Trump sarà pure pazzo, ma non bisogna illudersi che se si togliesse di mezzo con un Tso e finisse dove merita, in una stanza con le pareti imbottite, gli Usa prenderebbero una strada diversa.
Chi riduce Donald Trump a una patologia personale commette un errore di prospettiva. Sì, il personaggio è polarizzante, spesso incoerente, talvolta grottesco. Ma la scorciatoia psicologica serve soprattutto a tranquillizzare chi la usa: se il problema è “lui”, allora basta che “lui” sparisca e tutto torna come prima.
Non funziona così. Per una ragione semplice: il trumpismo non è più soltanto un uomo. È diventato un’infrastruttura. È una catena di comando, un metodo di selezione della classe dirigente, una filiera di comunicazione e una disciplina di partito che punisce l’eresia e premia l’allineamento.
Se Trump uscisse di scena per cause naturali, giudiziarie o politiche, gli Stati Uniti non “rientrerebbero” automaticamente in una normalità precedente. Continuerebbero lungo una traiettoria già impostata, perché il motore è collettivo.
Se vogliamo capire dove possono andare gli Stati Uniti “oltre Trump”, dobbiamo fare una cosa meno emotiva e più utile: mappare i fedelissimi oltre Trump. Chi sono, dove stanno, che leve controllano.
1) La macchina del potere quotidiano: il West Wing come stabilimento, non come teatro
La questione centrale non è la teatralità delle conferenze stampa o dei post, ma chi governa l’operatività: chi filtra gli accessi, chi decide cosa arriva sulla scrivania del presidente, chi trasforma un istinto in direttiva, chi traduce lo slogan in provvedimento.
Nel secondo mandato questa macchina appare più ordinata e più “professionale” di quanto molti si aspettassero. Una chief of staff con reputazione di disciplina organizzativa; un asse politico-comunicativo che presidia sia la base sia la struttura interna; figure di policy che hanno memoria istituzionale e agenda. È qui che si costruisce la continuità: non nel colpo di scena del giorno, ma nelle routine che rendono replicabile una linea politica.
Traduzione: anche senza Trump, resta l’impianto che rende il trumpismo eseguibile.
2) Il potere del personale: chi sceglie chi governa
Una delle lezioni principali del trumpismo è che “personnel is policy”. La scelta dei vertici e dei quadri intermedi decide più di mille discorsi: chi guida agenzie, chi firma circolari, chi interpreta norme, chi decide priorità amministrative.
Per questo la leva del personale è strategica. Chi la controlla può spostare lo Stato senza cambiare le leggi: basta cambiare chi le applica e come. In questa logica, la gestione del Presidential Personnel Office non è un dettaglio burocratico: è una cabina di regia.
Se il trumpismo sopravvive a Trump, lo farà soprattutto qui: nel reclutamento e nella promozione dei “giusti”.
3) Il “partito di governo” fuori dal partito: think tank, manuali, database, formazione
C’è poi un livello ancora più interessante: la standardizzazione dell’ideologia. Il trumpismo ha smesso di vivere solo di improvvisazione e ha iniziato a dotarsi di manuali, piani di transizione, liste di priorità, strumenti di selezione e addestramento del personale.
In questa categoria rientrano due poli:
il grande progetto di policy e transizione conservatrice associato a Heritage (Project 2025), con ambizioni di ristrutturazione dell’esecutivo e della burocrazia federale;
il mondo “America First” che ruota attorno a organizzazioni come AFPI, spesso descritte come serbatoi di idee e, soprattutto, di persone.
Questo è il vero “oltre Trump”: l’idea che il trumpismo possa diventare un formato, una procedura, un catalogo di interventi pronti all’uso.
4) Il braccio legislativo e la disciplina repubblicana: il trumpismo come costo di dissenso
Il trumpismo sopravvive se resta egemone nel Partito Repubblicano. E qui entrano in gioco i meccanismi di disciplina: endorsement, primarie, ostracismo interno, ricompense e punizioni.
La House Judiciary Committee, oggi guidata da Jim Jordan, è un esempio di come una leadership parlamentare allineata possa amplificare l’agenda presidenziale: audizioni, indagini, pressione comunicativa, costruzione di “casi” politici. Non è solo legislazione; è produzione di cornici narrative, cioè politica allo stato puro.
Se Trump uscisse di scena, molti resterebbero dove sono perché hanno costruito carriere, elettorati e potere sul conflitto permanente e sull’identità MAGA. Non si torna indietro per nostalgia: si resta avanti per convenienza.
5) Il successore incorporato: JD Vance come ipotesi “post-Trump” già pronta
Ogni movimento personalistico, quando diventa sistema, cerca una trasmissione. La vicepresidenza, per definizione, è il primo contenitore della continuità. JD Vance non è necessariamente “l’erede” in senso deterministico, ma rappresenta una cosa molto concreta: la possibilità che il trumpismo abbia un volto diverso senza cambiare sostanza.
Questo è l’elemento che manda in frantumi la favola “senza Trump finisce tutto”. Anche se cambiasse la voce narrante, lo spartito può rimanere lo stesso.
6) Il potere informale: comunicazione, fedeltà, legali, ecosistema
Infine c’è un livello spesso sottovalutato: quello che non passa dai titoli ufficiali. Consiglieri personali, figure legali molto vicine al presidente, operatori mediatici e digitali che tengono unita la base e costruiscono l’interpretazione degli eventi in tempo reale. È un governo parallelo, che agisce sul consenso e sul timore di essere sconfessati.
