Nel disastro del volo Air India del 12 giugno scorso ad Ahmedabad, che ha provocato la morte di 260 persone, le prime ricostruzioni ufficiali mostrano un quadro sempre più inquietante. Secondo quanto riportato dal rapporto preliminare dell’AAIB, pochi secondi dopo il decollo, entrambi gli interruttori del carburante sono stati commutati da “RUN” a “CUTOFF” — un’azione che ha interrotto l’alimentazione dei motori, portando l’aereo a perdere spinta e a precipitare in pochissimi istanti.
Il primo ufficiale, che era ai comandi, avrebbe chiesto al comandante perché avesse spento gli interruttori. La risposta: “Non l’ho fatto”. Ma i dati della scatola nera non chiariscono chi dei due effettivamente abbia compiuto il gesto. Forse un errore umano? Forse un gesto volontario? Forse un cortocircuito decisionale tra i due?
La verità è che in cabina è successo qualcosa di inspiegabile — o meglio, inspiegabile per chi è fuori dalla logica industriale del trasporto aereo. Perché se dal punto di vista umano e tecnico la domanda è “Come è potuto succedere?”, dal punto di vista economico e legale la domanda è un’altra: “Chi pagherà?”
E qui il quadro si complica.

Nonostante la dinamica sia ormai chiara — interruttori spenti, perdita di potenza, tentativo automatico di riavvio troppo tardivo — il rapporto preliminare non identifica chiaramente i ruoli dei due piloti nel dialogo riportato. Una omissione difficile da comprendere. Mentre ci si aspetterebbe una piena trasparenza su ogni secondo passato in cabina, il tono è vago: si parla di “un pilota” che domanda e “l’altro” che risponde, senza specificare chi è chi. Eppure i nomi sono noti, le registrazioni vocali esistono, l’identificazione sarebbe possibile.
Nel frattempo, si parla d’altro. Air India è finita sotto i riflettori per altri controlli su Air India Express, per componenti motore non sostituiti, registri falsificati. Questioni gravi, ma del tutto secondarie rispetto a un disastro in cui sono morte centinaia di persone. Sembra quasi un diversivo. Come se la compagnia volesse spostare l’attenzione su problemi gestibili per evitare l’unico nodo davvero esplosivo: la responsabilità diretta dei propri piloti.
Perché se venisse confermato che il gesto — inspiegabile, tragico, irreversibile — è stato compiuto coscientemente da un pilota, Air India non potrebbe più rifugiarsi dietro il paravento del caso, del guasto o della sfortuna tecnica.
Non ci sarebbero appigli assicurativi o cavilli industriali. L’errore umano diretto — se tale verrà confermato — inchioderebbe la compagnia alla piena responsabilità. E con essa, alla necessità di rimborsare tutte le famiglie delle vittime. Senza margine. Senza scappatoie.
Il sospetto è che questa sia la vera posta in gioco dietro i silenzi, le ambiguità linguistiche, la mancata identificazione chiara dei dialoghi.
Per i familiari delle vittime, per noi cittadini, la verità serve a capire cosa è accaduto e ad evitare che si ripeta.
Per la compagnia, invece, la verità è un rischio economico.
E questo, purtroppo, è uno dei problemi più gravi dell’aviazione commerciale moderna: quando il dolore umano diventa una voce di bilancio.



