In Campania campo largo, elettori stretti

E meno male che Elly Schlein era il nuovo che avanza. Avanza in frigo, per l’appunto: conservato, etichettato, servito freddo al momento opportuno. In Campania aprono lo sportello e tirano fuori il menù fisso: Roberto Fico candidato unitario, Piero De Luca segretario regionale Pd all’unanimità. La scena è pulita, persino elegante. Mancano solo gli elettori. Dettagli.

Il punto non è Fico, che può piacere o non piacere, né la famiglia De Luca, che in questa regione è da anni un sistema operativo più che un cognome. Il punto è la distanza. Viene decisa una convergenza, s’incolla l’adesivo “campo largo”, si convoca il leader nazionale per il selfie di rito. E nel frattempo la base—quella che fa banchetti, volantini, discussioni infinite nei circoli—scopre tutto da un lancio d’agenzia. Il Pd di Schlein voleva essere la casa della partecipazione; sta diventando la sala d’attesa dove si viene chiamati solo quando serve la firma.

La retorica è l’ultima a morire: “unità”, “responsabilità”, “stabilità”. Ma sotto la moquette si sente lo scricchiolio del vecchio parquet: nomine senza competizione, segreterie decise per acclamazione, dossier politici sigillati in stanze dove l’aria la cambiano i soliti. Così la promessa di Schlein—spalancare porte e finestre—si traduce in un ricambio per cooptazione. Nuove facce, antiche procedure. E l’elettore? Osserva, prende nota, si allontana. Astenersi non è vigliaccheria: è un giudizio.

“il presidente della Camera Roberto Fico” by Sapienza Università di Roma_Archivio fotografico is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

La Campania, da laboratorio, diventa vetrina. Metti davanti Fico, dietro la filiera che conosciamo, e spera che passi. Ma il distacco non si ricuce con gli “slogan contenitore”. Si ricuce in tre mosse elementari (dunque difficili):

Trasparenza radicale sulle scelte: criteri, biografie, competenze, conflitti d’interesse. Nomina? Pubblico il perché, non solo il nome.

Procedure vere: primarie quando hanno senso, consultazioni misurabili, verbali accessibili. Niente “unanimemente” come tappo.

Rendicontazione: obiettivi di mandato, tempi, numeri. Se prometti sanità, trasporti, lavoro buono, mi dici cosa, come e quando. Poi torni e mi dici com’è andata.

Senza questo, il “campo largo” resta recinto stretto: ci si stringe tra dirigenti per proteggere l’equilibrio interno, e si perde l’unico alleato che conta—chi sta fuori. I giovani dem lo fiutano subito: chiamatela come volete, a loro sembra resa. E i dissidenti messi a cuccia per l’unità raccontano una verità triste: la discussione interna non è conflitto politico, è rumore da spegnere.

Fico ha una chance: spostare il baricentro dall’accordo di vertice al patto con gli elettori. Può dire: liste pulite e controllabili, niente amici degli amici, monitor civico sui primi cento giorni, bilanci in chiaro, tavoli tematici con chi i problemi li vive e non solo li descrive. Può farlo anche dentro l’architettura De Luca, che macchine e voti li garantisce: basta pretendere luce. Se invece accetta il ruolo di frontman teleguidato, l’eco arriva forte all’inizio e svanisce dopo il primo ritornello.

E Schlein? Il nuovo non è una biografia: è un metodo. Se il metodo resta quello delle investiture dall’alto (leggi contrattazione), la distanza cresce come un interesse in banca. Ogni volta che scavalchi la partecipazione per “fare presto”, qualcun altro smette di crederti. E quando torni a cercarlo in campagna elettorale, trovi lo zerbino, non la porta aperta.

Conclusione provvisoria (ma non troppo): lo stallo è stato sbloccato, bene. La politica no. Se il Pd vuole tornare partito e non il solito comitato d’affari deve riaprire la pratica essenziale: farsi scegliere, non soltanto scegliere. Perché il voto non è un atto di fede; è un contratto a termine. E di questi tempi, se non rinnovi con i fatti, il datore di lavoro, l’elettore, ti manda direttamente… in frigo.