Diogene – Agenzia 15/01/2025

RDC: dall’inizio dell’anno 50mila bambini sfollati per le violenze

DN-EST-150125 – Dall’inizio dell’anno, più di centomila persone, tra cui circa 52mila bambini, sono state costrette a lasciare le loro case a causa dell’aumento della violenza nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Secondo Save the Children, il conflitto in corso ha generato una delle più gravi crisi umanitarie a livello globale, con quasi 7 milioni di sfollati, tra cui almeno 3,5 milioni di bambini, e oltre 26 milioni di persone – pari a circa un quarto della popolazione – che necessitano di assistenza umanitaria. L’accesso umanitario è stato fortemente limitato, con restrizioni che impediscono agli operatori di raggiungere la provincia del Nord Kivu dal 2 gennaio. Nelle ultime settimane sono state segnalate esplosioni a Minova, un centro commerciale che accoglie numerosi sfollati dal Nord Kivu. In questa località, Save the Children sostiene varie scuole attraverso programmi educativi e interviene per affrontare le necessità più urgenti degli sfollati. Nel frattempo, intensi scontri si registrano anche nei pressi di Rubaya, una città rinomata per le miniere di coltan, un minerale cruciale nella produzione di batterie per telefoni cellulari e veicoli elettrici. La crisi umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo rappresenta una delle peggiori degli ultimi decenni. Le condizioni nelle province orientali, come Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, sono ulteriormente peggiorate, con milioni di persone già in condizioni di grave insicurezza alimentare. Il conflitto ha inoltre reso impraticabili diverse strade, costringendo a ritardi significativi nelle missioni umanitarie. Save the Children sottolinea la necessità di un intervento rapido della comunità internazionale per proteggere i civili e prevenire ulteriori violenze. È fondamentale che tutte le parti coinvolte pongano fine alle ostilità, mettano al centro il benessere delle famiglie e garantiscano l’accesso alle aree colpite. L’organizzazione, presente nella Repubblica Democratica del Congo dal 1994, continua a rispondere ai bisogni delle popolazioni colpite dal conflitto nelle regioni orientali del Paese. (Diogene Notizie)


Scoperta nel Punjab pakistano una riserva da 33 tonnellate d’oro

DN-EST-150125 – Il ministro provinciale del Punjab per le Miniere e i Minerali, Sardar Sher Ali Gorchani, ha annunciato che un’indagine condotta nella regione di Attock ha portato alla scoperta di riserve aurifere stimate in 2,8 milioni di tola (pari a circa 33.600 kg). Il Geological Survey del Pakistan ha confermato la presenza delle riserve attraverso un rapporto ufficiale, convalidato successivamente anche dal National Engineering Services Pakistan (NESPAK). Le riserve sono state individuate presso la confluenza del fiume Kabul con il fiume Indo, un’area che promette significativi benefici economici per la regione. Si prevede che il Primo Ministro del Punjab, Maryam Nawaz Sharif, sarà informato ufficialmente della scoperta nelle prossime ore. Un comitato di alto livello è stato istituito per gestire il processo di messa all’asta del progetto, previa approvazione del governo provinciale. Sul fronte dei prezzi, l’oro ha registrato un calo nei mercati pakistani, in linea con la tendenza dei mercati internazionali. Secondo l’All Sindh Sarafa Jewellers Association, il prezzo di un tola (11,66 grammi) è diminuito di 1.400 rupie (circa 4,40 euro), stabilendosi a 277.900 rupie (circa 873 euro). Allo stesso modo, il prezzo per 10 grammi d’oro è sceso di 1.201 rupie (circa 3,80 euro), portandosi a 238.254 rupie (circa 749 euro). A livello internazionale, il valore dell’oro è calato di 14 dollari, raggiungendo i 2.661 dollari (circa 2.430 euro) per oncia (31,1 grammi). Il prezzo dell’argento, invece, è rimasto stabile a 3.350 rupie per tola (circa 10,50 euro per 11,66 grammi). Oltre al suo ruolo come riserva di valore, l’oro è molto richiesto per la produzione di gioielli e beni di lusso. Questa domanda sostiene l’economia, alimentando le attività estrattive, manifatturiere e di commercio al dettaglio, con un impatto significativo su molti settori. (Diogene Notizie)


