Se la sinistra sudamericana ha avuto la teologia della liberazione, la destra americana di Donald Trump ha messo in campo la teologia dell’accumulazione. Non una religione, ma un vero e proprio culto del denaro, elevato a dogma di fede. La sua sacerdotessa? Paula White, la predicatrice bionda che, tra un sermone e una stretta di mano con i miliardari, avrebbe avvicinato Trump a dio. O almeno, così dicono. Resta da vedere se dio voglia davvero avvicinarsi a Trump.
Paula White, ora a capo del neonato “Ufficio della Fede” della Casa Bianca, è l’apostola del cosiddetto “vangelo della prosperità”, una dottrina che trasforma Gesù Cristo in un consulente finanziario e la Bibbia in un manuale di self-help per imprenditori rampanti.
Secondo questa visione, la ricchezza è una benedizione divina concessa solo a chi è veramente fedele. Il sottotesto è chiaro: se sei povero, probabilmente è perché non hai pregato abbastanza. O peggio, perché non hai versato la tua donazione alla chiesa giusta.
Per la White e i suoi seguaci, il successo economico non è solo una questione di talento, lavoro o – dio non voglia – fortuna. No, è la prova definitiva del favore divino. È il segno che sei nel giusto. E se sei nella miseria? Colpa tua. dio non investe in chi non sa far fruttare i suoi talenti.
In effetti, il vangelo della prosperità somiglia molto a un modello di business truffaldino: paghi oggi (con offerte, decime, donazioni generose) con la promessa di un ritorno garantito in futuro. In termini finanziari, sarebbe uno schema Ponzi. In termini religiosi, è una perversione del cristianesimo.
Perché, diciamocelo, se c’è una cosa che il Nuovo Testamento spiega con chiarezza è che Cristo non era propriamente un promotore finanziario di Wall Street. Gesù parlava di cammelli che passano per la cruna di un ago, non di SUV parcheggiati nel vialetto di una mega-chiesa. Difendeva i poveri, non i milionari. Cacciava i mercanti dal tempio, non li assumeva nel Dipartimento della Fede.

Eppure, negli Stati Uniti, il messaggio si è ribaltato: la fede non è più il rifugio degli ultimi, ma il trampolino di lancio per i primi. È un investimento, non una missione. Una transazione economica, non una vocazione spirituale. E Paula White ne è il volto perfetto: televangelista carismatica, milionaria, amica dei potenti. Il tutto con il sigillo ufficiale della Casa Bianca.
E così Trump, con la sua proverbiale modestia, ha pensato bene di creare un “Dipartimento della Fede”, guidato dalla sua personalissima pastora di fiducia. Perché no? Se c’è un Dipartimento dell’Agricoltura, perché non uno per la gestione delle anime? Forse, nel piano segreto della Casa Bianca, il prossimo passo sarà istituire il Ministero della Redenzione o l’Agenzia Federale per la Salvezza Eterna.
L’idea che un presidente possa formalmente amministrare la fede come una questione di Stato fa rabbrividire qualsiasi persona con un minimo di senso storico. Anche perché, storicamente, quando religione e potere politico si sono fusi, non è mai finita bene. Dalle crociate all’inquisizione, dai roghi per gli eretici alle teocrazie contemporanee, il matrimonio tra fede e Stato ha sempre prodotto orrori in serie. Ed è per questo che l’umanità, a un certo punto, ha deciso di separarli.
Il principio della laicità non è solo un capriccio da intellettuali atei. È una conquista sociale, un pilastro della democrazia. La fede deve essere libera di esistere, ma altrettanto libera dal controllo del potere politico. E viceversa. Un governo che si mette a distribuire benedizioni e a nominare ministri del culto non è più un governo, è una setta con l’esercito.
Se la fede è autentica, non ha bisogno di un ufficio alla Casa Bianca. E se il potere è sano, non ha bisogno di usare la religione come uno strumento di consenso. Ma quando si mescolano, il risultato è sempre lo stesso: un Dio che parla solo attraverso i ricchi e i potenti, e un popolo che, invece di essere guidato verso la redenzione, finisce per essere trascinato in un inganno di massa.
Alla fine, resta un sospetto: che Trump abbia trovato dio prima che dio trovasse lui e gli chiedesse conto di come si permetta di parlare in suo nome.



