Ieri a Uppsala, in Svezia, Armand Duplantis ha stabilito il nuovo record del mondo del salto con l’asta, superando 6 metri e 31 centimetri al meeting indoor Mondo Classic. È il quindicesimo record mondiale migliorato dallo svedese dal 2020, un centimetro oltre il suo precedente primato. (ndr)
C’è un momento, amico, un momento lungo come una notte americana piena di neon e benzina, dopo mesi di allenamento e muscoli tesi e fiato conservato come una preghiera sporca nel petto, in cui il dubbio arriva lo stesso, arriva sempre, ti batte sulla spalla e dice: e adesso?
Davanti hai una striscia di pista, poche decine di metri, un’asta in mano, una linea sottile sospesa a 6 metri e 31, una misura pazza, una misura da grattacielo intimo, da sogno verticale, da bestemmia lanciata contro la gravità. Un centimetro più in basso ci sei già stato, sì, l’hai già fatto, ma ogni volta è come la prima volta e ogni volta sei di nuovo solo davanti all’aria.
Quel minuto prima della corsa non è un minuto. È la vita intera che si stringe in un nodo. Non è quando muori che ti passa davanti tutto. È quando vivi e sei lì, davanti all’ostacolo, e non sai se il tuo corpo sarà all’altezza della promessa che hai fatto a te stesso. La gravità ti chiama per nome, ti dice torna giù, resta qui, resta nella terra bassa dei contabili, dei soldati, dei generali, dei trafficanti, dei prudenti, dei realisti, di tutta questa tribù triste che ha fatto del limite una religione.
La senti addosso quella forza, eccome se la senti, altro che equazioni, altro che quantistica, altro che le eleganze dei fisici: tu la senti nelle ossa, nelle ginocchia, nella schiena, in tutto ciò che il mondo usa per tenerti fermo. È il peso di questa schifosa e meravigliosa terra, il peso delle armi, del denaro, dei morti, delle vanità in giacca e cravatta, delle città che bruciano, dei bambini sepolti nelle macerie, dei mercati che aprono e chiudono come se il sangue fosse una valuta tra le altre.
È il peso di un’epoca che ci vuole docili, impiegati del possibile, piccoli schiavi ben pettinati del consentito, buoni a spalare carbone nel sottosuolo mentre sopra, molto sopra, nelle torri dell’uno per cento, brillano le finestre di chi chiama ordine il nostro affanno. Fritz Lang lo aveva visto quasi cent’anni fa, quel ventre oscuro della modernità, e noi ci abitiamo dentro come se fosse normale, come se le macchine non stessero già sognando al posto nostro, come se gli algoritmi non stessero già imparando le nostre paure meglio di noi.
Eppure no, no, no, qualcosa sfugge sempre. Il sogno scappa. Torna. Filtra. Si infila tra i codici, tra i cancelli, tra i divieti, come l’acqua che puoi deviare ma non uccidere. Torna il bisogno di andare oltre. Di immaginare quello che non c’è ancora. Di cercarlo. Di volerlo toccare con le mani. Di dire che il mondo non finisce nella sua forma presente, che la forma presente è solo una delle sue cattive abitudini.
Magari Duplantis non pensa a niente di tutto questo. Magari pensa al record, al premio, al SUV, al luccichio commerciale che aspetta sempre dietro ogni impresa umana per riportarla dentro il recinto, per dire bravo ragazzo, adesso firma qui, sorridi qui, consuma qui. Magari sì. Ma in quell’istante non conta. In quell’istante c’è solo un uomo che corre verso l’alto in un secolo che corre verso il basso. E già questo è qualcosa.
Parte.
Non è il volo, non ancora. È il dubbio in movimento. È la paura che invece di inchiodarti ti accompagna per qualche metro, ti resta accanto come un vecchio amico cattivo, e tu continui. Ogni passo è un patto con l’incertezza. Ogni falcata dice non lo so, ma ci vado. Non lo so, ma ci provo. Non lo so, ma non resterò qui a farmi spiegare da altri quanto è alto il muro.
E forse è questa la rincorsa che manca anche a noi, alle nostre città esauste, ai nostri ragazzi cresciuti tra guerre infinite e lavori miserabili, tra scuole svuotate e linguaggi già colonizzati dal profitto e dalla prestazione. Una rincorsa fatta di cultura, preparazione, educazione sentimentale, libri, pazienza, relazioni, aperture mentali, volontà di non abitare per sempre le stanze strette di una società chiusa. Una rincorsa seria, non motivazionale. Una rincorsa da costruire insieme, mattone su mattone, pagina su pagina, contro tutti quelli che ci vogliono bassi, chini, funzionali.
Duplantis intanto va. Solo, come si è sempre soli davanti ai gesti decisivi. Con l’asta quasi verticale, poi giù, poi piantata, poi piegata, poi il corpo che si rovescia, le gambe in alto, la testa sotto, la terra lontana, il cielo vicino, il mondo per un attimo messo in disordine da una traiettoria umana che non accetta la sua quota assegnata.
Da anni vediamo uomini scavare trincee, alzare barriere, chiudere porti, bombardare città, stilare liste di nemici, vendere sicurezza come si vende una polizza. Per questo uno che sale in aria e passa oltre dice molto di più di quanto sembri. Dice che non tutto è muraglia. Dice che non tutta la storia è recinto. Dice che esiste ancora il gesto che smentisce l’epoca.
Sei metri e 31. Una misura che sembra messa lì apposta per dirti no. Per dirti basta. Per dirti torna al tuo posto. È alta come una casa di due piani, alta come una negazione, alta come tutte le cose che nella vita reale guardiamo dal basso. E invece lui no. Lui ci arriva da sopra.
E quando lascia l’asta, prima la mano bassa e poi l’alta, e ruota e si svuota nell’aria, e il ventre passa sopra il filo sottile, e il tempo si stringe in quel silenzio senza respiro, allora capisci che il punto non è il record. Il punto è quel momento in cui sembra ancora possibile perdere e invece stai già passando oltre.
Lo sai davvero solo dopo, quando ricadi. Quando guardi. Quando l’asticella non vibra, non cade, resta lì. Allora sì: ce l’hai fatta. E per un attimo, con te, ce l’abbiamo fatta tutti. Tutti quelli stanchi di stare chini. Tutti quelli stanchi del linguaggio dei mercati, delle guerre, delle macchine che calcolano e non immaginano. Tutti quelli che hanno ancora in tasca un libro, una fame, un’idea, una rabbia, una carezza da salvare.
Ci salverà Duplantis? No, certo che no. Nessun atleta salva il mondo. Ma a volte un corpo che supera un’asticella mostra a un’epoca intera qualcosa che aveva quasi dimenticato: che l’ostacolo non è dio, che la gravità non è morale, che l’altezza non è sempre una condanna.
E per questi tempi bastardi, fratello, non è poco. È già una forma di resistenza. che l’ostacolo non è il nostro destino. Nemmeno quello più alto: l’incapacità di stare bene al mondo e di volerci bene.



