La Siria ritrova un ruolo centrale nella crisi iraniana

La Siria torna al centro della mappa non perché sia uscita dalla crisi, ma perché la crisi del Medio Oriente l’ha resa di nuovo necessaria. Porti sul Mediterraneo, confini con Iraq, Giordania, Turchia e Libano, collegamenti terrestri verso il Golfo: ciò che per anni è stato il paesaggio di una guerra civile devastante viene ora riletto come infrastruttura strategica.

La chiusura dello Stretto di Hormuz e la ricerca di vie alternative per petrolio e merci hanno aperto un’occasione improvvisa per Damasco, che prova a presentarsi come corridoio sicuro tra Asia, Golfo ed Europa.

Il punto, però, è capire quale Siria stia rientrando nell’economia globale. Non quella delle famiglie senza pane sovvenzionato, senza elettricità stabile, senza acqua, senza casa e senza salario sufficiente.

Rientra la Siria dei porti, delle dogane, delle zone franche, dei corridoi energetici, dei capitali del Golfo e delle cancellerie occidentali. Rientra il territorio, più che la popolazione.

Secondo una ricostruzione del New York Times, Iraq ed Emirati Arabi Uniti hanno già iniziato a usare la Siria come alternativa logistica alla rotta marittima bloccata.

Il petrolio iracheno viene trasportato via terra verso il porto siriano di Baniyas, mentre merci provenienti dagli Emirati sono arrivate attraverso la Giordania per poi essere instradate verso l’Europa dal porto di Latakia.

In alcuni giorni, secondo le fonti siriane citate, oltre 400 autocisterne avrebbero attraversato il confine, ciascuna con migliaia di galloni di greggio.

È un ribaltamento rapido. Per decenni la Siria è stata un nodo politico-militare della regione: ponte verso il Libano, retrovia dell’asse con l’Iran, spazio di influenza russa, terreno di guerra civile e di interventi esterni.

Oggi Damasco prova a cambiare racconto: non più solo Paese devastato, ma piattaforma logistica; non più solo periferia della crisi, ma passaggio obbligato per aggirarla.

Il nuovo presidente della fase transitoria, Ahmed al-Sharaa, ha costruito parte della sua legittimazione proprio su questa promessa: riportare la Siria dentro i circuiti diplomatici, commerciali e finanziari da cui era stata espulsa durante gli anni di Assad.

Dopo la caduta del vecchio regime nel 2024, al-Sharaa è stato dichiarato presidente della transizione nel gennaio 2025; la costituzione è stata sospesa, il Parlamento sciolto e il Paese è entrato in una fase politica ancora provvisoria, con una transizione che dovrebbe durare anni.

Questa incertezza politica non ha impedito il ritorno dei contatti internazionali. Anzi, li ha accelerati. Il 18 maggio 2026 Reuters ha riferito che la Siria parteciperà a una sessione con ministri delle Finanze e governatori delle banche centrali del G7 a Parigi: un passaggio simbolico della sua reintegrazione nel sistema finanziario globale.

Lo stesso giorno, l’Unione Europea ha esteso fino al 2027 le sanzioni contro individui ed entità legate al vecchio regime Assad, ma ha rimosso sette entità siriane dalla lista sanzionatoria, inclusi i ministeri della Difesa e dell’Interno. È la doppia linea dell’Occidente: tenere formalmente aperto il capitolo della responsabilità del vecchio regime, ma riaprire canali con il nuovo potere di Damasco.

Anche gli Emirati si muovono con rapidità. Il commercio non petrolifero tra Emirati Arabi Uniti e Siria ha raggiunto 1,4 miliardi di dollari nel 2025, con un aumento del 132% rispetto all’anno precedente. Al forum siro-emiratino sugli investimenti a Damasco sono stati discussi progetti in turismo, edilizia, infrastrutture, aviazione, agricoltura e logistica.

L’interesse di Emaar, colosso immobiliare di Dubai, è stato presentato come potenzialmente enorme: fino a 7 miliardi di dollari sulla costa siriana e fino a 12 miliardi a Damasco, secondo quanto riportato nel testo NYT fornito.

La questione vera è che questa corsa agli investimenti parte da un Paese distrutto. La Banca Mondiale ha stimato in 216 miliardi di dollari i costi della ricostruzione fisica della Siria dopo più di tredici anni di conflitto. Di questi, 82 miliardi riguardano infrastrutture: strade, reti elettriche, reti idriche, telecomunicazioni e servizi essenziali.

La cifra è quasi dieci volte il Pil siriano stimato per il 2024, un dato che rende evidente la sproporzione tra l’ambizione dei corridoi commerciali e la realtà materiale del Paese.

