EY, insieme a Sanoma Italia, ha pubblicato il 4 novembre 2025 uno studio dal titolo eloquente, “La professione docente nella scuola di domani”, che ha un pregio raro: non si limita a dire che l’intelligenza artificiale entrerà in classe, ma prova a chiedersi che cosa questo significhi davvero per il lavoro degli insegnanti italiani.
La tesi centrale è piuttosto drastica: da qui al 2035 oltre il 60% delle competenze oggi richieste ai docenti sarà modificato o ridefinito dall’IA, dalla digitalizzazione e dall’evoluzione delle metodologie didattiche, mentre solo il 36% resterà stabile. In altre parole, non è la scuola in generale a essere chiamata a cambiare, ma la figura stessa del docente, il suo profilo professionale, il suo modo di progettare, di valutare, di stare in aula.
Il rapporto parte da un dato che le cronache educative confermano da anni: la tecnologia ha smesso di essere un supporto e sta diventando un ambiente. Se i contenuti possono essere generati, tradotti, adattati e persino spiegati da sistemi di IA, al docente non basta più “sapere la materia” e trasmetterla; deve diventare regista di un processo in cui gli studenti possono accedere a risorse automatiche, ma hanno ancora bisogno di qualcuno che dia senso, sequenza, criteri, e soprattutto che mantenga vivo il legame educativo.
Lo studio EY dice infatti che l’impatto non sarà solo tecnico, ma relazionale: più cresce la potenza degli strumenti, più diventa essenziale il presidio umano della motivazione, dell’inclusione, del clima di classe. È una conseguenza logica: se una parte del lavoro di erogazione del contenuto può essere svolta dalle piattaforme, il valore del docente si sposta verso ciò che le piattaforme non fanno, cioè la personalizzazione reale e la gestione delle differenze.
Questa centralità della personalizzazione è uno degli aspetti più interessanti del report. EY osserva che l’IA rende tecnicamente possibile adattare ritmi, materiali e verifiche al singolo studente, ma questo non accade da solo: qualcuno deve leggere i dati, interpretarli, decidere che cosa è pedagogicamente opportuno e cosa no.

Quel “qualcuno” è ancora il docente, che però deve saper abitare gli ambienti digitali, conoscere i limiti degli algoritmi, garantire un uso sicuro e non discriminatorio delle tecnologie. Di fatto la competenza digitale, che negli scorsi anni era stata trattata come una specie di accessorio, nello studio è collocata al centro della professionalità del futuro. Non è più “saper usare una piattaforma”, ma “saper farla usare in modo didatticamente sensato”.
Lo studio è anche molto netto su un punto politico: se la scuola italiana vuole arrivare preparata al 2035, non può scaricare tutto sulle spalle dei singoli insegnanti. Servono linee nazionali, investimenti in formazione continua, accompagnamento. Non perché i docenti non siano capaci, ma perché, se davvero sei competenze su dieci cambieranno volto, la formazione iniziale non basta più e il sistema deve attivare percorsi strutturati di aggiornamento.
Qui EY non parla il linguaggio ideologico della “scuola del futuro”, ma quello operativo della gestione del personale: il rischio non è che la tecnologia non entri nelle classi, è che entri e trovi docenti non supportati.
Un passaggio tocca anche il sostegno: nella scuola di domani quella figura dovrà sempre più fare da interfaccia tra studente, famiglia e strumenti digitali, perché gli alunni con bisogni educativi speciali saranno forse i primi a essere esposti sia alle opportunità dell’IA sia ai suoi rischi. È un modo per dire che la tecnologia non elimina la mediazione umana, anzi la rende più delicata.
In fondo il messaggio del report è semplice: la trasformazione digitale non toglierà bisogno di docenti, ma cambierà il motivo per cui ne abbiamo bisogno. Non più solo come trasmettitori di contenuti, ma come garanti di senso, equità e personalizzazione in un ecosistema dove i contenuti abbondano.
Ma perché questa trasformazione non diventi l’ennesima moda calata dall’alto, EY avverte che va governata adesso, finché è chiaro che cosa si sta chiedendo alla scuola e quali competenze, numericamente, rischiano l’obsolescenza. È un avviso di quelli da non archiviare: la scuola di domani, in questo scenario, non è un edificio pieno di tablet, ma un luogo dove il lavoro docente è stato ripensato per davvero.



