La fragilità giovanile è una di quelle formule che rischiano di spiegare tutto e, proprio per questo, di non spiegare più nulla. La si usa per descrivere il disagio psichico, l’ansia, la solitudine, la precarietà, l’incertezza sul futuro, la difficoltà a entrare davvero nella vita adulta.
Ma se la si usa male diventa una coperta retorica: ci si mettono sotto la scuola che non funziona, il lavoro che manca, i social, i genitori, la politica, il capitalismo, la noia, la depressione, il bullismo, e alla fine non si vede più niente. È il destino delle parole troppo comode: rassicurano chi le pronuncia e confondono chi dovrebbe capirci qualcosa.
Per questo il rapporto “Fragile – Mappae mundi di una nuova generazione”, promosso da Unhate Foundation dentro l’osservatorio UNFILTERED, merita attenzione non tanto perché dica che i giovani stanno male — questo lo sapevamo già — ma perché prova a dire come stanno male, dove la fragilità si addensa, quali contraddizioni la attraversano e soprattutto perché evita, almeno in buona parte, il riflesso pavloviano di trattare una generazione intera come un reparto di degenza.
La ricerca combina infatti un questionario rivolto a 1.500 giovani, 30 interviste semistrutturate ad adulti che lavorano a contatto con loro, 100 note audio raccolte tra ragazzi e ragazze dai 13 ai 25 anni e 80 partecipanti ai focus group organizzati a Milano nel novembre 2025.
È un impianto misto, quantitativo e qualitativo, più strutturato della media dei report di fondazione, anche se naturalmente non equivale a un’indagine ufficiale di tipo censuario o Istat.
La prima cosa interessante è proprio questa: il report non racconta una generazione semplicemente “debole”. Racconta una generazione ambivalente. Dentro ci sono risorse, curiosità, desiderio di senso, fiducia nella scienza, apertura al cambiamento; ma ci sono anche pressione, affaticamento, paura di non farcela, senso di inadeguatezza.
La fragilità, insomma, non appare come il contrario della forza, ma come il rovescio di una esposizione continua: a richieste più alte, a percorsi più instabili, a transizioni più incerte, a un orizzonte in cui tutto sembra possibile ma quasi nulla appare garantito. Questo è probabilmente il punto più riuscito del lavoro: la fragilità non come vizio morale o insufficienza caratteriale, ma come condizione relazionale e sistemica.
C’è poi un dato centrale.. I giovani intervistati tendono a giudicare i propri coetanei più infelici di quanto giudichino se stessi. Lo scarto è consistente: la quota di chi attribuisce a sé un livello di felicità almeno sufficiente è molto più alta di quella che attribuisce lo stesso livello ai “giovani in generale”.
È come se la narrazione pubblica della “generazione fragile” fosse stata talmente assorbita da diventare un paesaggio mentale: io magari tengo, o almeno provo a tenere; gli altri, invece, stanno messi peggio. È un risultato notevole, perché suggerisce che il disagio è reale ma anche che la sua rappresentazione sociale ormai incide sul modo in cui i giovani guardano i propri simili. Non solo soffrono; si immaginano collettivamente più sofferenti di quanto dicano di essere individualmente.
Anche l’età conta, e conta molto più di quanto piaccia a chi liquida tutto come “crisi adolescenziale”. Nel report la fragilità non esplode al principio, ma spesso cresce con l’avvicinarsi della vita adulta. I 13-16enni, in più di un indicatore, appaiono meno cupi dei 23-24enni. È un dato prezioso, perché rimette al centro un punto quasi sempre sottovalutato: non è solo l’adolescenza a essere critica, sono soprattutto le transizioni.
Quando la scuola smette di proteggere, quando il lavoro non arriva o arriva male, quando l’autonomia abitativa diventa un miraggio, quando il futuro passa dalla grammatica delle possibilità a quella dei conti, la fragilità si ispessisce. Non è un capriccio generazionale: è il logorio del passaggio a una maturità sempre più costosa e sempre meno accompagnata.
Il vero spartiacque, però, è il genere. Qui il rapporto è netto e, proprio per questo, molto utile. Le ragazze risultano più esposte o comunque più sensibili a molte forme di vulnerabilità: disturbi alimentari, episodi depressivi, attacchi di panico, bullismo, violenza online.
Nella cluster analysis emergono con particolare forza le “sfiduciate sotto pressione”, profilo che riguarda soprattutto il mondo femminile, molto più che quello maschile. Se si vuole capire la fragilità giovanile senza cadere nella categoria pigra dei “ragazzi”, bisogna partire da qui: le giovani donne non stanno vivendo semplicemente la stessa crisi dei loro coetanei maschi con una diversa intensità; spesso stanno attraversando una combinazione diversa di attese, esposizioni e ferite.
C’è un altro merito del report, meno appariscente ma forse ancora più importante: non riduce tutto alla psicologia. O, per dirla meglio, non fa della salute mentale l’unica lingua disponibile. I giovani che parlano in queste pagine non chiedono soltanto di essere ascoltati; chiedono di contare, di incidere, di poter entrare nei luoghi che abitano non da utenti passivi ma da soggetti.
