Diogene – Agenzia 09/01/2025

Agricoltura in Europa: 9 milioni di aziende, 13 milioni di lavoratori

DN-ECO-090125 – Nell’Unione Europea si contano circa 9,1 milioni di aziende agricole, che impiegano complessivamente oltre 13 milioni di lavoratori. Tra queste, il 64% è costituito da piccole realtà con meno di 5 ettari di superficie, mentre il 29% si estende tra i 5 e i 50 ettari, e solo il 7% supera i 50 ettari. A livello geografico, il 32% delle aziende agricole si concentra in Romania, il 14% in Polonia, il 12% in Italia, il 10% in Spagna, il 6% in Grecia, e il restante 26% è distribuito tra gli altri Paesi membri. Questi dati provengono dal libretto “Uno sguardo alle aziende agricole europee: risultati del censimento agricolo”, realizzato dall’ufficio di statistica Eurostat. Il documento offre una panoramica dettagliata sul settore agricolo europeo, comprese le attività svolte e le persone coinvolte. Dal censimento emerge che solo il 6% dei gestori agricoli ha meno di 35 anni, mentre le fasce d’età maggiormente rappresentate sono quelle tra i 45 e i 54 anni (22%) e tra i 55 e i 64 anni (24%). Oltre un terzo dei gestori (33%) ha più di 65 anni. Inoltre, nel 48% dei casi il proprietario e il gestore coincidono. Per quanto riguarda i lavoratori, il 72% è composto da membri della famiglia, con una netta prevalenza maschile (68%) rispetto a quella femminile (32%). Il censimento, condotto ogni dieci anni, ha anche rivelato che il 38% delle aziende agricole produce alimenti destinati al consumo personale. Sull’utilizzo dei terreni, il 62,3% è impiegato per colture arabili e seminate, il 30,5% è destinato a prati permanenti, mentre poco più del 7% ospita colture permanenti come vigneti, oliveti o frutteti. Nelle 32 pagine della pubblicazione, Eurostat ha inserito grafici e statistiche che coprono i 27 Paesi dell’Unione Europea, fornendo una visione d’insieme del settore. (Diogene Notizie)


Crisi delle carceri: suicidi e violenze segnano un inizio d’anno drammatico

DN-ITA-090125 – Due episodi drammatici nel carcere di Paola, in Calabria: un detenuto del reparto isolamento e un impiegato in caserma si sono tolti la vita a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Questi eventi rappresentano l’ennesimo segnale di una crisi profonda che coinvolge il sistema carcerario italiano. Il 2025 si apre con dati allarmanti: secondo Ristretti Orizzonti, già quattro persone si sono suicidate dall’inizio dell’anno, una ogni due giorni. Tra le vittime si annoverano Salem Ibrahim Khaled, morto il 3 gennaio a Sollicciano, un giovane di origini marocchine deceduto in ospedale a Modena il 4 gennaio, e Andrea Paltrinieri, un uomo di 49 anni che si è tolto la vita nello stesso carcere il 7 gennaio. Sempre il 7 gennaio, un suicidio ha colpito una Rems in Irpinia, struttura destinata a persone con problemi psichiatrici. Il bilancio del 2024 era stato altrettanto drammatico, con 90 suicidi tra i detenuti, il numero più alto degli ultimi trent’anni. A questo si aggiungono episodi di violenza e tensione che continuano a caratterizzare gli istituti penitenziari: a Trani un ispettore di polizia penitenziaria è stato aggredito, mentre ad Avellino è stata sventata una tentata evasione. I fatti di Paola sollevano interrogativi urgenti sulla condizione in cui vivono i detenuti e sulle difficoltà operative del personale carcerario, amministrativo e di polizia penitenziaria. Le circostanze di queste tragedie sottolineano la necessità di affrontare con serietà le criticità di un sistema che sembra incapace di garantire condizioni dignitose sia per chi sconta una pena sia per chi lavora all’interno delle strutture. (Diogene Notizie)


Unicef: a Gaza 74 bambini uccisi in una settimana: crisi umanitaria fuori controllo