Carceri italiane: 6 suicidi in 12 giorni e sovraffollamento al 132%

DN-ITA-150125 – Il 2025 si apre con un drammatico bilancio nelle carceri italiane: sei suicidi in 12 giorni, con altri due casi ancora da confermare. Questo dato segue un 2024 già segnato da un record di 90 suicidi tra i detenuti, e il trend rischia di peggiorare, come evidenziato nel rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Il sovraffollamento e le condizioni degradate contribuiscono a un disagio profondo e diffuso tra i detenuti, indipendentemente da età, nazionalità o percorso giudiziario. Le carceri italiane ospitano attualmente 61.852 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.312 posti. Tuttavia, il numero effettivo di posti disponibili è di soli 46.839 a causa dell’inagibilità di molte strutture, portando l’indice di sovraffollamento al 132%. Alcuni istituti, come San Vittore a Milano, superano il 218%, trasformando le prigioni in luoghi di tensione e violenza quotidiana. Episodi gravi, come quello avvenuto a Terni con il sequestro di un agente da parte di un detenuto, sono ormai all’ordine del giorno. Secondo il Garante, 148 istituti su 190 operano oltre la capacità consentita, con il 31% che supera il 150% di affollamento. Questa situazione esaspera il disagio, aumentando il rischio di episodi tragici come i suicidi e le violenze interne. Le denunce dei sindacati della polizia penitenziaria e i richiami delle autorità politiche, come il vicepresidente del gruppo Pd al Senato, Franco Mirabelli, sottolineano l’assenza di interventi strutturali adeguati da parte del governo. Nonostante l’annuncio dell’apertura di un nuovo reparto nel carcere di Padova il 24 gennaio, questa iniziativa appare insufficiente rispetto alla gravità della situazione. Le carceri italiane restano polveriere, dove il sovraffollamento e le condizioni degradanti alimentano una crisi umanitaria ormai cronica. (Diogene Notizie)


Sanità: salta l’accordo sul contratto, bloccate risorse per 581mila lavoratori

DN-ITA-150125 – Il rinnovo del contratto nazionale per il comparto Sanità relativo al triennio 2022-2024, che riguarda oltre 581mila lavoratori del Servizio sanitario nazionale tra infermieri, tecnici, amministrativi e personale sanitario non medico, non ha raggiunto un accordo. La mancanza della maggioranza necessaria tra i sindacati ha bloccato la trattativa con l’Aran. Fials, Cisl e Nursind erano favorevoli alla firma, ma la contrarietà di Cgil, Uil e Nursing Up ha impedito il raggiungimento del quorum del 51%. Il rinnovo contrattuale prevedeva risorse complessive pari a 1,784 miliardi di euro, con un aumento medio mensile di 172,37 euro per tredici mensilità, pari a un incremento del 6,8% rispetto agli attuali salari. Tra le risorse stanziate erano inclusi fondi specifici per indennità: 175 milioni di euro per il pronto soccorso, 35 milioni per la specificità infermieristica e 15 milioni per la tutela del malato. Nonostante i tentativi di mediazione, la trattativa si è arenata, e il mancato accordo impedisce l’applicazione di molte misure che avrebbero potuto migliorare le condizioni lavorative e salariali dei dipendenti. La situazione è ulteriormente complicata dall’imminente periodo di elezioni delle Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu), che potrebbe inasprire il conflitto sindacale e rendere difficile programmare nuovi incontri. L’impasse sul contratto rischia di prolungare l’incertezza per un settore lavorativo già fortemente provato. (Diogene Notizie)


