Mentre Narendra Modi era a Roma con Giorgia Meloni per rafforzare i rapporti tra Italia e India, in patria un altro simbolo correva più veloce della diplomazia ufficiale: uno scarafaggio.
La visita italiana del premier indiano è stata accompagnata dal solito gioco social “Melodi”, fusione tra Meloni e Modi, già diventato popolare negli anni scorsi. Questa volta Modi ha rilanciato il meme regalando alla presidente del Consiglio una confezione di caramelle indiane Melody, gesto ripreso dai media indiani come nuova puntata della diplomazia pop tra i due leader.
Nelle stesse ore, però, in India cresceva un fenomeno meno leggero. Si chiama Cockroach Janta Party. “Cockroach” significa scarafaggio, “janta” in hindi significa popolo, gente. La traduzione più vicina è quindi: Partito popolare degli scarafaggi.
È una finta formazione politica nata online, tra meme, satira e linguaggio della Gen Z. In pochi giorni ha raccolto quasi 15 milioni di follower su Instagram, superando l’account del BJP, il partito di Modi, fermo sotto i 9 milioni. Il fondatore è Abhijeet Dipke, 30 anni, che presenta il movimento come la “voce dei pigri e disoccupati”.
La miccia è stata una frase del Chief Justice indiano Surya Kant, interpretata da molti giovani come un paragone tra disoccupati e scarafaggi o parassiti della società. Il giudice ha poi chiarito che il riferimento era rivolto a persone con titoli falsi o irregolari, non ai giovani senza lavoro in generale. Ma il danno simbolico era già fatto. La risposta online è stata rapida: se ci chiamano scarafaggi, allora diventeremo scarafaggi organizzati.
Il punto però non è lo scherzo. È chi ride e perché. La Cockroach Janta Party non sembra rappresentare i più poveri dell’India rurale. Non è il partito dei braccianti senza terra, dei lavoratori informali più invisibili, delle famiglie che vivono ai margini estremi.
Il suo pubblico principale è un altro: giovani urbani o semiurbani, istruiti, connessi, spesso disoccupati o sotto-occupati. Reuters segnala oltre 400 mila iscrizioni tramite modulo online, con più del 70% degli aderenti tra 19 e 25 anni.
Sono giovani che hanno accesso allo smartphone, ai social, al linguaggio dei meme. Non sono necessariamente gli ultimi in senso economico assoluto. Sono però una parte rilevante della generazione che avrebbe dovuto beneficiare dell’India in crescita e che invece si trova sospesa tra istruzione, attese familiari, lavori precari e concorsi difficili.
Il dato sociale è qui. L’India è una potenza demografica, tecnologica e diplomatica. Ha una popolazione giovanissima, una crescita che continua a essere tra le più alte al mondo e un ruolo internazionale sempre più visibile. Ma una parte dei giovani non vede quella crescita trasformarsi in lavoro stabile. Reuters indica un tasso di disoccupazione del 9,9% tra i 15 e i 29 anni, con punte del 13,6% nelle aree urbane.
La disoccupazione giovanile indiana non colpisce solo chi ha studiato poco. Anzi, il rapporto India Employment Report 2024, realizzato da Institute for Human Development e ILO, mette al centro proprio il problema dell’occupazione giovanile, dell’istruzione e delle competenze.

Il paradosso è noto: più cresce il livello d’istruzione, più molti giovani cercano un lavoro coerente con il titolo, mentre chi è più povero spesso non può permettersi di restare disoccupato e accetta attività informali, discontinue, mal pagate.
Per questo gli “scarafaggi” vanno letti con esattezza. Non sono la voce di tutta la povertà indiana. Sono il sintomo di una povertà diversa: non sempre fame immediata, ma mancanza di posto, di reddito sicuro, di prospettiva, di riconoscimento. È una protesta del ceto giovane che rischia di non salire mai.
Il nome funziona perché rovescia l’umiliazione. Lo scarafaggio non è un animale nobile. Non rappresenta forza, purezza o vittoria. Rappresenta sopravvivenza. Vive negli angoli, nelle crepe, dove nessuno vuole guardare. Per una generazione che si sente tollerata ma non ascoltata, istruita ma non assorbita dal mercato, connessa ma senza potere, il simbolo è comprensibile.
La satira serve anche a evitare il linguaggio tradizionale della protesta. Dipke ha detto che il movimento vuole restare democratico e pacifico, non replicare le mobilitazioni di piazza viste in altri Paesi dell’area. Ma il fatto che la CJP sia nata come meme non la rende irrilevante. In India, come altrove, il disagio politico passa sempre più spesso attraverso canali non convenzionali: video brevi, battute, simboli assurdi, account satirici.
Il BJP non è in crisi perché un account satirico lo supera su Instagram. Modi resta un leader forte, con una macchina politica radicata e un consenso costruito su nazionalismo, sviluppo, religione, welfare selettivo e immagine internazionale. Ma la vicenda segnala una crepa: il linguaggio della grandezza nazionale non basta a chi vive il presente come attesa.
Da Roma, Modi poteva mostrarsi come il volto dell’India che tratta con l’Europa, stringe rapporti industriali, gioca con i meme diplomatici e vende al mondo l’immagine di una potenza sicura di sé. In India, nello stesso momento, milioni di giovani trasformavano uno scarafaggio nel simbolo della propria esclusione.
Non è una contraddizione marginale. È una delle tensioni centrali dell’India contemporanea. Da un lato, una potenza globale che cresce, esporta tecnologia, attira investimenti e dialoga alla pari con le grandi economie. Dall’altro, una generazione che fatica a trasformare istruzione e connessione digitale in lavoro stabile.
Gli scarafaggi non sono gli ultimi tra gli ultimi. Ma parlano di un rischio che riguarda anche gli ultimi: quando la crescita non produce lavoro dignitoso, il Paese si divide tra chi entra nella promessa dello sviluppo e chi resta fuori. I più poveri restano nell’informale. I giovani istruiti restano nell’attesa. Entrambi pagano il costo di un’economia che corre più veloce delle occasioni che distribuisce.
Il Partito popolare degli scarafaggi è nato come una battuta. È diventato virale perché ha dato una forma semplice a una sensazione diffusa: essere considerati troppi, inutili, sostituibili, fastidiosi. Non cittadini da ascoltare, ma presenze da allontanare.
Il meme diventa politica. Non perché possa sfidare davvero Modi alle urne. Ma perché mostra il lato meno celebrato dell’India che vuole essere potenza mondiale: milioni di giovani che non chiedono di essere raccontati come futuro del Paese, ma di avere un posto nel suo presente.



