Povertà infantile: una scelta politica, non fatalità

Il 17 ottobre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, ma in Italia e nel mondo non c’è molto da celebrare. Secondo l’UNICEF, quasi un miliardo di bambini vive in povertà “multidimensionale”, cioè privo di ciò che rende una vita degna — non solo denaro, ma anche salute, istruzione, sicurezza, casa, acqua pulita. Più di 300 milioni sopravvivono con meno di due dollari al giorno. È un pianeta che cresce sull’infanzia ferita.

Il presidente dell’UNICEF Italia, Nicola Graziano, lo ha detto con parole semplici e terribili: la povertà infantile non è un destino, è il risultato di scelte politiche. E in Italia lo confermano i numeri: oltre 1,2 milioni di minorenni, quasi un bambino su sette, vivono in povertà assoluta. Nel Mezzogiorno la quota sale a uno su sei. È il livello più alto dal 2014, stabile da anni, come se fosse ormai parte del paesaggio sociale.

Dietro le statistiche ci sono vite che cominciano già segnate. Un bambino che cresce in una casa fredda, senza mensa scolastica, senza spazio per studiare o giocare, parte con zavorre che nessun bonus potrà mai cancellare. La cosiddetta “povertà multidimensionale” è questo: mancanza di beni materiali, ma anche di tempo, relazioni, possibilità. È la solitudine sociale trasformata in struttura economica.

Gli esperti parlano di “rallentamento dei progressi” a livello globale: guerre, crisi climatica, inflazione. Ma in Italia la stagnazione ha radici più antiche. Dopo l’Assegno Unico, che ha attenuato ma non rovesciato la tendenza, nulla è cambiato davvero.

“Street Children in Brazil” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

I fondi per i servizi sociali restano minimi, i nidi pubblici coprono appena un terzo dei bambini sotto i tre anni, e la scuola a tempo pieno è un privilegio territoriale. Il risultato è una geografia dell’infanzia spaccata in due: da un lato le città che offrono tutto, dall’altro periferie e paesi dove la povertà educativa prepara quella economica.

La povertà minorile, scrive l’UNICEF, è una sfida universale, ma soprattutto una scelta politica. Ed è vero: scegliere di non investire in asili, mense, alloggi sociali o sanità territoriale significa accettare che un bambino su sette viva male, e che intere generazioni crescano senza futuro.

Servono risorse, certo, ma anche visione. Invece la politica si limita a contare i poveri e non a cancellarli. Nel frattempo, le famiglie scivolano dentro e fuori la povertà per un affitto, una malattia, una bolletta, senza più quella rete di mediazione sociale che una volta attenuava gli urti. Oggi, come denunciamo spesso, l’accompagnamento sociale è evaporato, e con esso l’idea stessa di comunità.

In un Paese che ama definirsi civile, la condizione dell’infanzia dovrebbe essere la misura della democrazia. Se un milione di bambini vive senza abbastanza cibo, cure, scuola o casa, il problema non è economico ma morale. E la domanda, alla fine, è la più semplice: che tipo di Paese sceglie di non proteggere i suoi figli?

“The Poverty Trap . . . ‘catch 22′” by Neil. Moralee is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.