Torrino e movida: il colpevole comodo

C’è una parola che organizza, in silenzio, tutta la cronaca romana della notte del 29 maggio scorso al Torrino: scempio. La usa il vicepresidente del Municipio IX, la rilanciano i titoli, la fanno propria i lettori indignati. Intorno a quella parola si dispone tutto il resto del lessico — sicurezza, decoro, quiete pubblica, responsabilità penali — e quel lessico non è neutro.

È il lessico dell’ordine pubblico. Sceglierlo significa già aver deciso che tipo di storia stiamo raccontando: non un problema di città, ma un reato. Non una collisione strutturale, ma una colpa.

I fatti, prima di tutto, perché meritano sempre il massimo rispetto. La chiusura di un pub di via del Pianeta Saturno si è trasformata in una notte di fumogeni, petardi, cori da stadio e — questo è il punto serio — uno striscione esposto sotto le finestre con la scritta «condomini scendete, vi facciamo la festa», accompagnato da auto rigate, citofoni divelti, portoni danneggiati.

Non è goliardia. «Vi facciamo la festa» è una minaccia, «scendete» un invito al confronto fisico, e i danni l’hanno tradotta in atti. I residenti hanno ragione ad avere paura, e chi ha vandalizzato risponde di quello che ha fatto. Su questo non c’è frame che tenga: è grave, ed è condannabile per ciò che è.

Ma è esattamente qui che la cronaca si ferma, e dove invece dovrebbe cominciare. Inquadrare l’episodio come questione di sicurezza produce tre effetti, tutti rassicuranti e tutti fuorvianti. Individualizza: ci sono i cattivi (i giovani molesti) e le vittime (le famiglie), e il compito del lettore è schierarsi.

Non solo: moralizza: il problema diventa una carenza di rispetto e di senso civico, qualcosa che si risolve con più educazione o più multe. De-storicizza: ogni episodio viene raccontato come se fosse il primo, un fatto isolato di mala-movida, e non l’ennesima replica di un copione che a Roma va in scena da decenni — Trastevere, San Lorenzo, Pigneto, Ponte Milvio, e ora il Torrino.

Quando lo stesso identico conflitto si ripresenta per anni in quartieri diversi, con gli stessi attori-tipo e lo stesso esito, smette di essere un problema di carattere delle persone coinvolte e diventa un problema di struttura. Continuare a raccontarlo come cronaca nera è come recensire ogni singolo ingorgo senza mai parlare di come è fatta la rete stradale.

C’è una domanda che nessuno ha fatto. Il Torrino non è un quartiere qualunque: è un pezzo della Roma pianificata, l’espansione residenziale dell’Eur verso il mare, disegnata per abitare e poco altro. È un dormitorio borghese con pochissimi luoghi di aggregazione. Dove vanno, la sera, i ragazzi di un quartiere così?

La risposta più onesta è: in pochissimi posti, e quei pochi finiscono inevitabilmente sotto le finestre di qualcuno, perché non esiste lo spazio progettato per ospitarli altrove.

Foto Jorge Royan, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Questa è la domanda strutturale che il frame dell’ordine pubblico cancella. Non “chi sono i barbari?”, ma “perché una città continua a produrre, in serie, queste collisioni, e poi tratta ciascuna come un’emergenza morale a sé?”. Quanti contenziosi movida-residenti si aprono a Roma in un anno?

Perché un esercizio molesto resiste anni a colpi di esposti prima di una chiusura — è connivenza, o è semplicemente la lentezza endemica dell’enforcement comunale? Che regime di licenze e di insonorizzazione regola l’apertura di un locale notturno in una palazzina residenziale? Nessuna di queste domande compare nella cronaca, perché nessuna si presta a un titolo con un colpevole.

Attenzione però alla favola di segno opposto. Per capire questo serve la stessa critica che si usa contro il frame della stampa, rivolta verso la tentazione contraria — quella di trasformare il locale in un martire della socialità giovanile. Non lo era. Mercado non era un rifugio popolare per ragazzi senza alternative: era un tapas bar spagnolo di fascia media, con uno scontrino medio attorno ai venti euro e recensioni in cui i clienti stessi lamentavano prezzi alti e porzioni piccole.

Il post d’addio in cui il locale si descrive come «ritrovo giovane, moderato e familiare» perseguitato «da chi ritiene non vi sia spazio per queste realtà» è, a sua volta, un frame: la auto-narrazione vittimistica di un’impresa commerciale, non un dato di realtà. Usarla per costruire l’epica del presidio giovanile soffocato dai condomini reazionari significa solo barattare una propaganda con un’altra.

La verità è più banale e più interessante di entrambe le favole: un’attività commerciale di medio profilo, in una tasca residenziale priva di alternative, ha logorato per due anni i suoi vicini; i vicini hanno risposto con una raffica di esposti; e la resa dei conti finale ha preso la forma più brutta possibile. Niente martiri, niente mandanti, niente complotto. Un fallimento ordinario, e proprio per questo istruttivo.

Il problema della stampa, in questa vicenda, non è aver dato voce ai residenti: le loro ragioni sono concrete e la minaccia che hanno ricevuto è reale. Il problema è essersi fermata al teatro morale — l’indignazione, il colpevole, la richiesta di pene — senza mai salire di un livello.

Una cronaca che si limita a distribuire torti e ragioni è la stenografia di un’emozione collettiva, non giornalismo. Il giornalismo comincia quando si chiede perché questa scena si ripete, e va a cercare la risposta dove fa meno spettacolo: nei piani regolatori, nelle licenze, nei tempi dell’amministrazione, nella geografia degli spazi negati.

Lo striscione di quella notte era minaccioso, e va detto. Ma la minaccia più seria, in questa storia, è muta e strutturale: una città che fabbrica in serie questi scontri e poi li racconta uno per uno come se fossero il primo — come una colpa, mai come un sintomo.

Foto Astral – Regione Lazio, Wikimedia Commons, CC BY 4.0.