La salute in Italia ha sempre più un confine geografico

L’Italia è uno dei Paesi più longevi del mondo, ma il nuovo report dell’Istat “La salute: una conquista da difendere” suggerisce che oggi il vero spartiacque non sia più soltanto tra chi vive più a lungo e chi meno. Il punto è un altro: dove si vive.

Perché se è vero che il nostro Paese ha compiuto un progresso straordinario in poco più di un secolo, è altrettanto vero che questo progresso non si distribuisce in modo uniforme. E la geografia della salute sta diventando una geografia della disuguaglianza.

I numeri di partenza raccontano una trasformazione impressionante. Nell’Ottocento l’età mediana alla morte era bassissima, schiacciata dall’enorme peso della mortalità infantile; oggi, invece, nel 2023 arriva a 81,6 anni per i maschi e 86,3 per le femmine.

Ma dentro questo dato nazionale si apre subito una frattura: l’età mediana alla morte va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 anni nelle Marche, con uno svantaggio che riguarda tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno.

È qui che il report Istat diventa politicamente interessante: non si limita a certificare che in Italia si vive a lungo, ma mostra che non si vive a lungo allo stesso modo in tutto il Paese.

Questa differenza non è un dettaglio statistico. È il segno che il territorio continua a pesare profondamente sulle possibilità di sopravvivenza e sulla qualità della vita. L’Istat lo dice con una formula molto netta: oggi la sopravvivenza in Italia è “fortemente condizionata dal territorio di residenza”.

Non è solo una constatazione tecnica. È il riconoscimento che il diritto alla salute, pur dentro un sistema universalistico, continua a essere influenzato da fattori territoriali, dalla qualità e accessibilità dei servizi, dalle condizioni sociali e dai diversi contesti di vita.

Il punto decisivo è che il divario non nasce dal fatto che alcune aree siano rimaste ferme mentre altre miglioravano. Il problema è che migliorano tutte, ma non allo stesso ritmo. Tra il 1990 e il 2023 la mortalità standardizzata per età diminuisce del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne.

Tuttavia, il calo è più marcato nelle regioni del Centro-Nord, dove in alcune aree supera il 50%, mentre in quasi tutto il Mezzogiorno resta attorno al 35%. Questo significa che la forbice territoriale non si chiude: tende piuttosto a consolidarsi.

Il report consente anche di cogliere un altro passaggio importante. Nel 1990 la geografia della mortalità era più articolata: per gli uomini si osservavano livelli più alti soprattutto in varie aree del Nord, mentre per le donne il quadro penalizzava maggiormente il Sud. Oggi questa differenziazione si è molto ridotta e le due mappe, maschile e femminile, tendono a sovrapporsi.

“Sentire Roma al Pigneto, con gli occhi degli anziani di questa città [due di sei]” by Geomangio is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Il risultato finale è chiaro: la mortalità più elevata si concentra nel Mezzogiorno, con Campania e Sicilia nettamente distanziate dal resto del Paese. In altre parole, la frattura territoriale si è fatta più leggibile, più stabile, più nazionale.

Questa lettura viene confermata anche dal modo in cui gli italiani percepiscono la propria salute. Negli ultimi trent’anni la quota di persone che si dichiarano in cattiva salute è diminuita, passando dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025. Ma anche qui il miglioramento è stato più forte al Nord e più debole nel Mezzogiorno.

Il divario territoriale, quindi, non riguarda soltanto la mortalità o la speranza di vita: riguarda anche la quotidianità, il modo in cui si vive il proprio stato di salute, il peso che hanno prevenzione, diagnosi, assistenza e condizioni sociali nelle diverse aree del Paese.

Naturalmente il report ricorda anche che accanto alle differenze territoriali agiscono le disuguaglianze sociali. Tra gli adulti di almeno trent’anni, chi ha un basso livello di istruzione presenta una mortalità di circa il 40% più elevata rispetto a chi ha un’istruzione alta.

Ma proprio questo rafforza, e non indebolisce, il quadro territoriale: nel nostro Paese le disuguaglianze sociali e quelle geografiche tendono spesso a sovrapporsi, producendo uno svantaggio cumulativo che colpisce soprattutto una parte del Sud.

Sarebbe sbagliato leggere questi dati in chiave solo negativa. L’Italia ha davvero conosciuto una straordinaria espansione della longevità, una drastica riduzione della mortalità infantile e una transizione sanitaria che l’ha portata tra i Paesi più avanzati.

Ma proprio perché la salute è stata una grande conquista collettiva, oggi colpisce ancora di più il fatto che questa conquista non sia pienamente uguale per tutti. Il report Istat ci dice, in sostanza, che la questione sanitaria italiana non è più soltanto misurare quanto si vive, ma dove si vive, e con quali possibilità concrete di invecchiare bene.

È qui che il documento merita di essere letto con attenzione politica, non solo statistica. Perché quando un istituto pubblico ci dice che la sopravvivenza è fortemente condizionata dal territorio di residenza, ci sta dicendo qualcosa che va oltre la sanità in senso stretto.

Ci sta dicendo che il Paese continua a produrre salute in modo diseguale. E che, oggi più che mai, la linea di frattura corre tra aree che riescono a trasformare la longevità in benessere diffuso e aree che invece restano più esposte alla mortalità, alla fragilità e a un accesso meno efficace alle opportunità di cura.

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