Eliminazione del Reddito di Cittadinanza, le cifre dimostrano il fallimento del governo Meloni
Diogenenews 17/06/2024: Alla fine, sono stati resi noti i dati relativi alla Valutazione dell’impatto del Reddito di Cittadinanza e della Pensione di Cittadinanza nell’intero periodo, ovvero da aprile 2019 a dicembre 2023. La Relazione e il Rapporto di Monitoraggio, come previsto dalla legge n.26/2019, sono stati trasmessi e diffusi dal Comitato scientifico incaricato. Ne emerge un quadro che Alleanza contro la Povertà aveva evidenziato, in particolare nei giorni in cui si discuteva della modifica di questi strumenti e della messa a punto di nuove misure di contrasto alla povertà. Innanzitutto, secondo i dati Inps, durante il periodo di crisi pandemica, quindi nel biennio 2020-2021, il Rdc ha consentito la fuoriuscita di circa 450 mila famiglie dalla condizione di povertà (circa 300mila nel 2022). Un numero importante ma non sufficiente, visto che – sempre secondo quanto riferito dal ministero del Lavoro – nel 2021 solo il 38% delle famiglie in povertà assoluta ne hanno beneficiato. Viene quindi messa in evidenza, nella Relazione del Comitato, la mancata copertura di un rilevante numero di famiglie povere, come più volte sottolineato dall’Alleanza nei suoi documenti. I livelli di copertura, secondo quanto riferito ancora dal Comitato sulla base dei dati Euromod, sono inferiori alla media europea. “È questo un problema che abbiamo sempre evidenziato – afferma il portavoce di AcP Antonio Russo – e che ci preoccupa ancora di più oggi, sapendo che i nuovi strumenti di contrasto (Adi e SFL), introdotti dalla legge 85/2023, hanno finora dimezzato quella platea già limitata e ristretta. Condividiamo quindi la prima raccomandazione del Comitato di “approfondire le caratteristiche della mancata partecipazione di una quota significativa delle persone povere alle misure”, ma soprattutto chiediamo di approfondire la medesima questione in relazione alle misure oggi vigenti: esse stanno infatti lasciando fuori una fetta troppo grande di persone e famiglie che hanno invece bisogno di essere sostenute, soprattutto per la forte pressione dell’inflazione. Torniamo quindi a sollecitare la pubblicazione di dati e l’approfondimento dell’impatto dei nuovi strumenti di contrasto alla povertà: conoscere questi numeri adesso permetterebbe infatti di applicare correttivi e modifiche, prima che sia troppo tardi: ovvero, prima che la popolazione italiana in condizione di povertà assoluta aumenti ulteriormente”, afferma Russo. Per quanto riguarda le altre Raccomandazioni formulate dal Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, “le condividiamo in larga parte in quanto in linea con quelle formulate e diffuse, tramite il nostro Comitato tecnico, nel Position Paper sulla legge 85/2023, presentato nel settembre scorso. Primo: l’aggiornamento della soglia del reddito annuale di 6mila euro all’inflazione; secondo: la necessità di integrare il sussidio con misure personalizzate attraverso una valutazione multidimensionale dei nuclei familiari e la rimodulazione della scala di equivalenza; terzo: la sinergia con gli attori del Terzo settore, per la realizzazione di iniziative che facilitino la partecipazione alle misure e la promozione di servizi adeguati; quarto: il potenziamento di politiche attive del lavoro e l’innalzamento della cumulabilità tra l’indennità di sostegno al reddito e i salari percepiti dalle prestazioni lavorative. Confidiamo quindi che il governo, anche sollecitato da queste raccomandazioni, consideri una priorità il monitoraggio (con l’annessa puntuale e trasparente messa a disposizione dei dati) e la valutazione delle nuove misure introdotte dalla riforma, sulla base della loro efficacia nella riduzione della povertà, così come suggerito dallo stesso presidente del Comitato, Natale Forlani. (Diogenenews 17/06/2024)
Unicef: distribuiti 1.7 miliardi di euro in 50 anni per aiutare milioni di bambini
