L’ipocrisia del falso lusso: chi guadagna sulla contraffazione

In Italia, tra il gennaio 2023 e il dicembre 2024, le forze dell’ordine hanno sequestrato oltre 10 milioni di articoli di moda contraffatti, per un valore di 153 milioni di euro. E nonostante il numero impressionante, si tratta solo del 3% del totale dei prodotti contraffatti sequestrati nel nostro Paese, dove spiccano anche giocattoli, elettronica e beni di consumo.

Ma mentre gli occhi sono puntati su ambulanti e mercati, il vero boom è invisibile: si muove in Rete, tra social, e-commerce e pacchi da 149 euro che saltano i controlli doganali.

È solo l’ultimo segnale di un fenomeno che, secondo l’EUIPO, costa all’Italia 1,7 miliardi di euro all’anno nel solo settore dell’abbigliamento, e circa 19.000 posti di lavoro. A livello europeo, il danno sale a quasi 12 miliardi e 160.000 occupati in meno.

Dati da economia di guerra, trattati però come un fastidio laterale. Eppure, dietro l’apparenza del falso c’è una verità molto più scomoda: non è solo un problema di legalità, ma di sistema.

Quando il falso è una risposta (e un affare)
Il fenomeno si espande soprattutto dove il desiderio incontra l’esclusione. E oggi succede ovunque: sul web, nei gruppi Telegram, su TikTok – dove solo l’hashtag #dupe ha generato oltre 317.000 video, molti dei quali mostrano copie dichiarate di profumi, accessori e capi di moda. In Italia, il 60% dei consumatori ha acquistato almeno un dupe dopo averlo visto online (Trustpilot).

Ma attenzione: i dupe non sono falsi nel senso tecnico. Sono copie legalmente vendute, senza loghi, ma con forme, nomi e packaging ispirati ai modelli di lusso. Esistono versioni low-cost della Flap Bag Chanel o dei sandali Oran di Hermès, venduti da Shein, Temu o persino Amazon. Alcuni finiscono in tribunale – come nel caso GCDS vs Shein – ma spesso i brand scelgono di non agire, temendo di passare per Golia contro Davide.

Nel frattempo, gli influencer li promuovono apertamente, a volte con link nascosti, a volte con orgoglio. Perché, come osserva l’avvocato Gianluca De Cristofaro: “Se una volta si comprava il falso e si cercava di spacciarlo per vero, oggi si ostenta il fatto di aver pagato meno”. Il consumo aspirazionale non è più un’imitazione, ma una rivendicazione.

Dietro il paravento della legalità
La risposta delle istituzioni è arrivata: sequestri, task force, un possibile “Protocollo anti-contraffazione” annunciato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Eppure, qualcosa non torna.

I sequestri avvengono all’ultimo miglio: l’80% colpisce venditori ambulanti, spesso in condizioni marginali, mentre il grosso dei traffici viaggia indisturbato nell’online, dove il controllo dei pacchi è simbolico: 3 o 4 su 5.000 vengono ispezionati, e sotto i 150 euro di valore, niente dazi. Così l’e-commerce legale e illegale si fondono, e l’influencer che ti mostra la replica della Kelly Bag può guadagnare di più del commesso che vende l’originale.

E i marchi? In prima linea nelle campagne di legalità, più lenti nelle azioni legali. Molti non depositano più i design, altri evitano cause per paura del backlash mediatico. E poi c’è il fenomeno del “legal fake”: marchi registrati da soggetti terzi in paesi dove i brand originali non sono ancora presenti, come nel celebre caso italiano di “Supreme Barletta”.

Nessuna prova di collusione, certo. Ma molti silenzi, molte omissioni. Troppi margini grigi.

I numeri dell’Italia del falso
Secondo un’elaborazione del Centro Studi Confartigianato Imprese Marche:

Il 26,8% delle imprese manifatturiere italiane è esposto alla contraffazione.

Con picchi del 46,8% in Toscana e 37% nelle Marche, due regioni centrali per il tessile-moda.

Le province più colpite: Prato (84%), Fermo (63%), Firenze (55%).

La regione col più alto numero di pezzi sequestrati è il Lazio (oltre 40 milioni).

I falsi arrivano soprattutto da: Cina (accessori), Hong Kong e Russia (etichette), Turchia e India (abbigliamento).

Chi è il vero colpevole?
In fondo, la domanda è semplice: chi ci guadagna? I venditori di strada? Gli influencer che mostrano dupe senza paura? O i colossi della moda che, mentre denunciano la contraffazione, continuano a spingere l’esclusività verso l’irraggiungibile, moltiplicando il desiderio, ma ignorando la realtà?

La contraffazione è illegale, certo. Ma spesso è l’effetto di un sistema che ha reso il lusso un miraggio, e il bisogno di imitare quasi legittimo. Finché il problema resterà confinato ai sottoscala, ai pacchi senza dazio e ai mercati rionali, sarà comodo fingere che i colpevoli siano sempre e solo i piccoli.

Il giorno in cui si avrà il coraggio di guardare anche più in alto — tra chi disegna, brevetta, produce, tace — allora sì, forse, si potrà parlare davvero di legalità.

“Catherine Malendrino, “You Can’t Fake Fashion” eBay x CFDA anti-counterfeit campaign tote” by Museum at FIT is licensed under CC BY-SA 2.0.