Il rapporto di Human Rights Watch denuncia centinaia di arresti, test HIV senza consenso e ostacoli alle cure. La nuova legge contro l’omosessualità colpisce anche la prevenzione sanitaria, mentre Dakar si prepara ai Giochi olimpici della gioventù.
In Senegal essere sospettati di omosessualità può significare finire in carcere, perdere il lavoro o essere allontanati dalla famiglia. Può significare anche vedere divulgate informazioni mediche riservate e rinunciare a un controllo sanitario per paura di essere identificati dalle autorità. La repressione contro le persone LGBT, intensificatasi nel corso del 2026, non si esaurisce quindi negli arresti: rischia di compromettere l’accesso all’assistenza e di indebolire i programmi di prevenzione dell’HIV costruiti nel Paese nel corso di decenni.
È il quadro che emerge dall’indagine pubblicata il 12 ottobre da Human Rights Watch, basata su 39 interviste a ex detenuti, operatori sanitari, avvocati, rappresentanti della società civile, funzionari e persone LGBT. L’organizzazione ha inoltre esaminato dichiarazioni ufficiali e documenti di altre associazioni. Il 29 settembre ha inviato le proprie conclusioni alle autorità senegalesi, chiedendo chiarimenti, ma alla data di pubblicazione non aveva ricevuto risposta. Il rapporto descrive arresti, detenzioni preventive prolungate, test HIV effettuati senza consenso informato, violazioni della riservatezza sanitaria e difficoltà a ottenere assistenza legale.
Una legge più severa e centinaia di arresti
La criminalizzazione dei rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso risale in Senegal al 1965. Nel marzo 2026, però, il Parlamento ha approvato una modifica dell’articolo 319 del Codice penale che inasprisce sensibilmente le sanzioni. La legge, promulgata il 27 marzo e pubblicata nella Gazzetta ufficiale il 30, porta da cinque a dieci anni il massimo della pena detentiva e prevede, per i rapporti omosessuali, pene da cinque a dieci anni. Introduce inoltre reati formulati in termini ampi relativi alla «promozione» dell’omosessualità e al sostegno o finanziamento di persone e organizzazioni LGBT, con pene che possono arrivare a sette anni. La riforma ha ottenuto 135 voti favorevoli, nessun contrario e tre astensioni.
La stretta repressiva era cominciata prima della nuova legge. A febbraio dodici uomini erano stati arrestati a Dakar con accuse comprendenti i cosiddetti «atti contro natura» e la presunta trasmissione intenzionale dell’HIV; le indagini si erano poi estese attraverso informazioni estratte dai telefoni sequestrati e dalle segnalazioni di terzi. Human Rights Watch riferisce che, tra febbraio e luglio, l’organizzazione senegalese RADDHO ha documentato almeno 212 arresti, mentre HIV Justice Network ne ha segnalati oltre 300 nello stesso periodo. Non sono dati ufficiali e Human Rights Watch precisa di non aver potuto verificare autonomamente il numero complessivo delle persone fermate.
Fra gli arrestati, secondo HIV Justice Network, 82 persone hanno ricevuto anche un’accusa di trasmissione volontaria dell’HIV. Nell’agosto 2026, nell’ambito di un importante procedimento collegato agli arresti di febbraio, i giudici hanno abbandonato queste contestazioni: 28 persone sono state prosciolte e liberate, mentre altre 71 sono state rinviate a giudizio per imputazioni differenti. La vicenda mostra quanto l’aggiunta di accuse ulteriori possa incidere sulla durata della custodia cautelare, anche prima che si arrivi a una decisione sulla responsabilità penale.
La paura entra negli ambulatori
L’aspetto più preoccupante dell’inchiesta riguarda l’accesso alla salute. Testimonianze raccolte da Human Rights Watch indicano che persone arrestate sarebbero state sottoposte a test HIV senza aver espresso un consenso informato e che, in caso di positività, i risultati sarebbero stati utilizzati per formulare ulteriori accuse. Medici e operatori sanitari hanno denunciato fughe di informazioni riservate, talvolta riprese dai mezzi d’informazione insieme a nomi e dettagli della vita privata dei detenuti. Sono pratiche che, secondo l’organizzazione, contrastano anche con la legge senegalese del 2010 sull’HIV, che tutela la riservatezza dei dati medici e il consenso ai test.
