Quattro anni dal Trattato sulla proibizione delle armi nucleari
DN-EST-220125 – Il 22 gennaio 2025 segna il quarto anniversario dell’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), un accordo internazionale che ha reso illegali le armi nucleari in virtù del diritto internazionale, equiparandole a quelle chimiche e biologiche, a causa del loro devastante impatto umanitario. La Rete Italiana Pace e Disarmo ha diffuso un comunicato per ricordare questa ricorrenza, sottolineando che finora 73 Paesi hanno ratificato il Trattato, con un totale di 94 firmatari. Tuttavia, nessuno degli Stati dotati di armamenti nucleari, né quelli che ne beneficiano sotto l’ombrello delle alleanze militari, come l’Italia, ha sottoscritto o ratificato l’accordo. L’anniversario diventa un’occasione per rinnovare gli sforzi di sensibilizzazione sui rischi della guerra nucleare e sui danni umanitari causati da queste armi. A questo proposito, la campagna “Italia, ripensaci!” – promossa da Rete Disarmo e Senzatomica, membri dell’organizzazione Ican – invita cittadini, enti locali e associazioni a firmare simbolicamente il Trattato per l’abolizione delle armi nucleari. Questa iniziativa si ispira agli appelli dei sindaci di Hiroshima e Nagasaki e alle testimonianze degli Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici. “Questo anniversario rappresenta solo il primo passo nel 2025 per i movimenti internazionali a favore della pace e del disarmo,” afferma Lisa Clark, vicepresidente dei Beati Costruttori di Pace e referente per il disarmo nucleare della Rete Italiana Pace e Disarmo. Negli ultimi giorni si sono svolte numerose attività in tutta Italia, culminando oggi in una serie di mobilitazioni, momenti di silenzio, suono di campane e rilancio di manifesti celebrativi in città come Cervia, Padova e Torino. Tra gli eventi in programma, spicca anche l’inaugurazione della mostra Senzatomica, prevista a Firenze il prossimo 31 gennaio. (Diogene Notizie)
Haiti abbandonata: violenza, sfollamenti e appelli alla comunità internazionale
DN-EST-220125 – La crisi socio-politica ed economica di Haiti ha raggiunto livelli drammatici, segnati da una violenza di proporzioni mai viste, definita “disumanizzante”. Questo l’allarme lanciato ieri a Madrid da Yvel Germain, direttore di Caritas Haiti, che ha chiesto con urgenza l’intervento della comunità internazionale, come riportato dall’agenzia Efe. Nel corso della sua visita in Spagna, Germain ha sottolineato che le bande armate controllano ampie aree del Paese, provocando una situazione di insicurezza estrema che ha costretto quasi un milione di persone, in gran parte donne e bambini, a lasciare le proprie case. “Nonostante la gravità delle violazioni dei diritti umani, Haiti è sparita dai riflettori dei media, e molte organizzazioni hanno abbandonato il territorio a causa dell’insicurezza. La comunità internazionale ha voltato le spalle ad Haiti,” ha dichiarato Germain, descrivendo Port-au-Prince come una “città di morti viventi” a causa dei continui scontri tra bande. Le sfide affrontate dalle organizzazioni umanitarie come Caritas includono violenze sessuali contro donne e ragazze, il reclutamento forzato di minori, il sovraffollamento nei rifugi e il costante sfollamento della popolazione. “Le necessità di base non vengono soddisfatte,” ha aggiunto Germain, facendo appello alla solidarietà globale. Ha denunciato inoltre che molti bambini vivono per strada senza cibo, mentre decine di scuole hanno chiuso i battenti. “Ciò di cui Haiti ha bisogno è un sistema educativo fondato sui diritti umani,” ha ribadito. Germain ha poi esortato la comunità internazionale a non limitarsi alle buone intenzioni, ma a sostenere progetti di formazione che nascano direttamente dal contesto haitiano e a creare condizioni per elezioni libere. Ha evidenziato come, negli ultimi anni, Haiti abbia avuto troppi presidenti imposti dall’esterno, il cui operato è alla radice dell’attuale crisi. (Diogene Notizie)
Catatumbo in fiamme: l’appello dei vescovi colombiani per la pace
