Settant’anni fa moriva Alcide De Gasperi. Aveva governato il Paese ininterrottamente per otto anni. Un Paese sconfitto di cui era riuscito a difendere l’integrità territoriale. Aveva ottenuto i finanziamenti del Piano Marshall con cui poté ricostruire l’Italia sepolta dalle macerie della guerra.
Aveva promosso la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, creando così le condizioni per il miracolo economico. Aveva portato Roma nel Patto atlantico e costruito l’embrione dell’integrazione europea con la Francia e la Germania. In sostanza, aveva dato un apporto determinante alla costruzione della nostra democrazia.
De Gasperi era stato arrestato e incarcerato dal fascismo perché antifascista. E dopo la guerra aveva cacciato i comunisti dal governo perché anticomunista. Le due cose sono strettamente legate. Per lui la democrazia era, infatti, innanzitutto “Stato di diritto”. E dunque nessuno, nemmeno i rappresentanti del popolo, potevano considerarsi al di sopra della legge.
Nei suoi scritti è vivido il pensiero politico cattolico. Esso però non coincide con quello della chiesa. De Gasperi non mette in discussione la sua obbedienza al papa, ma si riconnette alla Rivoluzione francese.
Scrive: “La libertà politica è legata alla libertà economica, e la democrazia senza la giustizia sociale sarebbe una chimera o una truffa. Accanto a quella che fu detta democrazia formale bisogna costruire la democrazia sostanziale, riformare cioè la struttura sociale”.
E continua: “Le libertà politiche fondamentali, insomma le basi del sistema rappresentativo, sono conquistate già nell’89 col concorso dei cattolici. […] È la reazione dei violenti del 1798 che interrompe l’evoluzione della democrazia e ritarda di un quarto di secolo l’avvento di un regime costituzionale di ordinaria libertà”.
Si riallaccia alla “tradizione di libertà” dei “neoguelfi” – Manzoni, Rosmini, Troya, Capponi, Gioberti, Tosti, Tommaseo -, “le menti più illuminate del Risorgimento”.
Polemizza con la “Storia d’Italia” di Benedetto Croce, cui contesta “l’equazione libertà = liberalismo = partito liberale”: “M’irrita come un’ingiustizia – scrive – il suo ‘clericalismo’, ossia il suo perfetto consenso con le dottrine più retrive della vecchia Civiltà Cattolica, quell’identificare ch’egli fa la vita, la prassi, il pensiero cattolico con i più discutibili atteggiamenti, con gli atti più contingenti dell’autorità ecclesiastica e magari con la politica del Papa Re: quel trascurare di proposito la grande corrente liberale e democratica che pervade la Chiesa lungo tutto il secolo XIX”.
Nel pensiero degasperiano non c’è solo la tradizione democratico-liberale europea ma anche, come rileva Pietro Scoppola, la lezione della democrazia pluralistica di Alexis de Tocqueville: “per lui non vi è contrasto ma profonda armonia fra una democrazia così intesa e le esigenze più profonde del cristianesimo”.
La sua concezione della democrazia è diversa dalle due “concezioni elitarie” presenti nel secondo dopoguerra: quella “azionista” e quella “liberale”.
La prima, come osserva Scoppola, “punta ad una democrazia giacobina, sulla scia di alcune correnti della sinistra risorgimentale”. L’altra “rappresenta invece la continuità dello Stato risorgimentale, del suo ceto dirigente e dei suoi interessi di classe”.
Ma rifiuta anche l’accezione di “democrazia progressiva” dei partiti di radice marxista, i quali, come scrive Piero Craveri, la intendono “come strumentale rispetto all’obiettivo di un rovesciamento irreversibile della struttura di classe della società e mostrano una notevole diffidenza nella spontanea espressione della volontà della maggioranza”.
Nello scontro tra queste diverse concezioni della democrazia si consumano la crisi e la caduta del gabinetto Parri. E così, il 10 dicembre 1945, per la prima volta De Gasperi assume la guida del governo.
All’idea azionista di “rivoluzione democratica”, condivisa dai socialisti e comunisti, il leader democristiano contrappone la sua profonda convinzione che “la democrazia è anti-rivoluzione”.
Propone un referendum sulla scelta istituzionale tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente che deve però limitarsi a scrivere la costituzione. Egli respinge la soluzione di dare “tutto il potere alla costituente”, caldeggiata soprattutto da Nenni.
