Mentre ci viene raccontato che il caro energia è frutto delle guerre, delle crisi internazionali e delle tensioni geopolitiche, una verità ben più scomoda emerge da una fonte ufficiale e istituzionale: l’Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente. Nella sua relazione più recente, pubblicata dal presidente Stefano Besseghini, si legge che il vero macigno che pesa sulle bollette di famiglie e imprese italiane non è l’instabilità internazionale, ma il carico fiscale interno.
Il dato più eclatante è che imposte e oneri impropri rappresentano il 44% della bolletta finale. In pratica, quasi la metà di ciò che paghiamo non dipende dal costo dell’energia ma da decisioni politiche, norme e gabelle che si sono accumulate nel tempo. E questo, osserva Arera, avviene in un contesto in cui il costo dell’energia all’ingrosso è in calo.
Uno degli esempi più clamorosi è contenuto nella legge di bilancio approvata dal governo Meloni: un decreto ha introdotto un nuovo onere per la “rimodulazione” delle concessioni a carico dei gestori, ma con un dettaglio cruciale. Come si legge a pagina 18 della relazione Arera, “la norma prevede che l’onere di rimodulazione venga trasferito in bolletta e che sia soggetto alla remunerazione propria degli investimenti infrastrutturali, con ulteriore aggravio per i consumatori”. Dunque, una tassa introdotta a carico dei concessionari viene scaricata interamente sugli utenti finali, e per giunta viene trattata come un investimento da remunerare.

Eppure, dalla politica arrivano messaggi molto diversi. Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), ha dichiarato che il governo “ha dimostrato di saper intervenire in modo celere ed efficace a protezione di famiglie e imprese contro il caro bollette”. Una narrazione in netta contraddizione con quanto denunciato dalla stessa Arera, che evidenzia come i costi siano aumentati proprio a causa di decisioni normative.
C’è poi un’altra questione fondamentale: la liberalizzazione del mercato. A fronte di promesse di maggiore concorrenza e prezzi più bassi, il passaggio dal mercato tutelato al mercato libero ha avuto l’effetto opposto. Sempre nella relazione Arera (pag. 20), si legge: “l’importante differenza che ancora oggi si riscontra tra i prezzi del mercato libero e la sottostante struttura di costi penalizza le fasce più deboli”. Di fatto, i consumatori più vulnerabili pagano di più per lo stesso servizio.
Come se non bastasse, alla distorsione economica si somma il caos informativo. Milioni di cittadini sono sottoposti ogni giorno a chiamate telefoniche aggressive, offerte poco trasparenti, contratti mascherati. Una giungla nella quale è facile cadere in trappola, come denunciato da diverse associazioni dei consumatori.
A emergere è l’immagine di un sistema che si è rovesciato: una liberalizzazione che ha alzato i prezzi anziché abbassarli, tasse sulle tasse (l’IVA si applica anche su accise e oneri di sistema), agevolazioni ancora in piedi per soggetti forti come le ferrovie. Tutto questo alimenta il sospetto che i governi non vogliano o non possano davvero intervenire.
E proprio l’efficacia delle autorità indipendenti è in discussione. L’Arera, nel suo ruolo istituzionale, può denunciare, ma non agire. I suoi poteri, come quelli di altre authority, non sono stati rafforzati negli ultimi anni, anzi: in molti casi, sono stati ridimensionati, anche a causa della volontà politica di riportare sotto controllo organi considerati troppo autonomi.
Come ha ricordato il commentatore del “Domani” da cui sono tratte le analisi della relazione Arera, non c’è da aspettarsi un cambio di rotta a breve. Il retroterra ideologico dell’attuale maggioranza guarda con sospetto le authority, preferendo la gestione diretta dei dossier, spesso con scelte opache e poco comprensibili per i cittadini.
Nel frattempo, chi paga sono sempre le famiglie e le imprese. In bolletta. Ogni mese.



