In Italia, lavorare non basta più per evitare la povertà. Secondo Eurostat, oltre 2 milioni di persone con un impiego sono in condizioni di povertà lavorativa, ovvero guadagnano troppo poco per condurre una vita dignitosa.
Si tratta di un fenomeno in crescita, che colpisce in modo particolare i lavoratori autonomi, da anni la categoria più esposta al rischio di esclusione sociale.
Più ancora dei dipendenti precari, sono loro a pagare il prezzo più alto della stagnazione economica, dell’inflazione e dell’assenza di politiche pubbliche a tutela del reddito.
A confermare la gravità della situazione è uno studio della CGIA di Mestre, secondo cui il rischio di povertà o esclusione sociale colpisce il 22,7% delle famiglie con un lavoratore autonomo come capofamiglia, contro il 14,8% di quelle con a capo un lavoratore dipendente.
Un dato drammatico che peggiora ulteriormente se si guarda alla composizione del lavoro autonomo in Italia: 5,17 milioni di persone, di cui quasi la metà opera in regime dei minimi, senza dipendenti, senza struttura d’impresa, con fatturati annui inferiori agli 85 mila euro e spesso ben lontani da quella soglia.
Si tratta in larga parte di giovani, donne e persone in età avanzata, soprattutto nel Mezzogiorno, che sopravvivono grazie a consulenze occasionali, micro-servizi, lavori informali. E che nella maggior parte dei casi non hanno accesso ad alcun ammortizzatore sociale.
L’unico strumento esistente, l’ISCRO (indennità straordinaria di continuità reddituale), introdotto in via sperimentale nel 2021, riguarda una fascia ristretta e altamente selezionata. La realtà è che oltre il 60% degli autonomi non ha alcuna forma di protezione in caso di crisi, malattia o riduzione del lavoro.

Il risultato è che la povertà si insinua anche tra chi lavora, soprattutto nei settori meno legati all’export e più esposti alla domanda interna, che in Italia continua a essere debole.
Negli ultimi vent’anni, secondo i dati della CGIA, il reddito reale degli autonomi è crollato del 30%, contro un calo dell’8% per i lavoratori dipendenti e una relativa stabilità per i pensionati.
Eppure proprio gli autonomi sono esclusi sistematicamente dalle politiche redistributive e dagli incentivi fiscali, come se la loro vulnerabilità fosse meno degna di tutela.
Il quadro si aggrava ulteriormente al Sud. Dei 13,5 milioni di persone a rischio povertà o esclusione sociale in Italia (il 23,1% della popolazione), 7,7 milioni vivono nel Mezzogiorno, dove gli autonomi rappresentano spesso l’unica possibilità di lavoro.
In Calabria la percentuale di popolazione a rischio arriva al 48,8%, in Campania al 43,5%, in Sicilia al 40,9% e in Puglia al 37,7%. È in queste regioni che il lavoro autonomo assume le sembianze della sopravvivenza, senza prospettive e senza reti.
Il rischio, ora più che mai, è che un’eventuale frenata dell’economia causata da inflazione e dazi internazionali colpisca ancora una volta i più fragili, cioè proprio quegli autonomi che non operano nelle filiere dell’export e che non possono contare su grandi capitali.
Come sottolinea la CGIA, l’unico modo per evitarlo sarebbe rilanciare la domanda interna, investire realmente i fondi del PNRR e ridurre le imposte sulle fasce più deboli di lavoratori e imprese.
Ma tutto questo richiederebbe una cosa semplice e rara: considerare anche gli autonomi come cittadini da tutelare, non come soggetti da tassare e punire. Invece, ancora oggi, chi lavora in proprio viene trattato come se non meritasse alcuna protezione. Anche quando è povero.



