Il bidet di Mamdani riduce la frattura tra Usa e Europa

Quando Zohran Mamdani entra a Gracie Mansion, residenza ufficiale del Sindaco di New York, e dice che installerà i bidet, non sta facendo una riforma. Sta facendo un gesto. E i gesti, a volte, raccontano più delle dichiarazioni ufficiali.

Per un europeo l’idea che il bidet sia una notizia è quasi comica: come se qualcuno annunciasse di voler mettere le finestre in una casa. Ma proprio questa distanza dice qualcosa di profondo sul momento che viviamo.

Perché il rapporto tra l’Occidente europeo e quello americano non è mai stato solo un’alleanza militare o un accordo commerciale: è stata per decenni una convinzione condivisa su cosa significasse “modernità”. E oggi quella convinzione si sta sbriciolando.

Il bidet, nella mini-storia che rimbalza tra giornali, social e talk show, è il simbolo perfetto: un oggetto minuscolo che divide due idee opposte di civiltà quotidiana.

Da una parte l’Europa che, nel suo meglio e nel suo peggio, crede ancora che alcune cose non siano lusso ma standard: salute pubblica, infrastrutture, regole, servizi essenziali, un’idea di “decoro” collettivo.

Dall’altra l’America che, nel suo meglio e nel suo peggio, tende a trasformare lo standard in scelta individuale: vuoi più igiene? Comprati un accessorio. Vuoi più sicurezza? Fatti un’assicurazione migliore. Vuoi più protezione? Spostati in un quartiere più caro. È una semplificazione, certo. Ma basta osservare cosa diventa rapidamente mercato, e cosa invece resta diritto.

Per questo la storia del bidet, apparentemente leggera, cade in un momento politico pesantissimo. In questi giorni l’Europa discute “la nuova realtà” del rapporto con Washington e registra colpi che non sono solo retorici: minacce e strumenti economici usati come leva geopolitica, tensioni sulla fedeltà alle alleanze, un clima in cui la relazione transatlantica appare meno come un patto tra pari e più come una negoziazione continua, imprevedibile, spesso muscolare.

La sensazione europea, per dirla senza diplomazia, è che l’America non sia più un riferimento stabile ma un attore che può cambiare linea da una settimana all’altra e chiedere “prezzi” sempre più alti per la cooperazione.

Eppure, nello stesso tempo, basta un oggetto domestico per vedere l’altra faccia: quella per cui l’America resta incredibilmente permeabile. Il bidet entra nella conversazione pubblica americana non perché glielo impone Bruxelles, ma perché qualcuno lo prova, lo racconta, lo normalizza.

Un’azienda lo vende come accessorio, i designer lo inseriscono nei trend, e all’improvviso un pezzo d’Europa diventa desiderabile. È un movimento piccolo ma istruttivo: quando le grandi strutture scricchiolano, la cultura materiale continua a scambiarsi. E a volte tiene aperta una porta che la politica sta richiudendo.

“Zohran Mamdani at the Resist Fascism Rally in Bryant Park on Oct 27th 2024” by Bingjiefu He is licensed under CC BY-SA 4.0.

Qui sta il punto “speranza”, se lo vogliamo chiamare così: la frattura non è totale, perché non passa solo dai leader e dalle crisi. Passa anche da ciò che le società si concedono di desiderare. E il desiderio, a differenza della geopolitica, non si controlla facilmente.

Puoi fare una guerra di dazi, puoi trasformare un vertice in un braccio di ferro, puoi perfino mettere in discussione pezzi di ordine internazionale; ma non puoi impedire che una generazione di americani guardi al mondo e pensi: “Quella cosa lì è semplicemente migliore”.

Naturalmente non dobbiamo raccontarci favole. Un bidet non ricuce la distanza su difesa, tecnologia, commercio, clima, né risolve l’asimmetria di potere che l’Europa avverte sempre di più. Però illumina un aspetto che nei commenti politici viene ignorato: l’alleanza, quando funziona, non è solo un trattato; è un’abitudine condivisa a vivere dentro la stessa definizione di “normale”.

È la convinzione che esista una soglia minima di qualità della vita che non dovrebbe dipendere solo dal reddito, e che lo Stato – con tutti i suoi difetti – abbia un ruolo nel garantire standard, non solo nel proteggere mercati.

Se quella convinzione si rompe, l’Europa e l’America possono restare alleate per necessità, ma non saranno più simili per cultura. E quando non ci si somiglia più, ogni crisi diventa più difficile da attraversare insieme, perché mancano le premesse implicite, le cose non dette, la fiducia di base.

Per questo il bidet di Mamdani è una buona metafora: ricorda che la crisi tra Occidenti non è solo “in alto”, nelle istituzioni, ma “in basso”, nei modelli di vita. La speranza – ammesso che la parola non dia fastidio – non sta nell’ingenuità di pensare che basti un oggetto a cambiare un rapporto internazionale.

Sta nel fatto che, anche quando l’alleanza si irrigidisce, qualcosa continua a passare: idee di comfort, standard di cura, aspirazioni di benessere non ostentato. Passa la domanda, tutta europea e per questo oggi quasi controcorrente: “Perché una cosa normale dovrebbe essere un lusso?”.

Se l’Europa vuole davvero capire la frattura con gli Stati Uniti, dovrebbe smettere di guardarla solo come un problema di leadership o di potenza, e iniziare a vederla come un problema di modello. Gli americani non rifiutano l’Europa perché la odiano: spesso non la capiscono, o la percepiscono come un sistema che limita.

Gli europei non rifiutano l’America perché la disprezzano: spesso la temono, perché la vedono come un sistema che, quando decide, non si ferma. In mezzo c’è una domanda semplice: quale idea di vita consideriamo “normale” e quale siamo disposti a difendere?

In questa domanda, paradossalmente, un bidet può essere più utile di un comunicato stampa. Perché obbliga a guardare il conflitto transatlantico dal basso, dove non ci sono bandiere, ma abitudini. E le abitudini sono sempre la vera costituzione di un’epoca.