DN-EST-090125 – Nei primi sette giorni del 2025, almeno 74 bambini sono stati uccisi nella Striscia di Gaza a causa della continua escalation di violenza, secondo le segnalazioni. Le vittime si registrano in diversi episodi, tra cui attacchi notturni a Gaza City, Khan Younis e Al Mawasi, una zona che era stata indicata unilateralmente come “sicura” nel sud della regione. L’episodio più recente, verificatosi ieri ad Al Mawasi, ha causato la morte di 5 bambini. La denuncia arriva dall’Unicef. La situazione umanitaria a Gaza appare ormai fuori controllo. Più di un milione di bambini vive in tende di fortuna, mentre molte famiglie sono state sfollate negli ultimi 15 mesi. La combinazione tra la mancanza di rifugi adeguati e le temperature invernali rappresenta una grave minaccia, soprattutto per i più piccoli. Dal 26 dicembre, almeno 8 neonati sarebbero morti per ipotermia, un rischio mortale per i bambini che non riescono a regolare la propria temperatura corporea. L’accesso agli aiuti umanitari è drammaticamente insufficiente. Il numero di camion con aiuti che riescono a entrare a Gaza non copre minimamente i bisogni essenziali della popolazione. L’ordine civile si è in gran parte dissolto, con episodi di saccheggi che colpiscono anche i beni umanitari. Sul fronte sanitario, la situazione è altrettanto critica: i pochi ospedali ancora operativi sono al collasso. La distruzione delle infrastrutture civili ha reso difficile per le famiglie ottenere cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria di base. L’ospedale Kamal Adwan, l’unica struttura medica con un’unità pediatrica nel nord di Gaza, ha cessato le operazioni dopo un raid avvenuto alla fine del mese scorso, aggravando ulteriormente la crisi sanitaria. L’Unicef sottolinea l’urgenza di un cessate il fuoco e chiede alle parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto umanitario internazionale, che includono la cessazione degli attacchi ai civili, agli operatori umanitari e alle infrastrutture civili, oltre a garantire un accesso umanitario rapido e senza ostacoli per rispondere ai bisogni più urgenti della popolazione. (Diogene Notizie)


Cgil Terni: invecchiamento, povertà e lavoro precario tra le sfide del 2025

DN-ITA-090125 – I dati relativi al 2024 per la provincia di Terni evidenziano una situazione critica, in netto contrasto con gli ottimistici annunci della campagna elettorale appena conclusa. Tra i principali problemi emergono l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento, la povertà e la qualità del lavoro. L’Umbria, e in particolare la provincia di Terni, si collocano tra le aree più colpite in Italia da queste problematiche. Uno degli aspetti più critici è il rapporto tra la popolazione anziana e quella giovane. Nel Ternano, l’indice di invecchiamento – che misura il numero di over 65 ogni 100 under 15 – raggiunge il 284%, ben al di sopra della media nazionale del 193%. Questo squilibrio demografico evidenzia un fenomeno strutturale che richiede un cambio di rotta significativo, sia in termini di consapevolezza da parte delle istituzioni sia nell’adozione di politiche capaci di invertire questa tendenza. Sul fronte occupazionale, la provincia conta circa 85mila persone attive, pari al 39% della popolazione totale di 216mila abitanti. Sebbene si registri un leggero miglioramento nei numeri dell’occupazione, aumentano gli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione, mentre le retribuzioni medie restano più basse rispetto agli anni precedenti. A ciò si aggiunge la situazione dei pensionati: su 66mila persone in pensione, la metà percepisce meno di 1.400 euro lordi al mese, con circa 20mila pensionati che non superano i 1.000 euro lordi mensili. Nel restante 30% della popolazione inattiva, cresce il numero dei NEET, persone che non lavorano e hanno smesso di cercare occupazione. Alla luce di queste criticità, la Cgil di Terni ha individuato quattro ambiti fondamentali su cui intervenire: lavoro, salute, sviluppo e welfare. È urgente affrontare la povertà crescente, che ormai colpisce anche lavoratori e pensionati, spingendo molti nuclei familiari sotto la soglia di povertà. (Diogene Notizie)


