Euro digitale: infrastruttura pubblica o nuova rendita?

La Bce sta per passare dalla teoria alla costruzione dell’euro digitale: dopo due anni di preparazione, il Consiglio riunito a Firenze ha dato il via alla fase tecnica che parte il 1° novembre, con piloti nel 2027 e obiettivo 2029 se l’Ue chiuderà la legge entro il 2026.

Non è un giocattolo di laboratorio, è un’infrastruttura pensata per riportare in Europa pezzi di pagamenti oggi in mano a circuiti e stablecoin americane. La stessa Bce lo dice senza giri di parole: serve autonomia nei pagamenti digitali, non dipendenza da scelte prese fuori dall’Ue.

Il governatore Fabio Panetta prova a calmare le banche: i costi d’infrastruttura li paga l’Eurosistema (si ripagano col signoraggio), l’adeguamento per gli intermediari è “relativamente contenuto”, stima 6 miliardi in quattro anni (circa 1 milione per banca).

Il timore della “fuga di depositi” verso wallet garantiti dalla banca centrale sarebbe mitigato da un tetto ai saldi, oggi discusso intorno a 3.000 euro a persona. Tradotto: si costruisce un rubinetto europeo dei pagamenti, ma con una valvola che preservi la stabilità bancaria.

Per noi, però, la domanda non è solo tecnica. È politica e sociale. L’euro digitale può diventare un servizio pubblico dei pagamenti — gratuito nei servizi di base, offline per tutelare la riservatezza quotidiana, accettato ovunque — oppure un’altra piattaforma che scarica costi e frizioni sugli ultimi della fila: anziani senza smartphone, lavoratori informali, persone senza conto, aree a bassa connettività.

Se il diritto al contante è la “porta d’ingresso” alla cittadinanza economica, l’euro digitale non può chiuderla: deve affiancare il contante, non sostituirlo, e offrire un wallet pubblico davvero semplice, accessibile, privacy by design e non “by marketing”.

C’è anche un filo geopolitico: negli Usa avanza una cornice sulle stablecoin e sui depositi tokenizzati; se l’Europa resta ferma, la quotidianità dei pagamenti si riallinea verso il dollaro per inerzia tecnologica. La Bce spinge proprio per evitare che la nostra moneta venga disintermediata a casa nostra.

Ma attenzione al paradosso: inseguire le Big Tech americane sul loro terreno senza costruire tutele sociali europee ci consegna la forma senza la sostanza. L’euro digitale ha senso se riduce le rendite private dei pagamenti, abbassa le commissioni per piccoli esercenti, protegge i dati dei cittadini e non crea una moneta “a due velocità” tra chi può restare in banca e chi viene dirottato su un wallet di serie B.

Il cantiere si apre adesso. Entro il 2026 la politica europea dovrà dire che moneta pubblica digitale vuole: con tetto ai saldi calibrato e trasparente, regole forti su dati e anonimato offline, canalizzazione dei risparmi di commissioni verso esercenti e consumatori, obbligo di accettazione con esenzioni sensate, e un canale pubblico (app e carta) per chi oggi è escluso.

Altrimenti non cambierà nulla: oligopoli privati ieri, oligopoli privati domani. Firenze accende il timer; Bruxelles deve scrivere i diritti, non solo il codice.