Il prezzo pagato dall’Africa per la sua evoluzione digitale

Per anni il continente africano è rimasto ai margini della rivoluzione digitale globale. L’accesso a internet era limitato, la connessione diseguale, le opportunità offerte dalla rete spesso irraggiungibili per una parte enorme della popolazione. Oggi questo scenario sta cambiando rapidamente. Ed è, in sé, una buona notizia.

In Africa usa internet il 38% della popolazione; tra le donne la quota scende al 31%. Sono numeri che mostrano insieme due cose: quanto il continente sia ancora indietro rispetto ad altre aree del mondo e quanto profonda sia la trasformazione in corso. L’Africa non è più uno spazio esterno alla rivoluzione digitale: ci sta entrando adesso, con forza, e con tutte le contraddizioni che questo comporta.

Questa espansione ha una portata storica. Significa accesso all’informazione, possibilità di studio, circolazione di competenze, apertura di mercati, occasioni di innovazione, partecipazione politica e sociale. In un continente spesso frenato dall’isolamento infrastrutturale, la connessione digitale può diventare una leva reale di crescita.

E questa leva pesa ancora di più in una regione dove oltre il 70% della popolazione dell’Africa subsahariana ha meno di 30 anni: una massa giovanile che rappresenta, insieme, la più grande promessa di sviluppo e il banco di prova più severo per qualsiasi modernizzazione.

Ma proprio perché questa svolta è reale, il suo lato oscuro emerge con altrettanta forza. L’aumento della connettività sta producendo anche una crescita della violenza online, soprattutto contro donne e ragazze. Non si tratta di una deviazione marginale del processo digitale, ma di una delle sue ricadute più gravi.

In cinque paesi dell’Africa subsahariana, il 28% delle donne ha dichiarato di aver subito violenza online. In Uganda, un’indagine nazionale del 2021 ha rilevato che il 49% delle donne ha subito molestie online. In Tunisia, tra il 2019 e il 2023, oltre il 70% dei commenti politici rivolti a donne conteneva linguaggio violento o offensivo.

E un rapporto che ha raccolto le esperienze di 137 parlamentari di 50 paesi africani ha rilevato che il 46% aveva subito attacchi sessisti online, mentre il 42% aveva ricevuto minacce di morte, stupro, percosse o rapimento.

Questi numeri dicono una cosa semplice: la digitalizzazione africana non sta soltanto allargando l’accesso. Sta allargando anche il campo della violenza. Il problema, inoltre, non si ferma allo schermo. Le conseguenze sono materiali: danni alla salute mentale, isolamento sociale ed economico, aggressioni fisiche contro persone LGBTQI+ nei paesi che criminalizzano l’omosessualità e, nei casi estremi, femminicidi.

Foto Africany CC BY-SA 4.0

In Etiopia, alcune donne hanno dovuto lasciare il paese per timore di essere uccise dopo campagne di abusi sviluppatesi insieme online e offline. Il digitale, in questi casi, non è un mondo separato: è il prolungamento tecnologico della violenza sociale.

È qui che il dato demografico diventa decisivo. L’Africa non è soltanto un continente che si connette: è il continente più giovane del mondo. La rivoluzione digitale non investe una minoranza ristretta, ma il centro stesso del suo futuro. I giovani sono i principali utilizzatori delle nuove tecnologie, i soggetti su cui si concentra la promessa di sviluppo e, allo stesso tempo, il gruppo più esposto agli effetti tossici della nuova sfera digitale.

Da una parte, dunque, c’è una forza demografica straordinaria: giovani che possono diventare motore di innovazione, partecipazione politica, crescita economica, costruzione della pace. Dall’altra, c’è un ecosistema digitale in cui mancano ancora tutele adeguate, alfabetizzazione diffusa, responsabilità delle piattaforme e strumenti legali realmente efficaci.

Il risultato è una contraddizione profonda: il continente che più potrebbe guadagnare dalla connessione è anche quello in cui la connessione rischia di riprodurre e amplificare le gerarchie più violente.

Lo si vede anche sul piano culturale. In Sudafrica, una ricerca ha mostrato che l’esposizione a contenuti dannosi aumenta di 2,6 volte la probabilità che gli uomini compiano atti di violenza e di 1,8 volte quella di aderire a convinzioni misogine. Il problema, dunque, non è solo proteggere le vittime già colpite. È impedire che l’ambiente digitale diventi una scuola di normalizzazione della violenza maschile e del disprezzo per le donne.

In questo quadro, la questione non è frenare la digitalizzazione africana. Sarebbe un errore storico. La questione è governarla. Perché la connessione, da sola, non emancipa nessuno. Può aprire possibilità immense, ma può anche disciplinare, umiliare, intimidire, escludere.

E se il continente più giovane del mondo entra nell’età digitale senza strumenti adeguati di protezione, di alfabetizzazione e di diritto, il rischio è che la modernizzazione tecnologica diventi un moltiplicatore di ingiustizia.

La vera sfida, allora, non è semplicemente portare più africani online. È fare in modo che quello spazio digitale diventi un luogo di accesso, libertà e partecipazione, non una nuova frontiera della violenza. Perché il futuro dell’Africa si giocherà anche qui: nella capacità di trasformare la connessione in potere sociale, e non in una forma più moderna della stessa esclusione.

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