Microfinanza in India: crescita record e nuove sfide per il settore

DN-EST-090125 – Il settore delle istituzioni di microfinanza (MFI) ha registrato una crescita significativa negli ultimi dodici anni, con il fatturato che è passato da 17.264 crore di rupie (1,899 miliardi di euro) a marzo 2012 a 3,93 lakh crore di rupie (43,23 miliardi di euro) a novembre 2024. Questo aumento, pari a oltre il 2176%, è stato evidenziato durante un incontro presieduto dal Segretario del Dipartimento dei Servizi Finanziari (DFS) del Ministero delle Finanze, M Nagaraju, a Nuova Delhi. Alla riunione hanno partecipato rappresentanti di MFIN, Sa-Dhan e altre istituzioni di microfinanza, oltre a funzionari del DFS. L’incontro aveva lo scopo di favorire un dialogo aperto per promuovere il settore della microfinanza, con un focus sull’espansione del supporto finanziario alle famiglie a basso reddito nei villaggi e sul miglioramento delle loro condizioni di vita. Attualmente, gli MFI operano in oltre 723 distretti in India, inclusi 111 distretti prioritari, distribuiti in 28 stati e 8 territori dell’Unione. Il settore soddisfa le esigenze finanziarie di circa 8 crore di mutuatari, contribuendo al 2,03% del valore aggiunto lordo al PIL e sostenendo 1,3 crore di posti di lavoro. Durante la riunione sono state discusse anche le principali sfide affrontate dagli MFI, tra cui la difficoltà nel reperire fondi a basso costo e a lungo termine, nonché l’impatto sulla qualità del portafoglio a causa della riduzione dei prestiti al settore. Gli MFI hanno avanzato proposte per introdurre schemi di garanzia del credito, creare fondi specifici per le regioni del Nord-Est e allentare alcune normative per consentire una maggiore diversificazione del rischio. Il Segretario del DFS ha sottolineato l’importanza di rendere il settore della microfinanza più solido e finanziariamente stabile, in grado di rispondere meglio ai bisogni delle aree rurali. Tra le priorità indicate vi sono il rafforzamento della governance, la promozione del rimborso digitale dei prestiti e l’adozione di infrastrutture IT resilienti per garantire la sicurezza informatica. Inoltre, è stato ribadito il ruolo cruciale degli MFI nel favorire l’inclusione finanziaria e l’impatto positivo che hanno sulla vita delle comunità rurali. (Diogene Notizie)


La crisi del Chaku in Nepal: tradizione minacciata dalla migrazione

DN-EST-090125 – L’industria tradizionale del Chaku in Nepal, un dolce a base di melassa di jaggery, sta affrontando una crescente crisi a causa della carenza di manodopera, minacciando di ampliare il divario tra domanda e offerta nei prossimi anni. Tokha, un’antica città nella valle di Kathmandu famosa per la produzione di melassa di alta qualità, ospita circa 15 industrie dedicate, ma la tendenza dei giovani a migrare all’estero per migliori opportunità sta mettendo a rischio questa tradizione secolare. Il processo di produzione del Chaku, un’attività stagionale che dura solo due mesi l’anno, richiede un’intensa manodopera per trasformare lo jaggery in melassa attraverso tecniche tradizionali. Tuttavia, molte fabbriche stanno riducendo il personale: l’anno scorso, una fabbrica a Tokha impiegava 20 persone, ma ora ne conta solo 11, con i membri della famiglia coinvolti per sostenere l’attività. La crescente emigrazione sta aggravando la situazione, rendendo difficile mantenere il ritmo della crescente domanda. Secondo il Dipartimento per l’occupazione estera, il Nepal ha registrato un record di 83.933 permessi di lavoro emessi in un solo mese (novembre-dicembre 2024), con destinazioni principali come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar. Questo aumento della migrazione ha contribuito a una crescita significativa delle rimesse, che nei primi quattro mesi dell’attuale anno fiscale hanno raggiunto 521,63 miliardi di rupie, con oltre il 70% proveniente dai paesi del Golfo. Tuttavia, questa tendenza sottrae forza lavoro alle industrie locali, come quella del Chaku, che già affrontano difficoltà per reperire personale qualificato. La combinazione di emigrazione e cambiamenti sociali sta mettendo a rischio l’eredità culturale di Tokha, un luogo in cui la produzione di Chaku è radicata nella tradizione Newa e ha un significato particolare durante festività come il Maghe Sakranti. Senza interventi mirati per sostenere queste industrie e affrontare la carenza di manodopera, il futuro di questa attività rischia di diventare sempre più incerto. (Diogene Notizie)