Il trumpismo vive anche qui: nel fatto che molte persone, dentro e fuori le istituzioni, si comportano come se Trump fosse sempre presente, perché l’ecosistema lo rende conveniente.
Quindi: togli l’uomo, resta la struttura
Per questo l’idea di “risolverla” con Trump (in un senso o nell’altro) è una semplificazione seducente ma falsa. L’America di oggi ha già trasformato il trumpismo in un apparato: organizzativo, mediatico, legislativo e culturale.
Se vogliamo raccontare davvero gli Stati Uniti dei prossimi anni, dobbiamo smettere di fissarci sul personaggio e iniziare a seguire la filiera. Il trumpismo oltre Trump non è un’ipotesi: è un fatto. E, proprio perché è un fatto, è destinato a produrre conseguenze anche quando il protagonista cambierà.

Mappa dei “fedelissimi”:
Cabina di regia della Casa Bianca: chi filtra accessi, agenda e messaggi
Susie Wiles — White House Chief of Staff
Controllo del flusso decisionale (chi entra, cosa arriva al Presidente, quali priorità passano).
James Blair — Deputy Chief of Staff for Legislative, Political & Public Affairs
Raccordo Casa Bianca Congresso partito; gestione linea politica e calendario elettorale.
Stephen Miller — Deputy Chief of Staff for Policy
Trasformazione dell’ideologia in provvedimenti; architettura di policy, soprattutto su immigrazione e ordine interno.
Dan Scavino — Deputy Chief of Staff + Director, Presidential Personnel Office (PPO)
Potere sul personale (chi viene assunto/promosso nelle agenzie); in pratica, “personnel is policy”.
Steven Cheung — White House Communications Director
Leva: regia della comunicazione politica; gestione crisi e disciplina del messaggio.
Karoline Leavitt — White House Press Secretary
Front office mediatico; aggressività comunicativa e costruzione quotidiana della narrativa pro-amministrazione.
James Braid — Director, Office of Legislative Affairs (OLA)
Trattativa “voti e procedure” con Camera e Senato; presidio del rapporto operativo con i parlamentari.
Sicurezza nazionale e politica estera: chi muove dossier e apparati
Marco Rubio — Secretary of State e, in parallelo, National Security Adviser ad interim
Coordinamento diplomatico e cabina di regia del NSC.
Pete Hegseth — Secretary of Defense
Pentagono, catena militare e budget; interpretazione “politica” della postura difensiva.
John Ratcliffe — Director of the CIA
Intelligence esterna e briefing strategici; influenza su percezione delle minacce e priorità operative.
Tulsi Gabbard — Director of National Intelligence (DNI)
Supervisione dell’intera comunità d’intelligence (18 agenzie); indirizzo e coordinamento.
Immigrazione e “ordine interno”: il blocco operativo più identitario del trumpismo
Kristi Noem — Secretary of Homeland Security
DHS (border, ICE, sicurezza interna); implementazione del “crackdown” e catena delle agenzie.
Tom Homan — “Border Czar” (incarico politico di coordinamento)
Guida politico-operativa dell’apparato immigrazione; obiettivi, pressione sui numeri, indirizzo tattico.
Charles Wall — ICE Deputy Director
Gestione operativa ICE; lettura “legalistica” delle pratiche (detenzione, espulsioni, contenziosi).
Giustizia e law enforcement: dove si decide la “guerra istituzionale”
Pam Bondi — Attorney General
Dipartimento di Giustizia; priorità di enforcement e orientamento politico-amministrativo.
Todd Blanche — Deputy Attorney General
Supervisione quotidiana di DOJ e dei principali bracci investigativi, inclusi i rapporti con FBI e uffici federali.
Emil Bove — Principal Associate Deputy Attorney General
Gestione interna e “linea” amministrativa del DOJ; ruolo da snodo nelle decisioni operative.
Kash Patel — Director of the FBI
FBI, agenda investigativa e clima interno; nodo sensibile per equilibri tra sicurezza e politica.
Economia, bilancio e regolazione: il trumpismo “di governo”
Scott Bessent — Secretary of the Treasury
Politica economico-finanziaria, mercati, debito; voce chiave nei dossier Fed e stabilità.
Russell Vought — Director, Office of Management and Budget (OMB)
Bilancio e “spending power”; riorganizzazione della burocrazia, linee guida alle agenzie.
Kevin Hassett — Director, National Economic Council (NEC)
Cabina economica della Casa Bianca; coordinamento tra politiche interne/esterne e industria.
Brooke Rollins — Secretary of Agriculture (USDA)
Agroalimentare e programmi enormi (incluse politiche su aiuti e tariffe di settore); ponte con America rurale.
Robert F. Kennedy Jr. — Secretary of Health and Human Services (HHS)
Sanità pubblica e riorganizzazione delle agenzie sanitarie; impatto su fiducia istituzionale e politiche sociali.
Congresso e cinghia di trasmissione politica: la continuità “istituzionale” del trumpismo
Mike Johnson — Speaker of the House
Agenda legislativa alla Camera; capacità di proteggere/accelerare (o frenare) l’impianto politico del Presidente.
John Thune — Senate Majority Leader
Calendario e conferme al Senato; gestione della maggioranza su nomine e provvedimenti.


