C’è una guerra che, anche dopo la pace, continua a colpire.
Una guerra che non si è combattuta solo con fucili, assedi e missili. Ma anche con i corpi delle donne. E che ha lasciato, forse più di ogni altra cosa, un silenzio pieno di vergogna.
Nel nord dell’Etiopia, nella regione del Tigray, tra il 2020 e il 2022 si è consumato un conflitto tra le forze federali etiopi e i ribelli del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF). Un conflitto cruento, con decine di migliaia di morti, villaggi distrutti, blackout umanitari. Ma soprattutto, un conflitto in cui lo stupro è diventato un’arma sistematica, pianificata e usata su larga scala.
Secondo stime delle autorità locali e delle Nazioni Unite, oltre 120.000 donne sono state violentate in quel periodo. E oggi, mentre i fucili tacciono, sono proprio loro a non ricevere né giustizia né cure. Perché — come spesso accade — la guerra è finita, ma la violenza continua nel modo più insidioso: con l’abbandono.
Lo stupro come strategia
Le testimonianze raccolte dalle ong internazionali e dai centri medici di emergenza parlano di una violenza spaventosa.
Non episodi isolati, ma attacchi organizzati, deliberati, portati avanti da soldati etiopi, milizie amhara, forze eritree e – secondo alcuni report – anche dagli stessi ribelli tigrini.
Donne stuprate davanti ai figli. Ragazzine violentate da più uomini per ore. Ferite gravi all’apparato riproduttivo, uso di oggetti, mutilazioni. Stupro non come “effetto collaterale”, ma come tecnica per distruggere le comunità dall’interno.
Perché nulla rompe un tessuto sociale come la vergogna inflitta al corpo. Nulla marchia un popolo come la paura di ciò che le donne hanno subito e continueranno a subire in silenzio.
Dopo lo stupro, il vuoto
Ci si aspetterebbe, dopo una simile catastrofe umana, un’azione rapida dello Stato. Un programma d’emergenza, una rete di centri antiviolenza, un piano di giustizia. Invece, il contrario.
Le autorità federali etiopi, dopo aver inizialmente ammesso l’entità del fenomeno, si sono chiuse in un atteggiamento difensivo, quasi negazionista. Nessuna commissione indipendente, nessun processo significativo, nessun censimento ufficiale delle vittime.

Anche a livello regionale, nella stessa Tigray, le strutture sanitarie sono state devastate dalla guerra, e molte delle ong che cercavano di aiutare hanno trovato ostacoli burocratici e politici.
In un Paese già segnato da tensioni etniche e centralismo autoritario, parlare apertamente di stupro sistematico significa toccare il cuore della responsabilità del governo. E molti, anche tra i vertici politici, preferiscono che la questione svanisca nel tempo, nascosta da qualche conferenza e da rapporti interni non pubblicati.
Il coraggio delle donne, e chi prova ad ascoltarle
In mezzo a questo vuoto, però, le donne non sono rimaste completamente sole. Alcuni gruppi locali hanno avviato progetti di sostegno psicologico.
In particolare, alcune reti tigrine hanno preso esempio dai “circoli del dolore” nati dopo il genocidio in Ruanda: cerchi di parola, condivisione, elaborazione collettiva.
Anche alcune sopravvissute ruandesi hanno viaggiato fino in Etiopia per portare il proprio aiuto, in un ponte di solidarietà tra traumi simili.
Ma queste iniziative non bastano. Perché quando la violenza è stata tanto diffusa, tanto brutale e tanto ignorata, la guarigione ha bisogno di qualcosa di più: di legittimazione pubblica, di giustizia formale, di sostegno strutturale.
Il mondo guarda altrove
Forse perché è Africa, forse perché è lontano, forse perché oggi i riflettori sono altrove: il mondo ha smesso di guardare al Tigray.
I pochi report delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie restano spesso ignorati.
I finanziamenti sono esauriti. L’attenzione internazionale si è spostata su guerre “più visibili”, più vicine, più convenienti da raccontare.
E così, mentre le cancellerie parlano di “ricostruzione”, migliaia di donne vivono con ferite mai curate, con figli nati dallo stupro, con vite frantumate e senza una sola scusa ufficiale.
Non basta voltarsi
Questa non è solo una tragedia africana. È una domanda che riguarda tutti: quanto vale la memoria di una donna stuprata in guerra?
Quanto vale il suo diritto a denunciare?
E cosa significa pace, se non si fonda anche sulla giustizia?
Il Tigray oggi non è più in guerra. Ma non ha ancora fatto pace con il proprio passato. E se il mondo smette di ascoltare, il rischio è che queste 120.000 voci vengano sepolte sotto due macerie: quelle delle case bombardate, e quelle dell’indifferenza.