Berlino: donna musulmana fa causa per guidare con il niqab

DN-EST-090125 – A Berlino, una donna musulmana ha intrapreso un’azione legale contro lo Stato per ottenere il permesso di guidare indossando il niqab, un velo che copre il volto lasciando scoperti solo gli occhi. L’autorità stradale competente ha finora negato la richiesta, spingendo la donna a presentare ricorso, sostenendo che il divieto viola le sue convinzioni religiose e i suoi diritti fondamentali. Il caso sarà esaminato dal tribunale amministrativo di Berlino il 15 gennaio, giorno in cui è attesa anche una decisione. La corte ha disposto che la ricorrente si presenti personalmente all’udienza. La donna richiede una deroga al divieto di coprirsi il viso durante la guida, previsto dal codice della strada, che stabilisce che i conducenti devono essere riconoscibili. Tuttavia, il regolamento prevede che le autorità possano autorizzare eccezioni in circostanze particolari. La questione del niqab alla guida è stata già affrontata in Germania in passato. Nell’agosto 2024, il Tribunale amministrativo superiore di Coblenza, in Renania-Palatinato, ha respinto un caso simile, ritenendo infondata la richiesta di un’esenzione al divieto. Anche in questo caso, il tema centrale rimane il bilanciamento tra il rispetto delle norme stradali e le convinzioni religiose della ricorrente. (Diogene Notizie)


Etiopia: la borsa valori riapre dopo 50 anni per attrarre investimenti

DN-ECO-090125 – L’Etiopia si prepara a rilanciare una borsa valori dopo oltre cinquant’anni, nel tentativo di attrarre investimenti e stimolare la crescita economica. L’apertura, prevista per venerdì, segna un passo significativo per la nazione, che sta cercando di lasciarsi alle spalle anni di conflitti e difficoltà economiche. La nuova Ethiopian Securities Exchange debutterà con la vendita di azioni di Ethio Telecom, gestita da Ethiopia Investment Holdings, che mira a raccogliere fino a 30 miliardi di birr (circa 234 milioni di dollari) attraverso un’offerta pubblica iniziale. Negli ultimi dieci anni, l’Etiopia, la seconda nazione più popolosa dell’Africa, ha registrato una crescita media dell’8% annuo, nonostante una guerra civile che ha causato 600.000 vittime. Dopo l’accordo di pace del 2022, il governo del primo ministro Abiy Ahmed ha adottato diverse misure per attrarre investitori stranieri, inclusa l’apertura del mercato dei capitali e la rimozione del controllo valutario, sbloccando 20 miliardi di dollari di finanziamenti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Il piano ambizioso prevede di quotare fino a 50 società nei prossimi cinque anni, anche attraverso modalità di introduzione diretta senza IPO. Tuttavia, il paese affronta diverse sfide: il sistema finanziario è ancora poco sviluppato, con l’assenza di broker e depositari per la borsa, e le riserve valutarie rimangono limitate a soli 1,5 miliardi di dollari a marzo 2024. Le recenti tensioni etniche nelle regioni di Oromia e Amhara e il difficile contesto macroeconomico rappresentano ulteriori ostacoli per il governo nel creare un ambiente stabile per gli investitori. Per contrastare i rischi associati a flussi di capitali speculativi, il governo sta introducendo normative che imporranno periodi minimi di investimento. Inoltre, le riforme hanno permesso alle banche straniere di operare in Etiopia e agli investitori esteri di entrare nei settori delle esportazioni agricole, trasporti, logistica e commercio al dettaglio. Nonostante queste iniziative, permangono dubbi sull’efficacia della governance e sulla capacità del governo di ristabilire il controllo politico centrale. La ristrutturazione degli eurobond da 1 miliardo di dollari del paese sarà un ulteriore fattore che influenzerà il sentiment degli investitori. La nuova borsa rappresenta un’opportunità significativa per il paese, ma il successo dipenderà dalla capacità di affrontare le sfide economiche e politiche ancora irrisolte. (Diogene Notizie)


