La trappola Hamas-Netanyahu e gli alibi della sinistra

«Cos’è Hamas, solo terrorismo?», si chiede Antonio Gibelli, storico affermato del Novecento, sul Manifesto di oggi, in un articolo che prende le mosse dal caso di Mohammad Hannoun, l’architetto palestinese arrestato a Genova con l’accusa di finanziamento ad Hamas. La Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza cautelare, escludendo l’utilizzabilità dei documenti israeliani come materiale probatorio. Da tutto ciò Gibelli prende spunto per trasformare il caso in un pretesto per relativizzare la natura di Hamas.

Perché la domanda, posta così, è già orientata. Sottintende che definire Hamas un’organizzazione terroristica sia una forzatura polemica, una semplificazione occidentale, magari una categoria variabile secondo i “punti di vista”. Ma non è così. Hamas è terrorismo, e lo è non perché lo dica questo o quel commentatore, ma perché resta qualificata come organizzazione terroristica dall’Unione europea e da altri ordinamenti democratici.

Il fatto che abbia costruito anche una rete assistenziale, amministrativa e di controllo sociale non cambia nulla sul punto essenziale: un’organizzazione che usa sistematicamente la violenza contro i civili come strumento politico non cessa di essere terroristica perché distribuisce aiuti o gestisce uffici.

Neppure vale rifugiarsi nell’argomento elettorale. Sì, Hamas vinse le legislative palestinesi del 2006. Ma un voto di vent’anni fa non conferisce una legittimazione democratica eterna, tanto meno quando a quel voto non è seguita un’alternanza, bensì la presa violenta del controllo di Gaza nel 2007 e la cristallizzazione di un potere armato, confessionale e autoritario.

Chi continua a evocare quelle elezioni come se bastassero a nobilitare Hamas finge di non vedere che da allora Gaza non è stata il laboratorio di una democrazia palestinese, ma il territorio di un dominio politico-militare senza reale verifica popolare.

Anche il parallelo ìsvolto da Gibelli con Mandela o con altri movimenti di liberazione nazionale serve più a confondere che a chiarire. Che in passato categorie antiterrorismo siano state usate in modo improprio o strumentale è vero. Ma da questo non discende affatto che ogni gruppo armato che si richiami a una causa nazionale debba essere assolto in partenza. Una causa storicamente comprensibile non santifica qualunque mezzo. E soprattutto non rende meno grave la scelta di colpire deliberatamente i civili.

Trasformare Hamas in una versione palestinese dell’ANC non è analisi storica: è propaganda.

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Gibelli tuttavia pone una domanda concreta, che andrebbe affrontata senza furbizie: è possibile mandare aiuti a Gaza senza passare per Hamas? La risposta è sì. In linea di principio, ed è esattamente ciò che il diritto umanitario e i grandi attori internazionali cercano di fare: far arrivare aiuti alla popolazione civile attraverso agenzie ONU, organizzazioni umanitarie, canali monitorati e strutture quanto più possibile indipendenti dal controllo politico-militare di Hamas.

Che poi, sul terreno, Hamas condizioni tutto perché domina di fatto la Striscia è un altro discorso. Ma è falso sostenere che aiutare i civili implichi necessariamente finanziare Hamas, così come è falso il contrario: cioè far credere che ogni rete di raccolta fondi diretta a Gaza sia, per definizione, innocente e politicamente neutra. Il punto vero è che proprio il controllo di Hamas sul territorio rende indispensabili canali trasparenti, verificabili e internazionalmente garantiti.

Su Gaza bisogna tenere insieme due verità. La prima è che la devastazione della Striscia è reale, mostruosa, sotto gli occhi di tutti. La seconda è che questa verità non assolve Hamas, ma anzi ne aggrava la responsabilità politica. Dal 2007 Hamas governa di fatto Gaza e l’ha trasformata in una base armata, subordinando gli interessi della popolazione alla propria strategia militare.

Questo non cancella affatto le responsabilità israeliane, né quelle del governo Netanyahu, che ha contribuito negli anni a rendere impossibile una soluzione politica e ha avuto tutto l’interesse a una rappresentanza palestinese spaccata e delegittimata. Ma proprio per questo il punto non è scegliere tra Hamas e Netanyahu. Il punto è dire che entrambi hanno concorso, in modi diversi, alla distruzione dello spazio politico palestinese.

Ed è qui che cade il vero equivoco dell’articolo del Manifesto. La tragedia di Gaza è reale. La sofferenza della popolazione palestinese è reale. La crisi della rappresentanza palestinese è reale. Ma nessuna di queste verità obbliga a edulcorare Hamas.

Anzi: proprio chi ha a cuore davvero il destino dei palestinesi dovrebbe rifiutare con la stessa fermezza il fanatismo armato di Hamas e il cinismo strategico di Netanyahu. Perché la solidarietà con un popolo non passa dalla riabilitazione della sua peggior classe dirigente.

In questo senso, la risposta alla domanda iniziale è semplice. No: Hamas non è “anche” terrorismo solo in una delle tante letture possibili. Hamas è terrorismo, anche se non è solo questo sul piano sociologico. Ha un apparato sociale, amministrativo, propagandistico e territoriale, certo.

Ma tutto questo non attenua il punto decisivo: usa il controllo della società come complemento del controllo armato, non come suo superamento. E chi confonde assistenza e legittimità politica finisce per fare un pessimo servizio non a Israele, ma ai palestinesi.

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