Diogenenews 17/06/2024: Quasi 1.7 miliardi di euro raccolti per vaccinare, curare, proteggere, istruire milioni di bambini. E’ il bilancio dei primi 50 anni dell’Unicef. “Questo significa aver fatto la differenza”, commenta Carmela Pace, presidente dell’Unicef Italia, assicurando che quest’ultimo “continuerà a lavorare senza sosta perché ancora oggi troppi bambini hanno bisogno del nostro aiuto e sostegno”. In occasione di questa celebrazione, verranno presentati un video e la pubblicazione “Passione in azione – 50 anni di attività dell’Unicef Italia per le bambine e i bambini nelle crisi umanitarie”. “Nonostante siano passati 50 anni dalla nostra fondazione, i bambini hanno più che mai bisogno del nostro sostegno”, l’appello della presidente: “Dalla diffusione di virus come il Covid-19, ai nuovi conflitti come in Ucraina e in Medio Oriente (che si aggiungono a quelli ormai datati come in Siria e Yemen); dalla salute mentale al cambiamento climatico, oggi i bambini devono affrontare vecchie e nuove sfide che mettono in pericolo le loro vite.” In questi anni, anche grazie all’impegno del Comitato Italiano, la mortalità infantile a livello globale si è sensibilmente ridotta: nel 1960 nel mondo morivano ogni giorno oltre 54.000 bambini prima di avere compiuto 5 anni per cause prevenibili, nel 1980 morivano 36.000 bambini. Dal 2000 a oggi, il tasso di mortalità dei bambini è diminuito del 51%, raggiungendo nel 2022 il minimo storico: di 4,9 milioni di bambini sotto i 5 anni. Molti progressi sono stati realizzati soprattutto grazie alle campagne di vaccinazione di massa sostenute dall’Unicef, si ricorda in una nota. (Diogenenews 17/06/2024)
Povertà giovanile in Italia: “Il 24% dei giovani tra i 15 e 16 anni non partecipa alle gite scolastiche”
Diogenenews 17/06/2024: I numeri emersi nell’evento biennale “Impossibile 2024”, organizzato da Save the Children, sulle politiche globali e nazionali in favore delle giovani generazioni, dove ci si è chiesto quali siano le urgenze che sollecitano l’assunzione di nuove politiche pubbliche e strategie educative da mettere in atto nei contesti a maggior rischio di marginalità. Il 17,9% dei ragazzi tra i 15 e 16 anni in povertà afferma che i genitori hanno difficoltà nel sostenere le spese ordinarie (cibo, vestiti e bollette) e una percentuale di poco inferiore asserisce che non sempre è possibile l’acquisto di un paio di scarpe anche quando necessarie. Le ragioni economiche sono alla base del problema: quasi uno studente su quattro tra gli intervistati inizia l’anno scolastico senza avere tutti i libri e il materiale necessario; la disponibilità economica ridotta é anche la ragione che impedisce al 24% di loro di partecipare alle gite scolastiche. Alla consapevolezza che questi ragazzi mostrano circa gli ostacoli che dovranno affrontare nel loro accesso al mondo del lavoro per condizione di disagio economico in cui vivono contribuisce anche vedere i genitori preoccupati per le difficoltà che affrontano. Spesso per far fronte ai bisogni economici i giovani, di età anche inferiore a 16 anni (18%), svolgono un’attività lavorativa. È quindi comprensibile come le aspirazioni e le aspettative concrete di avere un lavoro ben retribuito per questi ragazzi sia molto minore rispetto ai coetanei con status socioeconomico migliore. Se per questi ultimi lo scarto tra aspirazioni e aspettative è di 17,6 punti percentuali, per i più svantaggiati la forbice raggiunge i 56,4 punti percentuali, a testimoniare quanto la povertà possa generare frustrazione e gravare negativamente sui percorsi di vita. I dati, benché preoccupanti, sono però la base di partenza per sostenere un impegno congiunto delle diverse parti sociali e politiche per individuare le risorse necessarie a migliorare l’esistente e rendere concreto il motto di Eglantyne Jebb, la fondatrice di Save the Children, per la quale “Non c’è nessuna insita impossibilità nel salvare i bambini del mondo. È impossibile solo se ci rifiutiamo di farlo”. Questi numeri emergono nell’evento biennale “Impossibile 2024”, organizzato da Save the