Foto U.S. Army by Staff Sgt. Fred Brown Public Domain

A Baniyas, ad esempio, la nuova funzione logistica si scontra con la capacità limitata dei serbatoi. Il valico di al-Tanf, snodo cruciale per il trasporto via terra del petrolio iracheno, è rimasto fuori uso per anni e richiede lavori costosi.

Le autorità siriane hanno riaperto passaggi e porti con soluzioni provvisorie: roulotte, computer, personale di frontiera, alloggi mobili. È la ricostruzione d’emergenza messa al servizio dell’economia di transito.

La Siria, in altre parole, viene rimessa in piedi a partire da ciò che serve al mercato regionale: dogane, porti, corridoi, oleodotti, zone franche. Ma il rischio è che la ricostruzione segua la stessa gerarchia: prima le merci, poi le persone; prima il petrolio, poi il pane; prima gli investitori, poi i quartieri distrutti.

Il contrasto con la condizione sociale è brutale. Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato a maggio 2026 il dimezzamento degli aiuti alimentari d’emergenza in Siria, da 1,3 milioni a 650 mila persone, a causa della mancanza di fondi.

Ha inoltre sospeso un programma di sussidio al pane che sosteneva oltre 300 panifici e fino a quattro milioni di persone al giorno. Nel Paese restano 7,2 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta, di cui 1,6 milioni in fame grave.

Human Rights Watch, nel rapporto 2026, scrive che nel 2025 oltre il 90% dei siriani viveva sotto la soglia di povertà; circa 14,56 milioni di persone, più della metà della popolazione, faticavano ad accedere a cibo adeguato, mentre almeno 16,5 milioni avevano bisogno di aiuti.

La normalizzazione diplomatica non coincide dunque con una normalizzazione sociale. Il Paese rientra nelle agende internazionali mentre milioni di siriani restano esclusi dalle condizioni minime di sopravvivenza.

La nuova centralità siriana mostra un suo carattere ambiguo. Da un lato, la fine del regime di Assad ha aperto spazi politici e diplomatici che sembravano impossibili. Dall’altro, la transizione è concentrata nelle mani di un potere ancora poco controllato, con istituzioni deboli, rappresentanza incerta e una ricostruzione che dipende dai capitali esterni.

La Siria rischia di passare dall’isolamento autoritario all’apertura selettiva: non una democrazia sociale da ricostruire, ma un territorio da rendere affidabile per il transito di petrolio, merci e investimenti.

La formula delle “zone franche” dice molto. Sono aree pensate per attrarre imprese con esenzioni fiscali, magazzini, servizi logistici e procedure semplificate. Possono portare lavoro e infrastrutture, ma possono anche costruire enclavi economiche dentro un Paese poverissimo, dove il diritto del capitale arriva prima dei diritti sociali.

Se non c’è una regia pubblica forte, trasparente e redistributiva, la ricostruzione può diventare una nuova forma di estrazione: non più solo risorse naturali, ma posizione geografica, porti, manodopera, bisogno.

La Siria torna utile perché la guerra ha cambiato le rotte. Ma questa utilità non è neutra. Serve all’Iraq per sbloccare il petrolio, agli Emirati per aprire nuove vie commerciali, all’Europa per diversificare collegamenti e stabilizzare un’area strategica, agli Stati Uniti per accompagnare una transizione che riduca l’influenza iraniana e reinserisca Damasco in un ordine regionale più controllabile. Ai siriani, invece, cosa resta?

Resta la promessa della ricostruzione. Ma la ricostruzione non è una parola innocente. Può significare case, scuole, ospedali, acqua, elettricità, salari, pane. Oppure può significare autostrade per autocisterne, porti efficienti per l’export, resort sulla costa, zone franche e contratti infrastrutturali. Nel primo caso si ricostruisce un Paese. Nel secondo si ricostruisce una piattaforma.

La domanda politica è questa: la nuova Siria sarà un corridoio per il mondo o una casa per i siriani? Perché un Paese può tornare al centro delle mappe senza tornare al centro dei propri diritti. Può diventare indispensabile per i mercati mentre la sua popolazione resta sacrificabile.

Può essere celebrato come ponte tra Asia, Golfo ed Europa, e continuare a essere un luogo in cui il pane dipende dagli aiuti internazionali e la povertà riguarda quasi tutti.

La Siria oggi non è semplicemente una “nuova opportunità”. È il laboratorio di una ricostruzione selettiva, prodotta dalla guerra e offerta agli investitori come pace. Il suo territorio torna prezioso perché consente di aggirare colli di bottiglia, ridurre rischi logistici e immaginare nuove rotte energetiche.

Ma se il prezzo di questa centralità sarà l’ennesima marginalizzazione dei poveri, allora il dopoguerra siriano non sarà una liberazione: sarà solo un nuovo modo di mettere a profitto le macerie.

“View from the Byzantine Tower at Meskene, ancient Barbalissos” by James Gordon from Los Angeles, California, USA is licensed under CC BY 2.0.