DN-EST-220125 – La Conferenza Episcopale della Colombia (CEC) ha espresso, attraverso un comunicato ufficiale, il proprio “profondo dolore e ferma condanna” per la gravissima crisi umanitaria che sta colpendo le comunità della provincia del Catatumbo, nel dipartimento di Norte de Santander, nel nord del Paese. I vescovi hanno chiesto la fine immediata delle ostilità tra i gruppi armati e rinnovato il loro impegno a sostegno delle vittime e della costruzione della pace. Inoltre, hanno invitato tutte le parrocchie del Paese a dedicare domenica 26 gennaio a una giornata di preghiera per la pace. Durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Cúcuta, capoluogo del dipartimento, i vescovi hanno denunciato con forza l’escalation di violenza che ha causato decine di morti — secondo i dati ufficiali circa 80, anche se si teme un numero ben maggiore — e lo sfollamento forzato di circa 20.000 persone, vittime dei sanguinosi scontri tra l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e il Frente 33, fazione dissidente delle Farc. Nel comunicato, i leader religiosi hanno esortato le fazioni armate a rispettare i diritti umani fondamentali e il diritto umanitario internazionale, e hanno sollecitato il governo colombiano a riprendere con determinazione i negoziati di pace e a dare piena attuazione agli accordi già sottoscritti. I vescovi hanno inoltre evidenziato come questi conflitti non solo violino gravemente i diritti umani, ma accrescano la sofferenza delle persone più vulnerabili, in particolare donne, bambini e persone in condizioni di estrema fragilità. “La violenza non fa altro che generare altra violenza, causando perdite irreparabili di vite umane, seminando odio, divisioni e ulteriore povertà,” si legge nel comunicato, che sottolinea anche il profondo impatto sul tessuto sociale e umano delle comunità coinvolte. L’episcopato colombiano ha espresso piena solidarietà alle diocesi maggiormente colpite da questa tragedia, in particolare Tibú, Ocaña e Cúcuta. Ha inoltre ribadito il proprio impegno a collaborare con le comunità locali per la ricostruzione del tessuto sociale e la promozione di iniziative di riconciliazione e pace. (Diogene Notizie)
Pakistan: il governo propone aumenti stipendi parlamentari del 200%
DN-EST-220125 – Il governo federale ha deciso di aumentare gli stipendi dei membri dell’Assemblea Nazionale (MNA) e dei senatori, come riportato da ARY News. Secondo fonti interne, è prevista una proposta per incrementare gli stipendi fino al 200% rispetto agli attuali 1,68 lac di rupie al mese (circa 530 euro). La proposta sarà sottoposta al voto dell’Assemblea Nazionale e del Senato. Prima di questo passaggio, il governo ha già discusso la questione con i partiti di maggioranza e opposizione, raggiungendo un consenso generale. Oltre agli MNA e ai senatori, anche ministri, consiglieri e i presidenti di entrambe le Camere riceveranno aumenti considerevoli. Per questi ultimi, lo stipendio potrebbe arrivare a Rs. 15 lac al mese (circa 47.500 euro annui). L’annuncio arriva dopo che membri di governo e opposizione hanno richiesto congiuntamente un adeguamento salariale, citando le difficoltà economiche legate all’aumento dell’inflazione. Secondo alcune fonti, diversi parlamentari hanno dichiarato di non riuscire a sostenere le spese mensili con gli stipendi attuali, considerati insufficienti rispetto al crescente costo della vita. Il tema sarà discusso dalla Speaker dell’Assemblea Nazionale con il Primo Ministro e il Ministro delle Finanze. I legislatori chiedono che le loro retribuzioni siano allineate a quelle dei colleghi nelle assemblee provinciali del Punjab e del Balochistan. Recentemente, infatti, l’Assemblea del Punjab ha approvato un aumento significativo degli stipendi per i suoi membri, ministri provinciali e altri funzionari, con incrementi fino al 426%. Il Ministro per gli Affari Parlamentari, Mujtaba Shujaur Rehman, ha presentato il disegno di legge per l’aumento degli stipendi nell’Assemblea del Punjab, che è stato approvato con il supporto della maggioranza, nonostante alcune obiezioni formali sollevate dal leader dell’opposizione Malik Ahmad Khan Bhachar. (Diogene Notizie)