Children, sulle politiche globali e nazionali in favore delle giovani generazioni, dove ci si è chiesto quali siano le urgenze che sollecitano l’assunzione di nuove politiche pubbliche e strategie educative da mettere in atto nei contesti a maggior rischio di marginalità. Il quadro emerso dai risultati di una ricerca a livello nazionale su un campione rappresentativo di ragazze e ragazze di 15-16 anni, è piuttosto grave. La condizione di povertà materiale può avere un impatto determinante sui percorsi educativi e di vita. Dall’immagine emersa scaturiscono riflessioni e interrogativi a livello politico e sociale, ma anche per la responsabilità che ciascuno di noi può avere a livello individuale nella partecipazione al bene collettivo. (Diogenenews 17/06/2024)
Povertà sanitaria: a Torino un’iniziativa in 39 farmacie comunali per regalare prodotti di igiene orale
Diogenenews 17/06/2024: Spazzolino, dentifricio e collutorio. Sono i tre prodotti di igiene orale che i cittadini potranno donare per una settimana, da lunedì 17 a sabato 22 giugno, nelle 39 farmacie comunali di Torino, Chieri, Mappano e San Maurizio Canavese. I prodotti raccolti saranno consegnati a 10 enti del terzo settore che assistono persone in condizioni di povertà. “Regala Sorrisi” è la nuova campagna di donazione di prodotti di igiene orale ideata e promossa da Banco Farmaceutico Torino OdV e Farmacie Comunali S.p.A. con il patrocinio dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Torino, realizzata con il contributo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e in collaborazione con la Regione Piemonte, all’interno del Bando 7 che promuove azioni di contrasto ai fenomeni di povertà e di grave marginalità. La mappa delle farmacie comunali. Un po’ di numeri per inquadrare il problema. Le persone in condizioni di povertà sanitaria aiutate dagli enti sostenuti con donazioni da Banco Farmaceutico Torino OdV sono circa 30.000. Nell’ambito della GRF 2024, gli enti avevano espresso la necessità di 27.106 prodotti di igiene orale, in particolare dentifrici, spazzolini e pasta adesiva per dentiere. Durante la settimana dedicata a “Regala Sorrisi” i cittadini potranno acquistare uno o più prodotti di igiene orale e depositarli nell’apposita scatola. Si tratta di prodotti di alta qualità, proposti a prezzo calmierato (non acquistabili per uso privato, ma solo per la donazione): spazzolini al costo di 1 euro, dentifricio a 2 euro, collutorio a 3 euro, kit completo a 5 euro. Gli enti beneficiari sono Asili Notturni Umberto I, Associazione Centro Come Noi Sandro Pertini Sermig, Amici del Gruppo Arco OdV, Camminare Insieme OdV, Caritas Diocesana Ivrea, Caritas Diocesana Torino, Croce Rossa Italiana Comitato Di Moncalieri OdV, Cooperazione Odontoiatrica Internazionale (Coi) ETS, Misericordes OdV e Protesi Dentaria Gratuita OdV. Sei di questi enti fanno parte del coordinamento “Odontoiatria Sociale in Rete”, nato nel 2015 come progetto di collaborazione tra la Città di Torino e il privato sociale, che nel 2023 ha effettuato più di 10.700 prestazioni odontoiatriche, ortodontiche e di protesica, completamente gratuite, ad adulti e bambini, con altre 1.000 persone in lista di attesa. (Diogenenews 17/06/2024)
Il Myanmar è l’epicentro della violenza globale e della povertà
Diogenenews 17/06/2024: Secondo l’Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED), il Myanmar è attualmente il luogo più violento del mondo. Questo conflitto civile, scatenato dal colpo di stato militare del febbraio 2021, ha causato la morte di almeno 50.000 persone, inclusi circa 8.000 civili, e lo sfollamento di 2,3 milioni di persone, stando ai dati delle Nazioni Unite. Papa Francesco, durante un’udienza del 12 giugno, ha esortato il mondo a non dimenticare il Myanmar e altri paesi in guerra. L’agenzia Fides riporta che la resistenza nel Myanmar ha ottenuto successi significativi nelle aree di confine, vitali per il commercio, mentre le regioni centrali e le principali città rimangono sotto il controllo