Le conseguenze non riguardano soltanto chi è stato fermato. Una persona che teme di essere identificata o denunciata durante una visita può rinunciare al test, evitare i controlli o interrompere le terapie. Il rapporto riporta la testimonianza di un medico di Dakar secondo il quale circa un terzo dei suoi pazienti non si presentava più agli appuntamenti per il trattamento dell’HIV. È il dato riferito da un singolo professionista, non una percentuale rappresentativa di tutti i servizi sanitari del Paese, ma indica un meccanismo di paura confermato da altre rilevazioni.
Un’indagine rapida condotta dal Consiglio nazionale senegalese per la lotta all’AIDS, il CNLS, tra il 26 e il 28 febbraio in 22 strutture sanitarie aveva già registrato un calo del 34,5% delle consultazioni. Tra i pazienti uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini coinvolti nella rilevazione, il 44% riferiva sintomi di depressione o ansia. I dati, riportati in aprile dal Guardian, si riferiscono ai centri e ai pazienti esaminati e non possono essere estesi automaticamente all’intero sistema nazionale. La responsabile del CNLS, Safiatou Thiam, collegava la riduzione degli accessi al clima di paura seguito agli arresti.
L’organizzazione UNAIDS aveva lanciato un allarme già il 18 marzo, quando il testo di legge era in attesa della promulgazione. Nel suo comunicato indicava che il 79% delle persone che vivono con l’HIV in Senegal riceveva trattamenti salvavita e che, fra il 2010 e il 2024, le nuove infezioni stimate erano aumentate del 36%. Nonostante una diffusione dell’HIV relativamente contenuta nella popolazione generale, il Paese deve quindi ancora affrontare importanti sfide di prevenzione. Il rapporto annuale 2024 del CNLS stimava circa 47.710 persone conviventi con il virus e 37.638 persone in trattamento antiretrovirale: numeri che mostrano la dimensione dell’impegno sanitario e quanto possa essere costoso interromperne la continuità.
Una clausola della nuova legge esclude dalla criminalizzazione le attività svolte da strutture e organizzazioni sanitarie autorizzate nell’ambito delle politiche pubbliche di salute. È una salvaguardia formale importante, evidenziata anche da UNAIDS, ma non basta da sola a ricostruire la fiducia dei pazienti. Se si teme che il risultato di un test venga usato in un procedimento penale, o che una visita possa attirare l’attenzione della polizia, il diritto alle cure può diventare difficile da esercitare anche dove il servizio è legalmente disponibile. Per questo UNAIDS chiede protezione dei dati sanitari, certezza giuridica per gli operatori e possibilità per le organizzazioni comunitarie di continuare a lavorare senza timore di incriminazioni.
La persecuzione alimenta anche la povertà
La repressione assume una dimensione economica che non può essere trascurata. Non tutti hanno la possibilità di trasferirsi in un’altra città, pagare assistenza privata o lasciare il Senegal. Chi vive già di lavori informali o con redditi bassi può perdere, dopo una denuncia o la diffusione di informazioni personali, contemporaneamente l’impiego, la casa, il sostegno della famiglia e l’accesso regolare ai servizi. In questi casi una misura repressiva non limita soltanto la libertà individuale: produce impoverimento e rende ancora più precarie condizioni di vita già fragili.
Human Rights Watch raccoglie testimonianze di persone costrette a limitare gli spostamenti, a nascondersi o a fuggire dopo arresti e perquisizioni nell’ambiente circostante. Per chi deve seguire una terapia continuativa, la fuga può coincidere con l’interruzione dei farmaci. Sul sistema pesa inoltre la riduzione di alcuni finanziamenti internazionali: secondo l’inchiesta del Guardian, la sospensione di aiuti statunitensi nel 2025 aveva già indebolito programmi comunitari di prevenzione e accompagnamento dei pazienti, riducendo attività e personale. Il clima di criminalizzazione si inserisce quindi in una rete di assistenza che deve affrontare anche difficoltà materiali.