Seplat Energy rilancia il petrolio onshore in Nigeria con 400 pozzi riattivati

DN-ECO-090125 – Seplat Energy, una delle principali aziende petrolifere nigeriane, sta pianificando di riattivare 400 pozzi inattivi per raggiungere una produzione di oltre 120.000 barili al giorno nei prossimi mesi. Questa iniziativa segue l’acquisizione, per 1,28 miliardi di dollari, delle attività locali di ExxonMobil, consolidando Seplat come uno dei maggiori produttori nazionali. L’acquisto comprende 11 blocchi petroliferi onshore, 48 giacimenti, tre terminali di esportazione e cinque impianti di lavorazione del gas, rappresentando il 16% della capacità produttiva del paese. La compagnia mira a più che raddoppiare la produzione attuale, passando da 50.000 a 120.000 barili al giorno entro sei mesi. La strategia prevede investimenti significativi per riportare in funzione i pozzi inattivi, che rappresentano i due terzi delle risorse perforate. Questo piano è in linea con l’obiettivo del governo nigeriano di incrementare la produzione di petrolio per rafforzare la valuta locale e generare introiti in dollari. L’acquisizione di Seplat avviene in un contesto di ritiro delle grandi compagnie internazionali dal settore onshore nigeriano, afflitto da decenni di danni ambientali e calo della produzione. Gruppi come Shell, Eni ed ExxonMobil hanno dismesso le loro attività, attirando compagnie locali come Seplat, che puntano sulla conoscenza del territorio e su una migliore relazione con le comunità locali per sfruttare il potenziale dei giacimenti. Nonostante alcuni critici considerino queste attività come beni ormai esauriti, Seplat ritiene che ci siano ancora ampie opportunità di sviluppo e riserve non sfruttate. L’azienda sta collaborando con la Nigerian National Petroleum Company Limited (NNPC) per ottimizzare le operazioni, nonostante le storiche difficoltà legate alla gestione e trasparenza dell’ente statale. Il governo nigeriano, sotto la guida del presidente Bola Tinubu, ha accelerato le approvazioni per i disinvestimenti delle compagnie straniere, evidenziando una crescente fiducia nella capacità delle imprese locali di gestire le risorse petrolifere del paese. Inoltre, la preferenza delle compagnie internazionali per i giacimenti offshore, considerati meno problematici dal punto di vista ambientale, ha lasciato spazio alle imprese nigeriane per espandersi nel settore onshore. Con questa acquisizione e il piano di espansione, Seplat punta a consolidare la sua posizione come leader nel settore petrolifero nigeriano, sfruttando le opportunità offerte dal ritiro delle multinazionali e cercando di superare le sfide legate alle infrastrutture e alla gestione locale. (Diogene Notizie)


Marajo rilancia l’estrazione della gomma per salvare la foresta amazzonica

L’isola amazzonica di Marajo, nel Brasile settentrionale, sta vivendo una rinascita nell’estrazione della gomma grazie all’iniziativa dell’azienda locale Seringo. Questa attività, che un tempo prosperava durante il boom della gomma amazzonica, aveva subito un declino alla fine del XX secolo, ma ora sta creando posti di lavoro per circa 1.500 raccoglitori. L’obiettivo di Seringo è proteggere la foresta amazzonica e sviluppare una bioeconomia sostenibile, producendo calzature biodegradabili e promuovendo l’artigianato locale. La raccolta del lattice dagli alberi della gomma, un processo delicato che richiede attenzione per preservare gli alberi, sta tornando a essere una fonte di reddito per molte famiglie a Marajo. Ogni giorno, i raccoglitori estraggono e lavorano il lattice, che viene venduto a Seringo per la produzione di scarpe biodegradabili, composte al 70% di gomma e al 30% di polvere di acai. L’azienda, con una fabbrica a Castanhal, produce attualmente 200 paia di scarpe al giorno e mira ad aumentare il numero di raccoglitori coinvolti fino a 10.000, con il sostegno del governo dello stato di Para. La deforestazione, un problema storico nell’area, aveva accelerato con il crollo della domanda globale di gomma amazzonica, ma ora l’estrazione sostenibile rappresenta un’alternativa concreta per generare reddito senza danneggiare l’ambiente. Il programma di Seringo si inserisce in una strategia di sviluppo sostenibile che punta a preservare la foresta e migliorare le condizioni di vita nella regione, che registra alcuni dei peggiori indici di sviluppo umano in Brasile. Tuttavia, permangono sfide significative. Molti giovani non sono attratti da questa attività, rendendo necessario sensibilizzare sull’importanza della raccolta della gomma per la protezione della foresta e il futuro della regione. L’iniziativa di Seringo è anche legata alla COP30, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si terrà a Belem a novembre, evidenziando il ruolo cruciale della bioeconomia nella lotta alla deforestazione e nel miglioramento della sostenibilità. (Diogene Notizie)