E così il potere legislativo resta nelle mani del governo, dov’è rappresentata la “pariteticità” di tutte le forze politiche cielleniste. Una volta scritte le regole comuni, la sovranità popolare si sarebbe espressa in una competizione elettorale sui programmi di governo dei vari partiti.
Per questo, venuto meno l’appoggio del partito liberale al governo Parri e dinanzi alle incertezze del presidente del Consiglio, De Gasperi ritira anch’egli l’appoggio del suo partito, costringendo l’esecutivo a dimettersi.
Quel passaggio cruciale della storia d’Italia è descritto con un misto di ammirazione e di stizza da Carlo Levi, nel suo romanzo politico “L’orologio”.
È il 24 novembre 1945. Parri sta per recarsi al Quirinale e rassegnare le dimissioni nelle mani del Luogotenente. Ha riunito al Viminale il CCLN e una rappresentanza del CLNAI, gli organi dai quali aveva ricevuto l’investitura, e, alla presenza di giornalisti italiani e stranieri espressamente convocati, tiene un’ultima conferenza stampa.

Ecco le parole del presidente del Consiglio: “In questa delicatezza di condizioni interne ed esterne (dell’Italia) non è colpo di stato il mio tentativo (di resistenza allo ‘sfasciamento del governo’) che intendeva salvaguardare gli interessi generali e permanenti del paese; ma se mai è colpo di stato quello del partito liberale, che rompe un equilibrio così fragile in un momento così grave; potrebbe essere colpo di stato quello della democrazia cristiana, secondo la quale per il fatto che uno dei contraenti si ritira, dev’essere senz’altro automaticamente vietato ad altri di tentare, con tutte le prudenze e le garanzie, di salvare la continuità del governo”.
Commenta Carlo Levi: “Quella voce, in quella raccolta di uomini legati alle passioni, alle ambizioni e agli interessi, era un anacronismo, incomprensibile per tutti loro, e perciò irritante, in modo quasi insopportabile. […] Il vicino di sinistra [Togliatti] faceva, come era suo dovere, dei gesti di assenso, perché si deve applaudire alla virtù: ma gli occhi gli brillavano di un piacere ironico; quella incomprensibile, sconosciuta virtù non era, evidentemente, un’arma pericolosa: sarebbe stato facile sbarazzarsene. Il vicino di destra [De Gasperi], invece, quello che pure era già il vincitore, non seppe resistere all’irritazione, né celare, come sarebbe stato nelle regole della più elementare abilità, il suo animo. Si alzò in piedi, in preda ad una folle agitazione, pallido in viso, con gli occhi sfavillanti e, fra lo stupore generale, parlò”.
De Gasperi vuole intervenire “più come ministro degli Esteri che come segretario della Dc”, al fine di rassicurare l’opinione pubblica internazionale che avrebbe potuto prendere alla lettera l’accusa sul “colpo di stato”.
Egli dice: “Noi non abbiamo solo il proposito di difendere in Italia il gioco e il metodo democratico. […] È assurdo e ridicolo volerci riconnettere, sia pure indirettamente, con qualsiasi velleità o manovra neofascista”.
Per la prima volta emergeva nel dopoguerra il problema di garantire alle istituzioni della democrazia nascente il consenso della “destra”, che nel Paese non si era certo dissolta insieme al fascismo. E De Gasperi se ne fa garante. Una iniziativa che verrà poi presa a pretesto per edificare quel mito della “rivoluzione tradita”, e della “restaurazione” imposta dalla Dc, che tornerà poi a riemergere in vari tornanti della storia d’Italia.
Continua a commentare Carlo Levi: “Quel vecchio e navigato serpente aveva, dal suo punto di vista, ragione: aveva più di tutti gli altri mostrato, forse senza volerlo, di saper quello che faceva, di saper difendere il terreno solido e limitato della politica. Mosso da santa indignazione, era stato, a modo suo, poetico: si era trovato, senza accorgersene, spinto forse, in quel tempo senza parlamenti, da un innato spirito parlamentare, a fare un discorso di opposizione, l’obbligatorio discorso che designa il diritto del successore. Aveva restaurato senza accorgersene, il vecchio stato”.
In effetti, pochi giorni dopo De Gasperi giurava come presidente del Consiglio, l’ultimo del Regno d’Italia. Diventerà poi, dopo il referendum, anche il primo capo di governo della Repubblica, e guiderà il Paese per otto anni, fino al 1953. Ma sarà il “restauratore” dell’autorità di uno stato del tutto nuovo.