Tensioni sul Canale di Panama: la denuncia di Panama contro Trump all’ONU
DN-EST-220125 – Panama ha presentato una denuncia formale alle Nazioni Unite riguardo alla dichiarazione “allarmante” dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha minacciato di “riprendersi” il controllo del Canale di Panama. Questa mossa segue l’annuncio di un audit sull’operatore di due porti strategici lungo la via interoceanica, collegato a una società con sede a Hong Kong. In una lettera inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il governo panamense ha citato un articolo della Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza o la minaccia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato. La lettera, diffusa martedì alla stampa, sollecita Guterres a portare la questione davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, pur senza richiedere una riunione straordinaria. Durante il suo discorso inaugurale, Trump ha ribadito le sue critiche alla crescente influenza cinese sul Canale di Panama, accusando la Cina di “gestire di fatto” la via d’acqua. “Non l’abbiamo consegnato alla Cina, lo abbiamo dato a Panama. E ora lo riprenderemo”, ha dichiarato Trump. In risposta, il revisore dei conti di Panama ha annunciato un’indagine approfondita sull’utilizzo delle risorse pubbliche da parte della Panama Ports Company, società affiliata a Hutchison Ports, un ramo del conglomerato CK Hutchison Holdings con sede a Hong Kong. La società gestisce i porti di Balboa e Cristobal, che si trovano ai due estremi del Canale. L’audit mira a verificare se la compagnia stia rispettando i termini del contratto di concessione, inclusi i pagamenti allo Stato e la corretta rendicontazione dei ricavi. Hutchison Ports PPC, da parte sua, ha dichiarato di mantenere un rapporto “trasparente e collaborativo” con le autorità panamensi. In una nota, la società ha affermato: “Rimaniamo impegnati a rispettare tutte le leggi e i regolamenti, adempiendo pienamente ai nostri obblighi contrattuali. I nostri risultati finanziari, certificati da revisori indipendenti, sono stati regolarmente condivisi con lo Stato panamense.” Il presidente di Panama, José Raúl Mulino, ha respinto le affermazioni di interferenza straniera nella gestione del canale, sottolineando che l’infrastruttura rimane sotto il controllo panamense e viene amministrata in base al principio di neutralità. “Il Canale è e continuerà ad essere di Panama”, ha dichiarato Mulino, reagendo alle dichiarazioni di Trump. Nonostante le rassicurazioni, Trump ha intensificato le pressioni sul controllo del Canale di Panama, attraverso cui transita il 40% del traffico di container degli Stati Uniti. L’ex presidente non ha escluso la possibilità di un intervento militare per rivendicare il canale. Nel 2021, il contratto di concessione della Panama Ports Company è stato esteso di altri 25 anni. Dal 2000, la gestione del canale ha generato oltre 30 miliardi di dollari di entrate per Panama, con circa 2,5 miliardi solo nell’ultimo anno fiscale. Gli Stati Uniti rimangono il principale utilizzatore della via d’acqua, seguiti dalla Cina. (Diogene Notizie)
Il caso Almasri: scarcerazione, polemiche e silenzio del governo Meloni
DN-ITA-220125 – Disagio per la celebrazione a Tripoli, dove l’aereo italiano ha riportato a casa Njeem Osama Elmasry Habish, noto come Almasri, capo della polizia giudiziaria libica. Arrestato a Torino su mandato della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, Almasri è passato da torturatore a eroe, accolto come un trionfatore nella sua città natale. Intanto, in Italia, il silenzio del governo si scontra con il fuoco incrociato delle opposizioni. Elly Schlein guida l’attacco: «Il governo chiarisca immediatamente». La scarcerazione di Almasri sarebbe il risultato di un presunto errore procedurale. Secondo quanto emerso, l’arresto sarebbe stato condotto in modo “irrituale”, mancando la necessaria comunicazione preliminare al ministero