La Nato non si divide sulla guerra russo-ucraina. Non si divide sul Medio Oriente. Non si divide sul Venezuela. Non si divide sulla fame nel mondo. Non si divide nemmeno sull’idea stessa di ordine internazionale, che ormai è diventata una parola buona per tutti i comunicati e per nessuna decisione. Non si divide per gli esiti di una rivoluzione scientifica. Si divide sulla Groenlandia.
Leggendo la storia sui libri, sembra sempre fatta di gesti solenni, con una data precisa, una dichiarazione solenne, la stipula di una carta dei diritti su cui ci si divide e magari scoppia una guerra. Invece no, forse la leggeranno così i nostri posteri, su un testo ormai digitale, ma la realtà del presente è più sottile e strisciante nella vita quotidiana. La Nato ha iniziato la sua dissoluzione senza dichiararla esplicitamente.
Dopo le minacce crescenti di Donald Trump sul “possesso” dell’isola, l’Europa annaspa, inviando qualche sparuto militare in Groenlandia, più che altro un timido messaggio. Ma appena il duce statunitense minaccia altri dazi, ecco la retromarcia immediata. Una dignità, quella europea, che in sostanza non vale il 10% in più sui cavoletti di Bruxelles negli States. Però sono comunque cavoletti nostri. In tutti i sensi.
Dai carri armati alle tariffe, come strumento di disciplina interna. Ormai non serve più un nemico esterno, tipo un gruppo di terroristi fondamentalisti, per tenere unita con la forza l’alleanza. Il prezzo dei diritti non è più civile o morale: è proprio il prezzo delle merci che si trovano esposte al supermercato. La shrinkflation della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

In questo quadro l’Italia è presente con la sua assenza. Il governo Meloni, che giustificherebbe anche l’eventuale bombardamento di San Marino se deciso da Trump, recita la parte dell’amico scemo di Washington, quello che prende gli schiaffoni ridendo compiaciuto e, come premio, non vedrà aumenti sulle mozzarelle di bufala o sul parmigiano. Nell’Europa che annaspa, l’Italia non è il ponte verso gli Usa ma la crepa.
Per decenni abbiamo chiamato “Occidente” un circuito di fiducia che non prevedeva l’uso della forza tra partner. Per ottant’anni la Nato è stata “noi” contro un esterno. Ora si intravede un’altra forma: “noi” contro “noi”, senza bisogno di sparare. Perché nel 2026 il conflitto può essere tariffario e restare pienamente politico, può essere economico e produrre conseguenze strategiche.
E la Groenlandia è la scena perfetta del crimine, proprio perché è lontana. Abbastanza strategica da essere vendibile come “sicurezza”, abbastanza remota da sembrare astratta, abbastanza ambigua da consentire più versioni del racconto. Ma dentro quella remota concretezza si sta misurando una cosa che non riguarda l’isola: riguarda il futuro della parola “alleato”, che si è trasformata in “cliente”.
Con la differenza che i clienti, almeno, possono cambiare negozio. Noi no: siamo dentro un centro commerciale chiamato Nato, con le uscite bloccate dalla politica nostrana ed europea. Un’alleanza spacciata come deterrente contro la guerra che scopre di morire per lo scontrino fiscale. Altri mercati e altre alleanze sono in realtà possibili senza perdere l’identità basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ma per affrontarli occorre coraggio e, soprattutto, intelligenza. Merce al momento non disponibile sull’unico mercato davvero necessario, quello della politica.