Un ulteriore elemento riguarda il diritto alla difesa. Avvocati intervistati da Human Rights Watch raccontano pressioni personali e professionali, timori di essere associati agli imputati e difficoltà a rappresentare le persone accusate ai sensi dell’articolo 319. Secondo alcune testimonianze, persone fermate sarebbero state interrogate senza avvocato o spinte a rinunciare alla rappresentanza legale. La previsione di reati relativi alla «promozione» dell’omosessualità, per la sua ampiezza, alimenterebbe anche il timore che l’assistenza prestata agli imputati venga interpretata come una forma di sostegno alle attività criminalizzate. Il diritto a un processo equo, invece, deve valere indipendentemente dall’accusa contestata.
I diritti LGBT e le diverse realtà africane
Il Senegal è uno degli oltre trenta Paesi africani nei quali restano in vigore disposizioni penali contro i rapporti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. Ma parlare di un’Africa compatta su questo tema sarebbe fuorviante: ordinamenti, trasformazioni legislative e mobilitazioni della società civile sono molto diversi da Paese a Paese. La Commissione africana dei diritti umani e dei popoli, con la risoluzione 275 del 2014, aveva già chiesto agli Stati di proteggere le persone dalla violenza e dagli arresti arbitrari legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere, reali o presunti. Non è dunque una questione estranea alle istituzioni africane di tutela dei diritti fondamentali.
Diogene Notizie ha seguito nei mesi scorsi sia l’inasprimento della repressione in Senegal sia la situazione di persone LGBT fuggite verso Capo Verde, dove la possibilità di sottrarsi alle persecuzioni non coincide automaticamente con il riconoscimento di una protezione stabile o con l’accesso a condizioni di vita dignitose. Anche questo passaggio richiama la relazione tra diritti, migrazioni e povertà: sfuggire a una minaccia immediata non significa avere mezzi sufficienti per ricostruire la propria esistenza.
Il Senegal alla vigilia dei Giochi olimpici
Il rapporto di Human Rights Watch arriva poche settimane prima di un appuntamento internazionale di grande rilievo. Dal 31 ottobre al 13 novembre Dakar ospiterà i Giochi olimpici della gioventù, il primo evento olimpico organizzato sul continente africano. La Carta olimpica richiama la dignità delle persone e la non discriminazione tra i principi del movimento sportivo. Nello stesso periodo, dal 12 al 21 ottobre, la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli è riunita proprio a Dakar: il contrasto fra gli impegni internazionali del Paese e le violazioni denunciate diventa particolarmente visibile.
Le autorità senegalesi presentano l’inasprimento legislativo come una risposta a istanze culturali e sociali sostenute da ampi settori della popolazione e del mondo politico. Le organizzazioni per i diritti umani contestano invece che questi obiettivi possano giustificare la criminalizzazione delle relazioni consensuali fra adulti, gli arresti arbitrari, l’indebolimento delle garanzie processuali e la divulgazione di dati medici riservati. Il rapporto di Human Rights Watch concentra l’attenzione soprattutto sulle conseguenze verificabili delle misure adottate: paura, isolamento, ostacoli alla difesa e persone che smettono di presentarsi negli ambulatori.
La prevenzione dell’HIV richiede test accessibili, continuità terapeutica e fiducia fra pazienti e sanitari. Spingere una parte della popolazione a nascondersi può danneggiare questi strumenti anche a scapito della salute collettiva. Quando poi alla paura del carcere si aggiungono perdita del lavoro, allontanamento dalla famiglia e impossibilità di procurarsi medicinali, la persecuzione si traduce anche in esclusione economica. La vicenda senegalese mostra così come la tutela dei diritti LGBT, il diritto alla salute e il contrasto alla povertà siano aspetti strettamente collegati: non possono essere affrontati come questioni separate.


