mercoledì, Febbraio 11, 2026

Clima: entro il 2100 a rischio fino a metà dei pascoli

La cosa più interessante di questa ricerca non è l’ennesimo “il clima cambia, l’agricoltura soffre”. È il modo in cui mette un perimetro netto a una parola che usiamo sempre in modo vago: pascolo. I pascoli oggi coprono circa un terzo delle terre emerse e sono, di fatto, il più grande sistema produttivo zootecnico del mondo.

Il nuovo studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research, appena pubblicato su PNAS, prova a dire: in quali condizioni climatiche il pascolo “funziona” davvero e cosa succede quando quelle condizioni si spostano o si restringono.

Per farlo, gli autori definiscono una sorta di “spazio climatico favorevole” per il pascolo di bovini, ovini e caprini: una finestra in cui, storicamente, i sistemi pastorali riescono a prosperare perché temperatura, piogge, umidità e vento restano entro un intervallo tollerabile.

Il risultato ha un’implicazione immediata: se il riscaldamento globale spinge vaste aree oltre quel limite, non è che il pascolo “scompare” all’improvviso; diventa meno affidabile, più rischioso, più costoso, finché in molti luoghi smette di essere una base di sostentamento.

E qui arrivano i numeri che contano, perché non sono slogan: a seconda degli scenari di emissioni, entro il 2100 circa il 36–50% delle aree oggi climaticamente idonee al pascolo potrebbe perdere utilizzabilità. Non è una statistica astratta: significa un impatto stimato su oltre 100 milioni di persone che vivono di allevamento pastorale e fino a 1,6 miliardi di animali al pascolo.

Il cuore politico della ricerca sta nel dove. Il lavoro segnala l’Africa come particolarmente esposta: molte regioni sono già oggi vicino al bordo “caldo” di quella finestra, quindi basta ulteriore riscaldamento per spingere le condizioni oltre la soglia.

Nello scenario a basse emissioni la riduzione delle aree idonee viene stimata intorno al 16%, ma se le emissioni continuano ad aumentare il calo può arrivare fino a circa il 65%. È un dato che pesa perché racconta una dinamica quasi geometrica: le zone favorevoli tendono a spostarsi verso sud, ma il continente a sud finisce. Quando la fascia climatica “buona” scivola oltre terra, non trovi nuove praterie; trovi oceano.

È anche per questo che gli autori insistono su un punto spesso sottovalutato: molte delle strategie di adattamento considerate “classiche” nel pastoralismo potrebbero non bastare più. Cambiare specie allevate, combinare mandrie diverse, spostarsi stagionalmente sono pratiche costruite in secoli di convivenza con la variabilità.

Ma qui la variabilità non è più solo stagionale o ciclica: è uno spostamento di fondo della geografia climatica. Se la mappa si restringe e migra, anche la migliore gestione locale rischia di diventare una rincorsa senza traguardo.

Il rischio, allora, non si limita alla produzione di carne o latte. Quando il pascolo perde stabilità, si incrina un sistema che per milioni di famiglie è anche risparmio, sicurezza alimentare, identità, accesso alla terra. La pressione si trasferisce altrove: più competizione per acqua e suoli, più fragilità economica, più spostamenti forzati. E inevitabilmente cresce la tentazione di risposte “tecniche” che, da sole, non reggono se la cornice climatica continua a peggiorare.

La conclusione dello studio, detta senza enfasi, è una di quelle che non piacciono perché riducono gli alibi: per limitare i rischi sull’allevamento al pascolo bisogna ridurre rapidamente le emissioni, cioè uscire dai combustibili fossili, perché è l’unico modo per evitare che la finestra climatica si chiuda davvero.

In altre parole: qui l’adattamento è necessario, ma senza mitigazione diventa un modo elegante per descrivere una perdita annunciata.

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