La Spagna revoca agevolazioni per le seconde case turistiche

DN-EST-150125 – La Spagna chiude con le agevolazioni per gli immobili acquistati da stranieri e impone nuove tasse sulle seconde case turistiche, considerate responsabili della crisi abitativa nazionale. Le misure colpiranno soprattutto i circa 200mila cittadini britannici che negli anni hanno investito in proprietà nelle soleggiate regioni iberiche. Il governo di Pedro Sánchez ha deciso di eliminare il programma “Golden Visa”, che consentiva ai cittadini extra UE di ottenere permessi di residenza e lavoro in cambio dell’acquisto di immobili dal valore minimo di 500mila euro, pagando una tassa ridotta del 10%. Dal 3 aprile, i nuovi acquirenti stranieri dovranno affrontare l’intera tassazione, pari al 100% del valore della casa. Questa decisione, inserita nel contesto di un dibattito acceso sull’impatto degli stranieri sul mercato immobiliare, pone fine a un sistema che in passato aveva favorito soprattutto i cittadini britannici. Il premier Sánchez ha sottolineato che molti stranieri, in particolare gli inglesi, non acquistano case per viverci, ma per speculazione. Nel 2023, oltre 27mila stranieri hanno comprato immobili in Spagna, principalmente nelle Baleari e sulla Costa del Sol, contribuendo a un aumento insostenibile dei prezzi. Dalla Brexit, il numero dei britannici registrati come residenti è salito a 284mila, rispetto ai 276mila del 2015, con molti che hanno approfittato delle agevolazioni fiscali. Tuttavia, con i prezzi medi delle case in Europa aumentati del 48% nell’ultimo decennio, il governo spagnolo ritiene necessario un cambio di rotta. La nuova strategia include una tassa che potrebbe raggiungere il 100% del valore della proprietà per i cittadini extra UE che non vivono stabilmente nel Paese. Parallelamente, il governo ha annunciato un piano per affrontare la crisi abitativa: i terreni edificabili saranno trasferiti a un ente pubblico per la costruzione di migliaia di case a prezzi accessibili. Inoltre, oltre 30mila abitazioni rimaste invendute dalla crisi del 2008 saranno ristrutturate e trasformate in alloggi popolari, mentre le case vuote saranno riconvertite per usi abitativi. Questa politica non è unica in Europa, dove sempre più Paesi attribuiscono alle seconde case e agli affitti brevi una parte della responsabilità per la crisi immobiliare. Tuttavia, la Spagna rischia di penalizzare il turismo, uno dei settori più rilevanti della sua economia: solo nella prima metà del 2023, il Paese ha accolto oltre 42 milioni di visitatori, con nove milioni concentrati nel mese di giugno. (Diogene Notizie)


Povertà in Francia: 10 milioni di persone dimenticate da politiche frammentarie

DN-EST-150125 – In Francia, oltre 9 milioni di persone, pari al 14,4% della popolazione, vivono in condizioni di povertà. Se si includono i dipartimenti d’oltremare, il numero supera i 10 milioni. Questo nonostante una spesa annuale di 51 miliardi di euro destinata alla lotta alla povertà, che arriva a 90 miliardi se si considerano le spese indirette per sanità, istruzione e giustizia. A questa cifra si aggiungono gli sforzi delle associazioni e l’impegno di centinaia di migliaia di volontari attivi in tutto il Paese. Da circa due decenni, la povertà in Francia ha smesso di diminuire. Dal 2004 si registra un lento ma costante aumento, come confermano i più recenti dati INSEE del 2022. Le manifestazioni della povertà sono sempre più diversificate, rendendo necessario un approccio che ne consideri la complessità. È più appropriato parlare di “povertà” al plurale, poiché le soluzioni richiedono politiche più articolate, strutturate e partecipative, con una chiara definizione delle responsabilità e una gestione più efficiente. L’attuale strategia di contrasto alla povertà si concentra sulla piena occupazione, un obiettivo certamente valido, ma non sufficiente. Non sempre avere un lavoro significa uscire dalla povertà, e molte persone restano escluse dal mercato del lavoro per cause che non dipendono da loro, come la mancanza di servizi per l’infanzia, la distanza geografica dal luogo di lavoro, o l’analfabetismo. Le politiche pubbliche giocano un ruolo cruciale nel determinare il livello di povertà. Misure come la definizione del salario minimo, i minimi sociali, i contratti sovvenzionati e le rivalutazioni di pensioni e sussidi influiscono direttamente sulle condizioni di vita delle persone più vulnerabili, che risentono in modo acuto delle fluttuazioni dei prezzi. Inoltre, lo Stato stesso contribuisce alla povertà all’interno della sua forza lavoro: 250.000 dipendenti pubblici lavorano part-time, spesso con orari irregolari. La politica di lotta alla povertà soffre di una mancanza di visione globale. È fondamentale creare sinergie tra diversi ambiti come edilizia sociale, occupazione e sanità per ottenere risultati concreti. Un approccio integrato dovrebbe valutare l’impatto di ogni progetto sulle fasce più povere della popolazione, garantendo che le politiche adottate siano coerenti e orientate alla riduzione delle disuguaglianze. (Diogene Notizie)


