venerdì, Gennaio 30, 2026

Gli Usa predicano autonomia ma vivono dei soldi della Cina

È da anni che ci raccontano la stessa favola: la Cina che compra l’Africa, la Cina che compra l’Asia, la Cina che compra porti, miniere, autostrade nei paesi “in via di sviluppo”, mentre l’Occidente – così vuole il copione – avverte i governi poveri: attenti al debito cinese, attenti alla trappola, attenti alla dipendenza.

Poi arriva uno studio di AidData e scopriamo che il principale beneficiario del credito cinese, negli ultimi vent’anni, non è un paese povero, ma la prima potenza del pianeta: gli Stati Uniti. Più di 200 miliardi di dollari di finanziamenti, quasi 2.500 progetti tra il 2000 e il 2023, che vanno da gasdotti e terminal di gas liquefatto a data center, aeroporti, infrastrutture energetiche e tecnologiche per colossi come Amazon, Tesla, Disney, Boeing.

Nel frattempo, le stesse banche e agenzie statali cinesi hanno erogato nel mondo 2,2 trilioni di dollari in prestiti e sovvenzioni, posizionandosi come il più grande creditore pubblico ufficiale a livello globale, con una presenza che va da strade e ferrovie in Africa e Asia fino alle acquisizioni in settori delicati come i semiconduttori e l’intelligenza artificiale in Europa e Nord America.

Mentre la retorica occidentale parlava ossessivamente di “Belt and Road” e “debt trap diplomacy” per i paesi poveri, la realtà è che Pechino ha progressivamente spostato il baricentro del suo portafoglio: oggi presta tanto ai paesi ricchi quanto a quelli in via di sviluppo, circa mille miliardi di dollari per ciascun blocco, con oltre tre quarti dei nuovi crediti che ormai vanno verso economie medio-alte e avanzate.

Qui sta il paradosso – e insieme la chiave di lettura politica. L’Occidente ha passato anni a mettere in guardia “i poveri” dai soldi cinesi, mentre in casa propria li ha accolti senza fare troppo rumore.

Ai governi africani e asiatici ha spiegato che il debito con Pechino è pericoloso, opaco, carico di condizioni nascoste; alle sue multinazionali, alle sue utility energetiche, ai suoi gestori di infrastrutture ha permesso di usare quel denaro come uno qualsiasi degli altri strumenti di finanziamento.

Ai paesi del Sud del mondo ha detto: state attenti, rischiate di perdere sovranità. A sé stesso ha detto: niente panico, è solo business. Così la stessa fonte di credito che viene dipinta come veleno per i poveri diventa lubrificante per la macchina produttiva dei ricchi.

Non è solo una questione di doppio standard morale, è un meccanismo molto concreto di potere. Se la Cina finanzia porti in Pakistan o ferrovie in Kenya, l’Occidente parla di penetrazione strategica e colonizzazione mascherata. Se la stessa Cina finanzia un data center in Virginia o un terminal aeroportuale negli Stati Uniti, l’operazione viene inquadrata come normale cooperazione economica.

Eppure il disegno sottostante è lo stesso: usare il credito per entrare nei punti nevralgici delle catene del valore, nelle infrastrutture critiche, nelle tecnologie sensibili, in tutto ciò che produce dipendenza reale, al di là delle proclamazioni sulla “sovranità”.

Che il debitore sia un governo povero o una corporation fortissima cambia l’etichetta, non la sostanza. Se guardiamo le cifre da un’altra angolazione, la beffa è ancora più chiara. Per anni la narrativa dominante ha dipinto la Cina come quella che spinge i paesi fragili nell’indebitamento, mentre i paesi ricchi sarebbero autonomi, “solidi”, capaci di finanziarsi da soli.

Lo studio di AidData mostra invece che più i paesi sono avanzati, più diventano appetibili per il credito cinese, perché lì si trovano i nodi decisivi: semiconduttori, biotecnologie, intelligenza artificiale, materie prime critiche, hub logistici.

Pechino presta dove può ottenere influenza sulle cose che contano, non dove può farsi un’immagine altruista. E i paesi ricchi, Stati Uniti in testa, accettano volentieri, salvo poi denunciare la “minaccia sistemica” a telecamere accese.

In tutto questo i paesi poveri continuano a restare quello che sono sempre stati: terreno di prova, laboratorio, zona di sacrificio. Per loro i prestiti cinesi significano spesso progetti infrastrutturali sovradimensionati, contratti scritti male, debiti difficili da ripagare, clausole di garanzia pesanti.

Non certo perché Pechino sia peggio degli altri creditori – basta guardare alla storia del FMI, dei fondi speculativi, delle banche occidentali – ma perché il gioco è sempre lo stesso: quando sei vulnerabile, tutti usano il debito per comandare su di te.

La differenza è che, nel caso cinese, l’Occidente ha scoperto un concorrente e lo ha battezzato “pericolo”, mentre continua a utilizzare quello stesso denaro per sostenere la propria posizione globale.

Alla fine, la fotografia che esce da questi numeri dice qualcosa di molto semplice e molto scomodo. Non esiste un Nord ricco che mette in guardia il Sud povero dal lupo cattivo, esistono blocchi di potere che si finanziano a vicenda, si combattono a parole e fanno affari nei fatti, mentre le popolazioni – in Africa, in Asia, ma anche nei quartieri poveri degli Stati Uniti ed europei – restano ai margini di qualunque tavolo.

La Cina usa il credito per estendere la propria influenza, l’Occidente usa il credito cinese per continuare a raccontarsi come centro del mondo. In mezzo, non c’è alcun progetto credibile di giustizia economica.

È questo il punto che dovrebbe interessare un giornale come Diogene: mentre ci spiegano che i poveri del Sud devono stare attenti a non cadere nella trappola del debito, scopriamo che i ricchi del Nord ci sono entrati da tempo e ci stanno comodi.

Solo che, a differenza dei primi, loro non rischiano l’austerità, le imposizioni della trojka o la cessione di un porto: rischiano semmai di dover ammettere che senza i soldi di quel “nemico strategico” la loro macchina capitalistica farebbe molta più fatica a girare. E questa, per il capitalismo occidentale, è forse la beffa più grande.

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