Oggi, 18 dicembre 2025, è la Giornata internazionale dei migranti. Le Nazioni Unite la accompagnano con un messaggio che non dovrebbe aver bisogno di essere ripetuto: la migrazione può essere un motore di progresso, ma se viene gestita male diventa un amplificatore di odio e divisione.
Dal 2014 decine di migliaia di persone sono morte o risultano disperse lungo le rotte; i confini si restringono, trafficanti e contrabbandieri prosperano, e donne e bambini restano i più esposti. La conclusione è un invito altrettanto netto: difendere i diritti di ogni migrante e garantire che la migrazione sia dignitosa e sicura per tutti.
E ora, come la celebriamo in Italia. Non con corridoi legali più credibili. Non con un sistema d’accoglienza che trasformi l’attesa in integrazione. Non con la lingua, che è la prima infrastruttura civile di qualunque convivenza. La celebriamo così: rendendo l’italiano facoltativo proprio dove sarebbe più necessario.
Nei CAS, i Centri di accoglienza straordinaria, che ospitano la maggior parte dei richiedenti asilo, i corsi di lingua sono diventati un optional: se li trovi bene, se non li trovi pazienza. È il risultato di scelte normative che, negli anni, hanno progressivamente ristretto ciò che lo Stato pretende e finanzia nei centri di prima accoglienza.
L’ultima svolta è arrivata con il cosiddetto “decreto Cutro”, che ha ridotto i servizi ai minimi essenziali e ha tolto dal perimetro obbligatorio strumenti di inclusione come l’insegnamento dell’italiano. Non è una proibizione plateale, è un’operazione più sottile: la lingua non viene vietata, viene lasciata alla buona volontà dei gestori o al volontariato esterno. E quando la lingua diventa “facoltativa”, nella pratica scompare.
Il risultato è facile da prevedere e comodo da ignorare: persone parcheggiate per mesi o anni, con pochissime occasioni reali di autonomia, più vulnerabili al lavoro nero, più dipendenti da reti informali, più esposte a marginalità e sfruttamento. Qui si consuma il paradosso: si giustifica tutto con il risparmio, ma poi si costruisce un sistema che produce costi più lunghi e più alti.
Perché se aumentano i dinieghi e di conseguenza i ricorsi, i tempi si allungano, la permanenza nei centri cresce. Quindi non stai riducendo l’accoglienza: la stai cronicizzando. Nel frattempo, però, hai tolto ciò che potrebbe accorciare davvero la distanza tra “ospite” e “cittadino”: la lingua.

Questa scelta avviene mentre l’Italia resta uno snodo della rotta del Mediterraneo centrale. Nel 2025, secondo i dati diffusi da UNICEF e dalle fonti internazionali richiamate nella giornata mondiale, gli arrivi via mare in Italia sono stati circa 63.900 fino a metà dicembre, con 11.700 minorenni.
Nel sistema di accoglienza italiano, a fine novembre, risultavano presenti oltre 143.000 tra rifugiati e migranti, e i minori stranieri non accompagnati censiti erano oltre 18.000. Nello stesso anno, sempre secondo UNICEF, più di 1.700 persone sono morte nel Mediterraneo. Sono numeri che raccontano un fatto elementare: non siamo davanti a un’eccezione, ma a una realtà strutturale.
E nel mondo la pressione continua a crescere: UNHCR stima oltre 122 milioni di persone costrette alla fuga entro la fine di aprile 2025, spinte da conflitti come Sudan, Myanmar e Ucraina. È in questo quadro che l’idea di “ottimizzare” tagliando la lingua a chi è già qui rivela la sua natura: non pragmatismo, ma miopia amministrativa elevata a dottrina.
Poi c’è l’altra celebrazione all’italiana, quella più rumorosa: il confine spostato più in là, il “modello Albania” venduto come soluzione. Un modello che, nel 2025, ha continuato a muoversi tra annunci, stop and go, contestazioni giuridiche, convalide negate e adattamenti continui dell’impianto operativo. Anche qui, al netto della propaganda, resta una costante: molta energia spesa per mostrare controllo, poca investita per costruire integrazione.
La giornata mondiale dei migranti dovrebbe servire a disinnescare le narrazioni che disumanizzano. In Italia, invece, la narrazione dominante va nella direzione opposta: il migrante come pratica da archiviare, da respingere, da trasferire. E quando non puoi respingerlo subito, lo tieni fermo e gli togli persino l’attrezzo base per non restare fermo: la lingua.
È una scelta che si presenta come realismo e finisce per essere ideologia: l’ideologia dell’integrazione sabotata. Perché se rendi più difficile imparare l’italiano, non “proteggi” nulla. Rendi soltanto più facile che l’irregolarità diventi destino e che la marginalità diventi una profezia che si autoavvera. Proprio oggi, nella giornata che dovrebbe ricordare diritti e dignità, la fotografia è questa: l’Italia risparmia sull’alfabeto e poi si stupisce se la convivenza non funziona.



