venerdì, Gennaio 30, 2026

Schiavi a vita: l’Ocse impone più lavoro e meno pensione

Ancora una volta l’Ocse, megafono delle élite economiche globali, detta legge ai Paesi periferici dell’Europa, imponendo sacrifici sociali in nome della stabilità macroeconomica. L’Italia, tra i Paesi più colpiti dall’invecchiamento demografico, diventa il laboratorio del nuovo modello sociale: vivere per lavorare, lavorare fino alla morte, sacrificando salute, diritti e dignità per sostenere un Pil che non cresce e una produttività che le stesse politiche neoliberiste hanno distrutto.

Il rapporto pubblicato il 9 luglio lancia l’allarme: la popolazione in età lavorativa italiana crollerà del 34% entro il 2060, mentre il carico degli anziani aumenterà drasticamente. Ma la risposta dell’Ocse non è redistribuire il lavoro, investire nella qualità occupazionale o riequilibrare i redditi. No: è obbligare i lavoratori a restare in fabbrica e in ufficio fino a 67, 68, 70 anni, trasformando il lavoro in una condanna a vita.

Non c’è traccia di soluzioni strutturali: politiche nataliste serie, investimenti nella produttività, apertura intelligente all’immigrazione, redistribuzione dei profitti finanziari globali. Si chiede solo di spremere chi lavora, di allungare la catena, di trasformare la vecchiaia in precarietà permanente. Un ricatto internazionale che serve a mantenere inalterati gli equilibri di potere economico e finanziario.

In Italia, dove già i salari reali sono crollati del 7,5% rispetto al 2021 e dove la disoccupazione resta superiore alla media Ocse (6,5% contro 4,9%), questa richiesta è semplicemente indecente. Si vuole che chi già guadagna poco e vive male lavori ancora più a lungo, mentre chi ha accumulato ricchezze finanziarie e immobiliari continua indisturbato a sottrarsi ai contributi reali.

La ricetta globale: meno welfare, più fatica
Non è solo un problema italiano. L’Ocse porta avanti da anni lo stesso mantra ovunque: aumento dell’età pensionabile, flessibilità forzata, pensioni contributive ridotte, precarizzazione degli ultimi anni di carriera. Nessun piano strutturale per redistribuire ricchezza, solo misure che scaricano il peso del cambiamento demografico sulle spalle dei lavoratori.

Perfino le proposte di “formazione continua” e “ambienti di lavoro sicuri” suonano come beffe, quando si sa che nelle aziende globalizzate il primo a saltare è proprio il lavoratore anziano, ritenuto “improduttivo” e “superato”.

A questa economia dei grafici su tavoli di persone che non hanno mai conosciuto il lavoro e la fatica vera serve opporsi. Serve rivendicare il diritto a un lavoro che non consumi la vita, a una pensione che restituisca dignità, a una società che investa nel futuro, non che sfrutti fino all’ultimo respiro chi lavora.

Il lavoro deve finire quando finisce la forza, non quando lo decide un algoritmo dell’Ocse. Chi ci chiede altri anni di fatica, dovrebbe prima spiegare dove sono finiti i frutti del lavoro delle generazioni passate.

“Time to retire ?” by Neil. Moralee is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

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