militare. L’Operazione 1027, condotta dall’Alleanza delle Tre Fratellanze e dai loro alleati, sette mesi fa, ha portato alla conquista di decine di postazioni chiave e alla resa di circa 4.000 soldati del regime. L’offensiva si è estesa dagli stati di Shan e Karenni fino ad Arakan, Kachin, Chin e Karen. Secondo il Myanmar Peace Monitor, citato da Fides, la resistenza ha ottenuto successi strategici, ma manca di una coordinazione unitaria sotto il Governo di Unità Nazionale (NUG). Le Forze di Difesa Popolare (PDF) e le organizzazioni armate etniche continuano a combattere senza una struttura di comando coordinata né un solido accordo politico. Nonostante la cattura di 55 città, i militari mantengono il controllo di gran parte del Myanmar centrale, compreso il delta dell’Irrawaddy fino a Mandalay, dove la vita continua quasi normalmente nonostante le carenze di elettricità. Il conflitto prolungato ha gravemente colpito l’economia del Myanmar, aumentando la povertà. La Banca Mondiale, nel suo ultimo “Myanmar Economic Monitor”, prevede una crescita del PIL di appena l’1% per l’anno finanziario che terminerà a marzo 2025. La giunta militare ha preso il controllo dei principali valichi di frontiera e delle rotte commerciali, peggiorando ulteriormente la situazione economica. Lo sfollamento e la perdita di posti di lavoro hanno cancellato gran parte dei progressi nella riduzione della povertà, con prospettive economiche desolanti nel breve e medio termine. Il recente piano di coscrizione obbligatoria ha aggravato la carenza di manodopera, spingendo molti a migrare verso aree rurali o all’estero. Dal colpo di stato del 2021, la comunità internazionale ha imposto sanzioni economiche per limitare le risorse dei militari, che tuttavia eludono le sanzioni attraverso il contrabbando, specialmente verso India e Cina. La cattiva gestione dell’economia ha raddoppiato i tassi di povertà rispetto a marzo 2020. L’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani segnala che quasi metà della popolazione vive ora in povertà, con le aree rurali particolarmente a rischio di fame. Le restrizioni imposte dall’esercito e il blocco delle vie di rifornimento impediscono agli operatori umanitari di raggiungere 17,6 milioni di persone bisognose. (Diogenenews 17/06/2024)
1,18 miliardi di persone non possono utilizzare l’elettricità per mancanza del servizio o per i costi
Diogenenews 17/06/2024: Dal 2000, l’accesso all’elettricità è aumentato drasticamente in tutto il mondo, passando dal 75% della popolazione mondiale al 90% entro il 2020. Ma avere accesso significa poco quando l’energia non funziona, è inaffidabile o è troppo costosa da utilizzare. Per troppe persone in tutto il mondo, le nuove connessioni ai servizi elettrici non hanno comportato benefici significativi nella loro vita quotidiana. In un documento appena pubblicato , si segnala che almeno 1,18 miliardi sono poveri di energia e non possono utilizzare l’elettricità, un totale che è il 60% in più rispetto ai 733 milioni di persone che nel 2020 non avevano alcuna connessione elettrica, secondo i dati ufficiali. Questi 1,18 miliardi vivono in aree così buie da non fornire alcuna prova statistica dell’utilizzo di elettricità dallo spazio . La maggior parte non ha accesso ai collegamenti elettrici. Una ricerca della Banca Mondiale rivela anche che ci sono 447 milioni che non usano l’elettricità, nonostante siano elettrificati secondo i dati statistici ufficiali . Ciò potrebbe indicare problemi di qualità dei dati o di copertura, ma implica anche una mancanza di fornitura del servizio elettrico, a causa di frequenti interruzioni di corrente, malfunzionamenti delle apparecchiature o lacune nella rete di distribuzione. Alcuni consumatori connessi scelgono anche di non utilizzare l’elettricità, forse perché non hanno accesso a servizi o apparecchi che ne valgano la pena, o perché non possono permettersi di pagare le bollette dell’elettricità. Gli ostacoli all’utilizzo produttivo dell’elettricità rimangono elevati