Belgio: oltre 36.000 associazioni cancellate nel 2024 per norme troppo complesse

DN-EST-150125 – Nel 2024, oltre 36.000 associazioni senza scopo di lucro (ASBL) in Belgio sono state cancellate dal registro fiscale a causa del mancato rispetto degli obblighi relativi al registro UBO (Ultimate Beneficial Owner). Questa misura antiriciclaggio richiede la dichiarazione dei beneficiari effettivi di un’entità giuridica. Tuttavia, molte piccole associazioni hanno trovato il processo di conformità troppo complesso, portando a una significativa “mortalità amministrativa” nel settore associativo belga. Il registro UBO è stato introdotto per aumentare la trasparenza e combattere il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, obbligando le entità giuridiche a dichiarare chi detiene il controllo o la proprietà effettiva. La mancata registrazione o l’inesattezza delle informazioni possono comportare sanzioni, inclusa la radiazione dal registro fiscale. Le piccole ASBL, spesso gestite da volontari con risorse limitate, hanno incontrato difficoltà nel comprendere e adempiere a questi obblighi complessi. La mancanza di supporto adeguato e la complessità burocratica hanno contribuito a questa ondata di cancellazioni, sollevando preoccupazioni sul futuro del settore associativo in Belgio. Per affrontare questa situazione, sarebbe opportuno che le autorità fornissero maggiore assistenza e chiarimenti alle piccole associazioni riguardo agli obblighi UBO, semplificando le procedure e offrendo supporto formativo per garantire la conformità senza compromettere l’esistenza di organizzazioni che svolgono un ruolo cruciale nella società civile belga. (Diogene Notizie)


Mali: il governo sequestra le risorse d’oro della compagnia canadese Barrik Gold

DN-EST-150125 – il governo del Mali ha inviato un elicottero speciale al sito minerario di Loulo-Gounkoto, uno dei principali giacimenti d’oro del paese, per dare esecuzione a un ordine di sequestro contro la compagnia canadese Barrick Gold. Questa multinazionale, tra le più grandi al mondo nel settore minerario, gestisce l’estrazione di una risorsa fondamentale per l’economia locale. In un comunicato interno, Barrick Gold ha confermato il sequestro senza però fornire dettagli sulla quantità di oro confiscata. Tuttavia, fonti industriali, tra cui l’agenzia Reuters, riferiscono che le autorità avrebbero requisito circa tre tonnellate d’oro, per un valore stimato di 245 milioni di dollari. “Questa situazione rappresenta un ulteriore ostacolo alle nostre esportazioni e interrompe il normale svolgimento delle attività operative”, ha dichiarato Sebastiaan Bock, responsabile delle operazioni di Barrick per Africa e Medio Oriente. Da oltre sette settimane, infatti, la compagnia non riesce a esportare quanto prodotto. Questo blocco, secondo alcune analisi, potrebbe essere legato a dispute fiscali o alla volontà del governo maliano di ottenere maggiori benefici economici dalle risorse minerarie sfruttate da compagnie straniere, una dinamica comune in molti paesi ricchi di materie prime ma economicamente fragili. Di fronte a una situazione sempre più critica, con il personale di supervisione ancora sotto detenzione e un mandato di arresto nazionale emesso contro l’amministratore delegato Mark Bristow, Barrick Gold potrebbe essere costretta a interrompere temporaneamente le operazioni in Mali. “Se non si troverà una rapida soluzione”, ha avvertito la compagnia in un memorandum interno diffuso domenica 12 gennaio, questa potrebbe essere l’unica strada percorribile. Loulo-Gounkoto, che contribuisce per circa il 14% alla produzione totale di Barrick Gold, è anche una fonte di lavoro per quasi 8.000 persone. La sospensione delle operazioni avrebbe quindi un impatto devastante non solo sull’azienda, ma anche sull’economia locale, già gravemente segnata da instabilità politica e sociale. (Diogene Notizie)