competente. Questo avrebbe spinto la Corte d’Appello di Roma a ordinare l’immediata liberazione del generale. Le polemiche non si placano, e nelle prossime ore si prevedono nuovi sviluppi. Matteo Renzi non usa mezzi termini: «La liberazione di Almasri è un fatto gravissimo. Stamattina chiederemo conto al ministro Nordio in aula. Cosa si nasconde dietro questa decisione?». Intanto, alle 9:40, tutte le opposizioni si uniscono in un appello congiunto: «La premier Meloni deve riferire urgentemente in Parlamento sulla vicenda di Njeem Osama Elmasry». Pd, AVS, Italia Viva, Più Europa, Azione e M5S fanno pressione, mentre il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si prepara a discutere in aula di un altro tema caldo: l’invio di armi all’Ucraina. (Diogene Notizie)
Cambiamento climatico: temperature in aumento, risorse idriche in calo
DN-ITA-220125 – Il cambiamento climatico è ormai un dato di fatto, con un evidente aumento delle temperature medie globali a partire dal 1987. In quell’anno si è interrotta una fase di raffreddamento, e le temperature hanno iniziato a salire rapidamente, in parte per la ciclicità naturale delle correnti atlantiche, in parte per l’aumento dei gas serra di origine antropica. Questo ha portato a fenomeni climatici sempre più estremi, con conseguenze su ambiente, agricoltura e disponibilità di risorse idriche. Le temperature in Italia sono cresciute di 1,5-2°C rispetto agli anni ’70, con effetti significativi sull’agricoltura: le piante fioriscono e maturano prima, aumentano i consumi idrici e le coltivazioni si spostano verso altitudini più elevate, esponendosi però al rischio di gelate tardive. In Trentino, ad esempio, le notti tropicali (temperature sopra i 20°C) sono diventate sempre più frequenti, e in Sicilia si registrano anomalie pluviometriche significative, con precipitazioni concentrate in eventi estremi che alternano periodi di siccità a nubifragi violenti. Nonostante le precipitazioni medie siano rimaste sostanzialmente stabili, la variabilità è aumentata. Questo, unito a temperature più alte che accelerano l’evaporazione, riduce le riserve idriche disponibili, aggravando i problemi di siccità. I ghiacciai alpini si stanno sciogliendo rapidamente, e le riserve d’acqua nei laghi e nei nevai si stanno riducendo, richiedendo interventi infrastrutturali come laghi artificiali per garantire l’approvvigionamento. Infine, l’uso dell’acqua in agricoltura, che rappresenta il 30-40% delle risorse disponibili, deve essere ottimizzato per far fronte a una domanda crescente e a una disponibilità sempre più incerta. Per affrontare il futuro, sarà cruciale investire in strategie di gestione idrica e infrastrutture che possano mitigare gli effetti di un clima sempre più instabile. (Diogene Notizie)
Cittadinanza e diritti: una riforma al centro del dibattito
DN-ITA-220125 – Il dibattito sulla cittadinanza si riaccende, spinto dal via libera della Corte Costituzionale alla proposta di dimezzare da 10 a 5 gli anni di residenza legale necessari per richiederla. Nonostante 18 proposte di riforma siano già state depositate in Parlamento, la discussione resta bloccata, mentre la Consulta ha dato nuovo impulso alla mobilitazione della società civile e delle opposizioni. Tuttavia, la maggioranza sembra orientata all’immobilismo, attendendo i risultati del referendum, che resta una sfida complessa in tempi di alta astensione. La mobilitazione è guidata da reti come Conngi, Italiani senza cittadinanza e Idem Network, che rappresentano i “nuovi italiani”. Il loro obiettivo è sensibilizzare il Paese, sottolineando che la riforma non riguarda solo i figli di migranti, ma l’intera società. I promotori puntano su campagne mediatiche e social, coinvolgendo influencer e testimonial, per replicare il successo della raccolta firme. Tra le proposte, Forza Italia spinge per lo Ius Italiae, che collega la cittadinanza a un percorso di studi decennale, mentre il Pd sostiene lo Ius Scholae, estendendo il diritto già dalle scuole dell’infanzia. Elly Schlein ha confermato il pieno sostegno del suo partito ai quesiti referendari, considerandoli fondamentali per un cambiamento inclusivo. Secondo Maurizio Landini della Cgil, questa è “una primavera di diritti e partecipazione”, mentre Laura Liberto di Cittadinanzattiva ha sottolineato l’importanza di dare voce a chi, pur senza cittadinanza, è già italiano di fatto. Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha definito il tema cruciale non solo per le persone di origine straniera, ma per l’intero Paese, poiché il riconoscimento della cittadinanza è un passo essenziale verso l’uguaglianza dei diritti. (Diogene Notizie)