per molti nei paesi in via di sviluppo. La povertà energetica è la mancanza di energia adeguata, affidabile e conveniente per l’illuminazione, la cucina, il riscaldamento e altre attività quotidiane necessarie per il benessere e lo sviluppo economico. Senza un accesso costante a un’energia affidabile e conveniente, anche chi vive in aree elettrificate perde i numerosi vantaggi dell’elettricità. Le conseguenze della povertà energetica possono essere gravi, compresi gravi danni alla salute fisica e al benessere mentale, esclusione sociale, stigmatizzazione e compromissione delle opportunità sociali, politiche ed economiche. La ricerca della Banca Mondiale sfrutta i recenti progressi nell’analisi delle immagini satellitari, fornendo le prime classificazioni computazionali della povertà energetica nel mondo in via di sviluppo, combinando immagini satellitari notturne e diurne ad alta risoluzione per valutare le tracce dell’emissione luminosa fino a 3.000 notti su tutti gli insediamenti umani nel mondo in via di sviluppo. I dati rivelano alcuni modelli netti. Nell’Africa sub-sahariana, ad esempio, la maggior parte della variazione dei tassi di povertà energetica è spiegata dalle differenze interne al paese in termini di densità di popolazione, lontananza e caratteristiche del terreno, non da variazioni tra paesi in fattori quali la ricchezza del paese o la produzione di energia. capacità. Una delle implicazioni è che molte sacche di povertà energetica si trovano proprio accanto ad aree in cui le reti elettriche sono già stabilite, suggerendo che ci sono molte opportunità locali per ridurre la povertà energetica, anche senza aspettare la realizzazione di progetti infrastrutturali su larga scala. (Diogenenews 17/06/2024)
La popolazione dei senzatetto di New York raggiunge il numero più alto in più di un decennio
Diogenenews 17/06/2024: Si stima che circa 4.140 persone siano state contate mentre dormivano nelle strade e nelle metropolitane di New York durante un sondaggio annuale imposto dal governo federale , il numero più alto di senzatetto senza tetto registrato in più di un decennio. Il numero di senzatetto contati quest’anno durante il conteggio HOPE (Homeless Outreach Population Estimate) è leggermente aumentato rispetto allo scorso anno, quando furono contate 4.042 persone, anche se ogni anno i sostenitori avvertono che la cifra è una stima approssimativa, probabilmente molto inferiore al numero effettivo di persone che vivono per strada. Quest’anno, squadre di volontari e operatori comunali si sono formate a ventaglio il 23 gennaio, in un momento in cui le tutele di vecchia data della città sul “diritto al riparo” erano crollate per i migranti adulti e garantire una branda nel sistema di accoglienza della città avrebbe potuto richiedere più di un minuto. settimana. Secondo un sondaggio interno alla città, centinaia di migranti hanno trascorso giorni notturni in sale d’attesa senza letti, mentre altre centinaia si pensava fossero fuggiti per le strade e la metropolitana. Il commissario del Dipartimento dei servizi sociali Molly Park, che sovrintende al conteggio annuale, ha sottolineato la capacità della città di mantenere la linea, con un aumento solo del 2% dei senzatetto di strada, in un momento in cui il numero di persone che vivono nei rifugi era salito a livelli senza precedenti. “Penso che sia davvero un riflesso del duro lavoro svolto per garantire che stiamo facendo un servizio di sensibilizzazione coerente 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che abbiamo un continuum di servizi che possiamo offrire alle persone”, ha detto Park, aggiungendo che l’amministrazione ha posto Negli ultimi due anni 2.000 persone che vivevano per strada hanno ottenuto alloggi permanenti, di cui 500 vivevano nella metropolitana. Ma Natalie Druce, avvocato presso il gruppo di difesa dell’edilizia abitativa Safety Net Project, ha affermato di ritenere che i dati relativi al conteggio HOPE mostrino che alcune politiche dell’amministrazione Adams, ade esempio i persistenti rastrellamenti negli accampamenti o il ricovero in ospedale dei senzatetto contro la loro volontà, non funzionano. (Diogenenews 17/06/2024)