Boom dei media cinesi: profitti per 500 miliardi di dollari nel 2024

DN-EST-150125 – L’industria cinese dei media ha registrato un incremento degli utili dell’8,3%, superando i 3.000 miliardi di yuan, equivalenti a circa 500 miliardi di dollari. Questo dato emerge dal rapporto annuale in lingua inglese intitolato “Development of News Media in China, 2024”, pubblicato dalla China Journalists Association. Il documento, che si sviluppa su 59 pagine, analizza aspetti come ricavi, forza lavoro, evoluzione tecnologica e contenuti, dipingendo un quadro di un mercato ampio e in costante fermento. Secondo il rapporto, il 2024 ha visto una significativa crescita del settore, con ricavi complessivi pari a 3.150 miliardi di yuan (circa 500 miliardi di dollari). Inoltre, il testo sottolinea come la Cina, leader globale nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), stia integrando rapidamente innovazioni tecnologiche anche nel comparto dei media. Grazie all’espansione dell’industria cinese di Internet, i vari media hanno saputo sfruttare le piattaforme digitali per ottimizzare qualità ed efficienza, potenziare la comunicazione su più canali e riorganizzare le dinamiche di produzione e consumo. L’adozione di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, ha contribuito ulteriormente alla crescita del settore. A maggio 2024, si contavano 3.606 servizi di informazione su Internet, che offrivano 14.228 licenze operative: 1.912 siti web, 3.294 applicazioni e 8.862 account pubblici. Nel 2023, la stampa ha registrato 26,01 miliardi di copie di giornali stampate in tutta la Cina, per un totale di 69,37 miliardi di pagine. Gli abbonamenti hanno generato un valore complessivo di 35,57 miliardi di yuan, con 325.000 edizioni pubblicate e una distribuzione annua di 25,84 miliardi di copie. Il panorama editoriale comprendeva 1.599 giornali generalisti, 109 pubblicazioni legate a radio e televisione e 697 giornali universitari. Tra i generalisti, 490 erano affiliati al partito, 318 giornali locali o cittadini (inclusi quotidiani e giornali della sera), mentre 585 si concentravano su temi specifici come economia, agricoltura, sanità, arte e industria. Altri 71 giornali si dedicavano a temi di lifestyle, salute e consumi. Nel settore radio-televisivo, il rapporto rileva che alla fine del 2023 operavano oltre 50.000 istituzioni che fornivano servizi radiofonici, televisivi e audiovisivi online. Tra queste, 2.521 erano istituti di radiodiffusione e televisione, mentre 2.099 operavano a livello locale, comprese stazioni di contea e centri media convergenti. Il rapporto sottolinea come i flussi di ricavi per stampa, radio e televisione si stiano progressivamente spostando dai canali tradizionali verso piattaforme più diversificate. La pubblicità digitale e altre fonti di entrate rappresentano ormai una parte consistente del modello economico del settore, evidenziando una trasformazione strutturale guidata dall’innovazione tecnologica e dalle nuove abitudini di consumo. (Diogene Notizie)


El Salvador: un quarto dei lavoratori domestici vive con 3,3 dollari al giorno

DN-EST-150125 – La povertà interessa oltre 30.000 lavoratori domestici in El Salvador, pari al 24% del totale, come riportato oggi in un’indagine del Ministero del Lavoro. Lo studio conferma i dati della Banca Centrale di Riserva (BCR), secondo cui i dipendenti domestici ricevono salari compresi tra 100 e 200 dollari al mese, equivalenti a 3,33-6,66 dollari al giorno. Questi compensi non solo sono inferiori alla media nazionale, ma risultano anche al di sotto del salario minimo previsto. Secondo il documento redatto dall’Unità di informazione sul mercato del lavoro (UIMEL), nel 2023 erano circa 140.254 le persone impiegate come lavoratori domestici retribuiti. Di queste, il 22,4% viveva in condizioni di povertà, una percentuale che si traduce in circa 31.416 individui, come rivelato dall’indagine EHPM (Household and Multiple Purpose Survey). Tra questi, il 3,8% vive in condizioni di povertà estrema, con privazioni particolarmente gravi. La UIMEL attribuisce tali livelli di povertà ai salari troppo bassi, che non permettono a molti lavoratori domestici di acquistare il Paniere alimentare di base (CBA), stimato in almeno 500 dollari mensili. L’aumento del salario minimo rimane una questione irrisolta in El Salvador. Secondo diversi analisti, la mancata revisione di questa soglia riflette le difficoltà economiche del paese, nonostante i proclami di progresso economico. Ad oggi, El Salvador è l’unico paese dell’America Centrale a non aver aumentato il salario minimo per i lavoratori domestici, un dato che smentisce la narrativa ufficiale sui miglioramenti economici. Con gli attuali livelli di retribuzione, è difficile per i salvadoregni far fronte alle spese essenziali. Molti riescono a sopravvivere solo grazie alle rimesse inviate dall’estero, che vengono destinate principalmente all’acquisto di cibo, al pagamento dell’affitto e ad altre necessità di base. (Diogene Notizie)