Ad Hannover basta un tubo per cacciare i poveri

Ad Hannover non servono cancelli, manganelli o cartelli con scritto “vietato ai senzatetto”. Basta un tubo. Davanti a un supermercato Netto sull’Engelbosteler Damm, nella Nordstadt, sotto una tettoia che dovrebbe riparare dalla pioggia, un impianto spruzza e fa gocciolare acqua.

Non su un’aiuola. Non su una fila di piante. Sullo spazio in cui una persona senza dimora può fermarsi, sedersi, dormire, aspettare.

A notare l’impianto è stato Dirk Wittenberg, assistente sociale dell’UJZ Kornstraße, un centro giovanile indipendente a pochi minuti dal supermercato. Usciva dalla vicina filiale della Deutsche Post quando ha visto acqua a terra e ha pensato che stesse piovendo.

Non pioveva. L’acqua arrivava da una conduttura sotto la tettoia. Lì vicino c’era un uomo senza dimora con lo zaino. Per Wittenberg il messaggio era evidente: quell’acqua serviva a mandarlo via.

Nessuno stupore. Su Diogene di oggi abbiamo raccontato della raccolta di firme a Bologna per impedire di dare riparo a dei senzatetto. È una scena minima, quasi ridicola, se non fosse feroce. Un tubo bucato, qualche goccia, un pavimento bagnato. Ma l’effetto è preciso: rendere inutilizzabile un riparo.

Non serve aggredire direttamente una persona. Basta modificare lo spazio intorno a lei finché stare lì diventa impossibile. La povertà viene trattata come un problema di manutenzione, come una macchia da lavare, un ingombro da spostare, una presenza da scoraggiare senza assumersi la responsabilità politica di dirlo.

Wittenberg ha chiamato la polizia per capire se quell’impianto fosse legale. Secondo il suo racconto, gli agenti sono arrivati dopo circa un’ora e mezza, ma si sarebbero occupati soprattutto dell’uomo senza dimora, spostandolo.

Anche il servizio d’ordine cittadino sarebbe intervenuto con lo stesso obiettivo. Così il problema si rovescia. Non è più il tubo che bagna lo spazio pubblico. È il povero che sta nel posto sbagliato.

Questo è il funzionamento ordinario della città ostile ai poveri. Non sempre ordina, non sempre vieta, non sempre punisce. A volte progetta. Inclina una panchina perché nessuno possa sdraiarsi. Mette braccioli al centro dei sedili.

Riempie gli angoli di fioriere. Installa punte, sfere metalliche, recinzioni. Oppure fa scendere acqua da un tubo. Tutto può essere presentato come decoro, sicurezza, pulizia, gestione degli spazi. Ma il risultato è sempre lo stesso: chi non ha casa deve muoversi. Non deve dormire, non deve sostare, non deve diventare visibile.

La Nordstadt di Hannover non è una periferia qualsiasi nel racconto della taz. È un quartiere studentesco, multiculturale, politicamente sensibile, dove la presenza delle persone senza dimora non è rara.

foto Bernd Schwabe in Hannover CC BY-SA 4.0

Wittenberg dice che dalla Innenstadt, dal centro della città, i senzatetto vengono già spinti fuori. Ora, secondo lui, la pressione arriva anche lì. È la traiettoria classica: prima si ripulisce il centro, poi si ripuliscono i margini, poi ogni riparo diventa provvisorio, sorvegliato, contestato.

Il consigliere verde Daniel Gardemin, co-presidente del gruppo consiliare dei Grünen ad Hannover, è andato sul posto e ha definito la misura “moralmente riprovevole”. Ha annunciato un’iniziativa nel comitato edilizio per verificare se il proprietario stia usando o alterando lo spazio pubblico oltre i limiti consentiti.

Secondo quanto riferito dal Comune di Hannover alla taz, l’amministrazione non conosce ancora la finalità dell’impianto, il proprietario non sarebbe stato raggiunto e per la tettoia non risulterebbe al momento una concessione di uso speciale dello spazio pubblico. Il supermercato Netto, invece, non ha risposto alla taz.

La prudenza giuridica è necessaria. Bisogna stabilire chi abbia installato l’impianto, con quale autorizzazione, con quale finalità, se l’acqua venga usata per pulizia, deterrenza o altro. Ma la prudenza non deve cancellare l’evidenza sociale. Un sistema che bagna una zona coperta davanti a un supermercato, in un punto usato da persone senza dimora, produce un effetto concreto anche prima di essere qualificato da un ufficio: impedisce di stare.

E impedire di stare è il cuore della guerra quotidiana contro i poveri. Le città non eliminano la povertà. La spostano. La rendono più scomoda, più instabile, più nascosta. Non costruiscono abbastanza case, non aprono abbastanza dormitori, non garantiscono abbastanza servizi, ma trovano energia, creatività e tecnologia per impedire a chi dorme fuori di fermarsi sotto una tettoia. È una forma di efficienza rovesciata: incapaci di risolvere il bisogno, bravissimi a rimuoverne l’immagine.

Il corpo senza dimora è tollerato solo se non occupa spazio utile. Può essere oggetto di beneficenza, di retorica natalizia, di campagne istituzionali contro il freddo. Ma quando diventa presenza stabile davanti a un negozio, sotto un portico, su una panchina, accanto a un ingresso, cambia categoria. Non è più una persona in difficoltà. Diventa degrado. Diventa insicurezza. Diventa danno commerciale. Diventa fastidio.

L’acqua di Hannover dice questo senza bisogno di parole. Non discute, non insulta, non minaccia. Cade. E cadendo comunica una regola: qui non puoi restare. Il punto è che per una persona senza casa restare non è un capriccio. È tutto.

Restare sotto una tettoia significa non bagnarsi, non congelare, non essere completamente esposti, dormire qualche ora, proteggere uno zaino, tenere insieme le poche cose rimaste. Togliere quel punto non è una questione estetica. È togliere una possibilità minima di sopravvivenza urbana.

Per questo un tubo davanti a un supermercato non è un dettaglio. È una politica in miniatura. Una politica senza delibera, senza conferenza stampa, senza responsabilità dichiarata. La politica del “non qui”, tradotta in idraulica. Il povero non viene affrontato come cittadino, ma come fenomeno da disperdere. E quando viene disperso, il problema sembra risolto solo perché si è spostato fuori dallo sguardo.

Ad Hannover la città dovrà chiarire se quell’impianto è legale e perché sia stato installato. Ma la domanda più grande resta già aperta: che cosa diventa una città quando usa l’acqua non per curare, pulire, rinfrescare, ma per cacciare chi non ha un tetto? La risposta è semplice e scomoda. Diventa una città che non vuole vedere i poveri. E quando li vede, li bagna finché se ne vanno.

Foto Albert Sun CC BY-SA 2.0