Difesa europea: cresce la pressione per aumentare la spesa militare
DN-EST-220125 – Le pressioni del presidente statunitense Donald Trump sulla spesa per la difesa in ambito NATO hanno riacceso il dibattito europeo sull’aumento degli investimenti militari. Attualmente, i Paesi dell’UE spendono in media l’1,9% del PIL, ma Trump e alcuni leader europei sostengono la necessità di superare l’obiettivo del 2% fissato dalla NATO, puntando a cifre più alte. L’Alta rappresentante UE Kaja Kallas ha sottolineato che è tempo di investire seriamente nella difesa europea, coinvolgendo sia i bilanci nazionali che il budget comune UE. “Se non investiamo di più nella difesa, saremo tutti a rischio”, ha avvertito. Simili preoccupazioni sono state espresse da leader come Donald Tusk, che ha richiamato l’importanza di rafforzare le capacità di difesa per prevenire conflitti futuri, e Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, che ha evidenziato come Paesi come la Lituania siano già pronti a destinare fino al 6% del PIL alla difesa. Anche Kyriakos Mitsotakis, premier greco, ha previsto che il 2% diventerà presto obsoleto e che l’UE dovrà trovare un approccio condiviso per aumentare i finanziamenti. La Grecia, che già spende oltre il 3% del PIL per la difesa, sostiene la necessità di un coordinamento europeo per affrontare le crescenti sfide geopolitiche. La pressione russa, il riarmo e l’intensificarsi delle minacce ibride, come propaganda e sabotaggi, stanno spingendo l’Europa verso una maggiore integrazione in ambito militare. Tuttavia, il dibattito rimane aperto: l’obiettivo del 5% è considerato ambizioso e divisivo, con molti Stati membri ancora lontani dal raggiungere il target minimo del 2%. (Diogene Notizie)
Licenziati per fare spazio all’intelligenza artificiale: il caso Maersk
DN-ITA-220125 – Quattro lavoratori del reparto customer service della sede genovese di Maersk sono stati licenziati improvvisamente, senza preavviso, per consentire il trasferimento di parte delle loro mansioni a colleghi nelle Filippine e all’intelligenza artificiale. Secondo Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti, i dipendenti sono stati convocati per un meeting apparentemente di routine, durante il quale hanno ricevuto le lettere di licenziamento, con l’obbligo di riconsegnare i computer aziendali e lasciare immediatamente il posto di lavoro. I sindacati denunciano la mancanza di qualsiasi tentativo da parte dell’azienda di ricollocare i lavoratori, alcuni con oltre 25 anni di servizio. L’amarezza è ancora più profonda poiché, solo pochi giorni prima, i dipendenti avevano ricevuto un encomio per la loro anzianità lavorativa. Maersk, che ha registrato un utile netto di 208 milioni di euro nel primo trimestre del 2024, è accusata di aver scelto di risparmiare a scapito dei lavoratori, spostando attività in Paesi con minori costi del lavoro o affidandosi alla tecnologia. Per protestare contro questa decisione, i sindacati hanno indetto uno sciopero per il 22 gennaio, con un presidio davanti alla sede genovese dell’azienda, chiedendo il reintegro immediato dei lavoratori. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti criticano la tendenza di alcune aziende a delocalizzare e automatizzare per ridurre i costi, impoverendo il tessuto economico locale. Nonostante l’attenzione mediatica sulla blue economy, queste scelte rischiano di compromettere diritti e salari, aggravando le disparità. (Diogene Notizie)