La vendita della torte per combattere la povertà in Burkina Faso
Diogenenews 17/06/2024: Nel vivace quartiere di Dapoya, nella capitale del Burkina Faso, c’è una strada conosciuta dai buongustai, chiamata la “strada delle torte”. La vendita di torte è stata avviata da una famiglia, che da generazioni perfeziona l’arte pasticciera, tramandando ricette e know-how di generazione in generazione. Fatimata Guira, la donna più anziana del luogo, ha spiegato al Courrier International come insieme ad altre famiglie e donne ha fatto della panificazione dolciaria un’attività redditizia. Nonostante le apparenze, questo lavoro non è facile, ha detto la donna, ultrasessantenne, rivelando la sua stanchezza. Il processo adesso deve essere trasmesso alla prossima generazione familiare, formata dalla nuore. Attraverso questa attività, le donne riescono a soddisfare le loro necessità quotidiane e anche a gestire l’istruzione dei propri figli, che in questo modo hanno i mezzi per continuare i loro studi e per soddisfare i loro bisogni. Attualmente però il mercato ha rallentato. In precedenza la strada era affollata di clienti che si accalcavano davanti ai tavoli delle torte. Oggi il flusso non è più lo stesso, anche a causa dell’alto costo dei prodotti e la situazione molto instabile del Paese. Nonostante il calo del mercato, i clienti però continuano a recarsi in questo quartiere, anche per appoggiare apertamente il coraggio di queste donne, che attraverso la loro attività mettono in risalto i prodotti locali. (Diogenenews 17/06/2024)
Cuba affronta il crollo dell’industria dello zucchero
Diogenenews 17/06/2024: Quello che un tempo era l’orgoglio di Cuba e il motore dell’economia, oggi è al minimo e con poche speranze di ripresa da parte dei settori dello zucchero. Lo zucchero è vitale per Cuba non solo per soddisfare la domanda interna e le esportazioni, ma per alimentare un’altra industria molto importante: il rum. Südzuicker è l’ azienda leader nella produzione di zucchero. Si tratta di un colosso tedesco che conta quasi 6.500 dipendenti e ha un fatturato di 4,2 miliardi di euro nel 2023. Il dato che ci interessa è la produzione di 4,1 milioni di tonnellate prodotte lo scorso anno. Bene, Cuba ha prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero nel 1990. Tuttavia, i bei tempi finirono con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. La produzione era buona, ma le esportazioni non erano altrettanto elevate, a causa, tra l’altro, del blocco da parte degli Stati Uniti, e poco a poco l’industria declinò. Tra il 2002 e il 2004, Cuba ha ridotto il numero delle raffinerie da 156 a 61, il che ha portato all’eliminazione di oltre 100.000 posti di lavoro e, inoltre, ha ridotto la superficie coltivata da due milioni di ettari a soli 750 mila ettari. Dopo anni disastrosi, il presidente Raúl Castro ha deciso di rinunciare al Ministero dello Zucchero -MINAZ- affinché un nuovo gruppo imprenditoriale, AZCUBA, potesse controllare la produzione sia della canna che dei prodotti derivati. L’intento era quello di modernizzare il processo produttivo e riorganizzare un settore in crisi, ma sembra che la cura sia stata peggiore del male. La pandemia ha colpito duramente l’industria dello zucchero, ma il blocco che gli Stati Uniti continuano a imporre al Paese è ciò che sta causando prospettive economiche cupe. Miguel Guzmán, della cooperativa di zucchero Yumurí, spiega che non può comprare quasi nulla a causa dell’inflazione alle stelle, ma anche della mancanza di materiale. “Non ci sono abbastanza camion e la carenza di carburante (a causa dei prezzi cinque volte più alti dal 1 marzo) significa che a volte passano diversi giorni prima che possiamo lavorare.” Ciò ritarda assolutamente l’intero processo ed è qualcosa che (aggiunto ad altri fattori) ostacola la produzione. Nel 2019 si è osservata una certa