È un punto che meriterebbe più attenzione politica di quanta ne riceve. Perché la fragilità non si combatte solo ampliando gli spazi di cura — che pure servono — ma anche ampliando gli spazi di agency, di corresponsabilità, di iniziativa reale. Quando una generazione viene descritta in permanenza come destinataria di servizi, protocolli e campagne di sensibilizzazione, il rischio è che la si aiuti senza mai restituirle davvero un ruolo.

Qui entra in scena anche la scuola, ed entra in modo meno consolatorio del previsto. Il rapporto la considera un nodo decisivo, quasi inevitabile, se si vuole lavorare sulla prevenzione, sull’orientamento, sulla capacità di leggere il proprio futuro. Ma dalle voci raccolte affiora una verità meno rassicurante: la scuola raramente emerge come luogo di ascolto autentico.
I ragazzi e le ragazze nominano molto più spesso la famiglia, gli amici, la scrittura, la musica, lo sport, i contesti associativi. Non è una condanna totale della scuola; è semmai il segnale che la scuola continua a essere il luogo dove si passa più tempo, senza diventare per questo il luogo dove più facilmente ci si sente compresi. Per un’istituzione che dovrebbe essere il primo presidio pubblico della crescita, non è un dettaglio.
Un elemento da valorizzare è il trattamento del digitale. Il report non cade nella tentazione di trasformarlo nel colpevole unico. Lo definisce piuttosto un ambiente ambivalente, un pharmakon, insieme veleno e rimedio. Ci sono pressione algoritmica, performatività, esposizione, confronto incessante.
Ma ci sono anche possibilità di espressione, contatto, accesso, riconoscimento. Questa impostazione è più matura di molta pubblicistica scandalizzata, che usa TikTok e Instagram come un tempo si usava il rock o la televisione: comodi contenitori di tutte le paure adulte.
Fin qui, i meriti. Adesso specifichiamo anche il contesto della ricerca, per completezza d’informazione verso il lettore. Unhate Foundation, nel suo nuovo corso avviato nel 2025, nasce esplicitamente “nel solco” di un progetto lanciato da Benetton nel 2011 e rivendica la matrice della “visione personale e della cultura di impresa di Alessandro Benetton”.
La Fondazione indica inoltre tra i propri sostenitori istituzionali Edizione, Mundys e Aeroporti di Roma, che contribuiscono all’operatività e ai progetti con risorse economiche, competenze e know-how; il bilancio 2024 chiarisce che per il triennio 2024-2026 la Fondazione dispone dei contributi già deliberati proprio da questi soggetti.
Questo non basta, da solo, a delegittimare il rapporto. Sarebbe una scorciatoia pigra. Ma serve a suggerire cautela e contesto. Non siamo di fronte a un osservatorio pubblico neutrale né a una ricerca universitaria indipendente in senso pieno.
Siamo di fronte a una fondazione del terzo settore collocata dentro una precisa infrastruttura valoriale e imprenditoriale, che parla il lessico dell’inclusione, della mobilità sociale, della cultura, dell’empowerment, della responsabilità sociale e dell’ESG.
È un lessico legittimo, ma non neutro. E può influenzare il modo in cui la fragilità viene inquadrata: più come carenza di opportunità, contesti e accompagnamento; meno come effetto di rapporti economici, precarietà lavorativa, redistribuzione mancata, impoverimento strutturale del welfare.
Detto altrimenti: il report è interessante anche per ciò che non mette del tutto a fuoco. Parla con acutezza delle transizioni, dell’orientamento, del bisogno di ascolto e di agency. Ma resta più prudente quando si tratterebbe di spingere davvero la diagnosi verso il terreno materiale: redditi, lavoro povero, impossibilità di uscire di casa, compressione del futuro in una società che chiede sempre più autonomia e offre sempre meno strumenti per conquistarla. La fragilità giovanile non è soltanto una questione di riconoscimento. È anche, e molto, una questione di condizioni.
Il rapporto riesce a restituire una realtà più frastagliata, meno edificante, meno vendibile. La sua intuizione migliore è forse questa: i giovani non sono una generazione “persa”, ma una generazione messa continuamente alla prova in un contesto che moltiplica le attese e assottiglia gli appigli.
La fragilità, qui, non è l’eccezione. È la forma quotidiana assunta da una vita che deve mostrarsi sempre pronta, sempre performante, sempre aperta, pur sapendo di poggiare su basi fragili.
Il punto politico, allora, è tutto qui. Se la fragilità giovanile viene trattata come una faccenda individuale, il massimo che potremo offrire sarà una combinazione di psicologi, campagne di ascolto e pedagogia delle emozioni.
Tutto utile, persino necessario, ma insufficiente. Se invece la leggiamo per quello che è — una miscela di pressione simbolica, vulnerabilità materiale, transizioni mal governate, disuguaglianze di genere, solitudine istituzionale — allora il discorso cambia. E cambia anche la responsabilità pubblica.
Perché una società che osserva i propri giovani soltanto quando stanno male ha già perso una parte del problema. Ma una società che li studia, li misura, li ascolta e poi continua a chiedere loro di arrangiarsi da soli ha perso anche il resto.



