venerdì, Gennaio 30, 2026

Madagascar, la rivolta dei giovani tra miseria e attese

Due giorni dopo l’impeachment di Andry Rajoelina, Antananarivo mostra le stesse ferite che hanno spinto gli studenti in strada: acqua assente, elettricità a singhiozzo, alloggi fatiscenti. La protesta che ha rovesciato il potere ora deve misurarsi con la realtà del dopo.

All’Università di Antananarivo la crisi è visibile prima ancora che raccontata: corridoi spesso al buio per i blackout, scarichi a cielo aperto, cumuli di rifiuti attorno ai dormitori pubblici. In molte stanze manca l’acqua corrente; si riempiono secchi da rubinetti esterni, si studia quando la rete regge.

In appartamenti nati per quattro persone ne vivono sei o sette, con materassi a terra e un sussidio statale che arriva a singhiozzo e non copre neppure le spese minime.

È in questo scenario che si è formata l’ondata giovanile che ha guidato le mobilitazioni di settembre e ottobre, fino alla destituzione del presidente e all’intervento dei militari.

Il nuovo capo dello Stato, il colonnello Michael Randrianirina, ha giurato promettendo una transizione “temporanea” e una cornice che includa rappresentanti civili e attivisti. A supervisionare la fase è un consiglio di comandanti; tra i primi segnali politici, il ritorno in ruoli chiave di figure dell’establishment parlamentare, segno che la vecchia classe dirigente prova a riposizionarsi.

Nel frattempo l’Unione Africana ha sospeso il Madagascar per la presa di potere militare, mentre partner e diplomatici osservano con prudenza ma senza chiudere i canali.

“Carrer principal” by Dani Rubio 🙂 is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Il cuore della rivolta resta generazionale. Un gruppo di studenti ha coordinato proteste e sit-in ispirandosi ad altri movimenti della Gen Z nel continente asiatico e africano, utilizzando le reti sociali per organizzarsi e trasformare il malcontento diffuso in pressione politica.

La miccia è stata la quotidianità: residenze universitarie che somigliano a baraccopoli, servizi essenziali intermittenti, corsi interrotti dalle interruzioni elettriche, lavori saltuari per pagare tasse e affitti, stipendi e sussidi che non arrivano.

Il Paese porta un peso strutturale: tre quarti della popolazione vive in povertà, l’agricoltura è colpita da eventi climatici estremi, la dipendenza dagli aiuti è cronica. In questo contesto la promessa di “ordine e opportunità” del nuovo assetto militare intercetta speranze e timori insieme.

I sostenitori vedono nella transizione una possibilità di ripartenza e di protezione delle risorse nazionali; i critici ricordano che esperienze simili nella regione hanno spesso prodotto sospensione del voto, restrizioni alla società civile e repressione.

La figura di Randrianirina, già arrestato nel 2023 con l’accusa di complotto e poi divenuto protagonista della frattura nei ranghi della sicurezza, incarna questa ambivalenza: per una parte dei giovani è il garante di una svolta, per altri il segnale di una militarizzazione prolungata del potere.

La composizione del governo e la scelta dei ministri saranno il primo banco di prova per capire se la protesta entrerà davvero nelle stanze dove si decide o se resterà ai margini.

Intanto, fuori dai palazzi, restano le priorità urgenti che hanno spinto in piazza la città universitaria: servizi di base affidabili, residenze dignitose, sostegni regolari agli studenti, opportunità di lavoro. Senza un piano rapido su acqua, energia e welfare, la spinta che ha capovolto i vertici rischia di infrangersi contro la stessa miseria da cui è nata.

La Generazione Z malgascia ha mostrato di sapersi organizzare e di poter incidere; la tenuta del nuovo corso dipenderà dalla capacità di tradurre quella mobilitazione in risultati concreti, non in nuovi proclami.

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