Le file ai seggi non c’erano. Il caldo era messicano, i seggi deserti. E la democrazia, come spesso accade in Italia, se n’è andata al mare. Il referendum su lavoro e cittadinanza è finito con un’umiliante affluenza intorno al 30%. E c’è pure chi, con tragica inconsapevolezza, si è messo a vantarsene: “Abbiamo preso più voti di Meloni alle politiche!”
Complimenti: Meloni ha vinto con il 26% degli aventi diritto, voi avete perso con il 30% dell’irrilevanza.
Ma basta consolazioni. I dati parlano chiaro e ci costringono a prendere atto di due direzioni fondamentali:
Una sinistra che non capisce nulla del lavoro (né della vita)
Il mondo del lavoro, quello vero, non ha risposto. Non perché sia sordo, ma perché è scomparso: spezzettato, ricattato, destrutturato da anni di precarizzazione legislativa firmata anche dal PD, con scarsa opposizione dei sindacati, che ora vorrebbe abolire ciò che ha contribuito a creare.
Ma è troppo tardi: nessuno crede più a chi vuole “deprecarizzare” dopo aver precarizzato per un decennio.
La sinistra arriva in ritardo, sempre. Sul lavoro, sul sociale, sulla vita reale. Non parla la lingua del Paese, ma un gergo da convegno e newsletter. I pochi sprazzi di intuizione sono fuori tempo massimo. Nessuno si mobilita per chi ha perso credibilità, e peggio ancora, rappresentanza.
Un’opposizione che non è in grado nemmeno di opporsi a sé stessa
Se il destino dell’alternativa a Meloni è nelle mani di un M5S che oggi vota una legge e domani la vuole cancellare, siamo già morti e sepolti. I 5 Stelle, infiltrati nella sinistra per svuotarla dal 2008 in poi, non sono un’alternativa: sono parte del problema.
Il sindacato? Rappresenta i suoi funzionari e i parenti dei funzionari. Non ha alcuna presa, né sociale né simbolica. Neanche gli iscritti storici ci credono più.
Siamo di fronte a un’opposizione che, nei suoi segmenti principali, non parla più a nessuno fuori dalla Ztl. E la disfatta del referendum è l’ultima chiamata: se questi sono i generali, meglio seguire il reverendo Jones e andarsene con l’aranciata in mano.
Il popolo bue: nemico, non vittima
Certo, una parola va spesa anche per il “popolo”. Ma non per giustificarlo. Gli italiani non hanno più scuse. I quesiti referendari parlavano della loro vita, dei loro contratti, dei loro figli. Eppure sono rimasti a casa, anzi, sono scappati lontano, in mare, in montagna, nel disinteresse.
Altro che “distrazione mediatica” o “estate anticipata”: siamo un Paese superficiale, ignorante, incivile, senza empatia, senza solidarietà. Il vero nemico è lì, nel vicino di casa, nel collega, nella coda all’ufficio postale dove nessuno ti fa passare anche se zoppichi.
Un’Italia cinica, brutale, che merita il governo che ha. E che non vuole cambiare niente, perché dentro la schiavitù si sente comoda, purché abbia la libertà di lamentarsi su TikTok.
Il referendum è stato un funerale. Ma non solo dell’istituto in sé. È stato il funerale della sinistra come coscienza sociale, dell’opposizione come alternativa, del popolo come soggetto politico. Ora, se vogliamo ancora salvare qualcosa, è tempo di dire le cose come stanno.
Oppure, davvero, meglio la Kool-Aid del reverendo Jones. (Per chi non lo ricordasse: il reverendo Jim Jones fu il leader di una setta che nel 1978 condusse al suicidio collettivo oltre 900 persone in Guyana, facendole bere un’aranciata avvelenata. Un’icona tragica della resa finale)


