui va detto: quando le statistiche pubbliche si fermano, a guadagnarci è chi può permettersi i dati. Le grandi banche, i fondi, le corporation che comprano le rilevazioni private hanno comunque una bussola. A non averla sono i piccoli, gli amministratori locali, le imprese medie, i sindacati, chi deve trattare aumenti o difendere posti di lavoro. Lo shutdown non “acceca gli analisti”: acceca la democrazia economica.

Per questo la questione non è se la Fed taglierà o no i tassi a dicembre. La questione è che una potenza che si racconta come faro del mercato mondiale dimostra, ogni volta che chiude il governo, che senza servizio pubblico l’economia si fa subito fragile, i trasporti si inceppano e i dati diventano merce. E che il conto, come sempre, lo pagano i lavoratori e i passeggeri, non i senatori.

By G. Edward Johnson – Own work, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=176917951