ripresa, con una produzione di 1,3 milioni di tonnellate, ma da lì in poi la situazione è andata peggiorando. Il 2020 è stato un anno perso a causa della pandemia, ma il 2021 non è andato molto meglio: 800mila tonnellate, la cifra più bassa dal 1908 e il 10% degli otto milioni di tonnellate degli anni ’90. Nel 2010, la produzione totale è stata di 1,1 milioni di tonnellate. Le cose non sono andate meglio l’anno scorso, con una produzione di appena 350.000 tonnellate. Dionis Pérez è il direttore della comunicazione della compagnia statale AZCUBA e riconosce che al momento non ci sono quasi raffinerie operative. I lavoratori lamentano materiali obsoleti e strumenti arrugginiti che non possono garantire una buona produzione. Da parte sua, Juan Triana, del Centro di Studi sull’Economia Cubana, afferma che “è un disastro. Oggi l’industria dello zucchero a Cuba quasi non esiste”. Tradizionalmente Cuba consumava 700.000 tonnellate ed esportava il resto, ma con la produzione attuale il quadro è cambiato radicalmente. Juan sottolinea che stanno producendo la stessa quantità di zucchero che producevano a metà del XIX secolo, quando non era un’industria in quanto tale, e attribuisce parte della colpa alle politiche commerciali aggressive di Trump che Biden non ha abrogato. Tuttavia, questi non sono solo problemi causati dal governo americano. Nell’aprile di quest’anno, e con il raccolto alle porte, avevano prodotto solo il 71% delle 412.000 tonnellate previste, il che significa poco meno di 300.000 tonnellate. Vedremo dove si manterrà la cifra del raccolto attuale, ma voci come Omar Everleny, economista cubano, affermano che “dovremo importare e, naturalmente, meno zucchero significa che ci sarà meno alcol per diverse industrie e, naturalmente, ovviamente, meno rum.” Senza zucchero nemmeno il rum può essere prodotto, e la mancanza di qusto prodotto sta fionendo di mettere in ginocchio l’economia già dissastrata del Paese. (Diogenenews 17/06/2024)
I cavi internet interrotti dagli attacchi Houthi nel mar Rosso e il ruolo che potrebbe avere l’Eritrea per aggirare l’ostacolo
Diogenenews 17/06/2024: Il Mar Rosso è la principale preoccupazione per la sicurezza dell’industria globale dei cavi sottomarini, con cavi rotti che non possono essere riparati o nuovi cavi da posare, costringendo l’industria a cercare percorsi alternativi per mantenere operativa una delle principali rotte Internet del mondo. Da novembre, gli Houthi dello Yemen hanno preso di mira le navi legate agli alleati di Israele nello stretto di Bab al-Mandab in risposta alla guerra di Israele contro Hamas a Gaza. All’inizio di marzo, tre cavi sottomarini in fibra ottica sono stati tagliati a seguito di un attacco missilistico degli Houthi contro una nave di proprietà britannica, la Rubymar, al largo delle coste dello Yemen. Gli esperti attribuiscono il danno all’ancora della nave danneggiata che ha squarciato i cavi mentre andava alla deriva verso nord in seguito all’attacco del 18 febbraio. Quei cavi sono rimasti fuori servizio e irraggiungibili sul fondo del mare, mentre restano in sospeso i piani per la posa di cinque nuovi cavi, che avrebbero dovuto essere posati attraverso il Mar Rosso per aumentare la capacità. Alcune aziende stanno ora guardando all’Eritrea come ad una possibile via che aggira le acque yemenite lungo la costa occidentale del Mar Rosso. Ma gli addetti ai lavori del settore affermano che lo stato riservato e autocratico non riconosce nemmeno i loro approcci, e qualcuno lo descrive come un “buco nero”. “Qualsiasi interruzione qui [nel Mar Rosso] può avere ripercussioni significative, e se ne è discusso nell’industria [dei cavi] dopo gli eventi di marzo. Tutti i cavi nel Mar Rosso passano attraverso le acque yemenite e ciò evidenzia l’importanza della regione per la connettività globale”, ha affermato Hasnain Ali, direttore di Pioneer Consulting Middle East, all’evento di settore Submarine Networks a Londra. Quindici cavi attraversano il Mar Rosso, che gestisce oltre il 90% di tutta la capacità internet Europa-Asia. Sebbene sugli altri cavi vi sia capacità di riserva per trasportare il traffico dei cavi danneggiati, i cavi stessi non possono attualmente essere riparati a causa degli elevati costi di assicurazione delle navi di riparazione e della carenza di tali navi in tutto il mondo. I cinque nuovi cavi, che sono stati ritardati, sono necessari per soddisfare la crescente domanda di capacità Internet causata dal maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale, dell’archiviazione nel cloud e dalla spinta digitale dei paesi del Golfo a creare nuovi data center. La capacità attuale è di circa 320 terabyte di dati (Tb), mentre secondo Ali sono previsti 1.300 Tb. Sebbene la situazione nel Mar Rosso non sia ancora considerata una crisi, ha rappresentato un campanello d’allarme per l’industria e i governi, con i cavi sottomarini sempre più considerati infrastrutture critiche, dato che trasportano oltre il 95% del traffico Internet globale. “La mappa del rischio politico [per l’industria dei cavi] era accademica, ora è una realtà, in particolare attraverso il Mar Rosso”, ha affermato Rosalind Thomas, amministratore delegato e CEO di SAEX International, che sta sviluppando un cavo da Singapore alla costa orientale degli Stati Uniti via Città del Capo, Sud Africa, evitando il Mar Rosso. La sicurezza dei cavi e delle navi associate è stata molto discussa, ha affermato Ugne Kleinauskaite, responsabile degli investimenti di rete di Meta per Europa, Medio Oriente e Africa, alla conferenza di Londra. Ha osservato che una nave posacavo appartenente al fornitore di telecomunicazioni degli Emirati Etisalat ha attraversato il Mar Rosso due volte da marzo e che “sebbene fosse preoccupante, è andata bene”. La possibilità di stazionare una nave per la riparazione dei cavi nel Mar Rosso è stata ventilata dall’industria, ma richiederebbe un’azione collettiva e sarebbe uno sforzo costoso, con una nave del genere che costerebbe fino a 20 milioni di dollari. “È davvero complesso e ogni compagnia marittima vuole utilizzare le proprie risorse [la posa dei cavi e la riparazione delle navi]. Nessuno è inattivo e sarà impegnato fino al 2028-2029”, afferma Kleinauskaite. Il progetto 2AFRICA di Meta, lungo 45.000 chilometri, è il cavo sottomarino più lungo del mondo, che collega Africa, Europa e Medio Oriente, con la parte orientale destinata a utilizzare il Mar Rosso. Meta non ha indicato alcuna modifica al suo percorso, ma l’industria sta attivamente cercando percorsi alternativi per attraversare le acque yemenite nel Mar Rosso. “Molte [compagnie di cavi] sono bloccate, non avendo visibilità né per rilevare [il fondale marino] né per posare i cavi… Stiamo considerando tutto. Tutti sono a disposizione per esplorare tutte le opzioni disponibili finché qualcosa non funziona”, ha affermato Kleinauskaite. Mentre l’industria sta investendo in progetti che aggirano del tutto il Mar Rosso – ad esempio andando via terra dal Mediterraneo al Golfo – la posa di cavi sottomarini è molto più economica e semplice. Tuttavia, evitare le acque yemenite si rivela problematico poiché l’Eritrea non sta giocandoil ruolo che potrebbe avere, nonostante le sue acque marittime si trovino a una profondità ottimale, di circa 170 metri, per la posa dei cavi. L’Eritrea è uno dei pochi paesi al mondo a non aver firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e ha respinto l’approccio dell’industria dei cavi di utilizzare le sue acque, anche a caro prezzo. “Di solito, se chiedi il permesso ai governi, loro dicono sì o no, ma gli eritrei semplicemente non rispondono. È un buco nero ed è un problema che tutti gli operatori del settore devono affrontare”, ha affermato Ali. Con l’Eritrea off-limits, le compagnie via cavo devono fare i conti con il doppio governo dello Yemen. Negli ultimi dieci anni, gran parte del paese è stato sotto il controllo degli Houthi, con il governo riconosciuto a livello internazionale con sede in Arabia Saudita. (Diogenenews 17/06/2024)

