Il 3 luglio 2025, con una serie di lettere inviate alle big tech e un ordine esecutivo già prorogato più volte, Donald Trump ha rivendicato il potere di sospendere una legge federale – il divieto bipartisan di TikTok approvato dal Congresso e confermato all’unanimità dalla Corte suprema – autorizzando le aziende a ignorarla senza incorrere in alcuna responsabilità.
Non è solo la vicenda di un’app popolare: è un passaggio chiave nella trasformazione della presidenza in un potere che pretende di essere al di sopra delle leggi.
Un presidente al di sopra di tutto
Trump ha sempre cercato il confronto con il Congresso, ma qui va oltre: non si limita a indirizzare le priorità di applicazione – qualcosa che rientra nella discrezionalità dell’esecutivo – bensì si attribuisce il diritto di annullare l’effetto normativo di un atto votato a stragrande maggioranza da entrambe le Camere. In pratica, con un tratto di penna, cancella la volontà popolare espressa dal legislatore e ratificata dai giudici.
Si tratta di un atto politicamente dirompente. Se un presidente può sospendere selettivamente una legge approvata dal Congresso ogni volta che sostiene di intravedere questioni di sicurezza nazionale, la separazione dei poteri diventa un’illusione. Il messaggio al potere economico è altrettanto inquietante: il capo dell’esecutivo può concedere licenze di impunità alle multinazionali, premiando chi si adegua ai suoi disegni politici.
È una deriva bonapartista che svuota la funzione di controllo del Parlamento e crea un precedente pericoloso per qualsiasi futuro presidente – di qualunque partito – tentato di aggirare l’opposizione legislativa.
La critica giuridica: violazione del ‘take care’ e del precedente storico
Sul piano costituzionale, l’ordine di Trump cozza frontalmente con la clausola take care dell’articolo II, che impone al presidente di «far sì che le leggi siano fedelmente eseguite». La discrezionalità dell’accusa consente di stabilire priorità, non di annullare ex lege condotte che il Congresso ha qualificato come illecite.
Sospendere l’esecuzione della norma per un tempo indefinito, dichiarando “irrevocabilmente” estinta ogni possibile responsabilità, equivale a un potere di dispensa che i costituenti americani hanno esplicitamente negato alla figura presidenziale.

La Corte suprema stessa, in un caso del 1838 (Kendall v. United States ex rel. Stokes), ha precisato che la Costituzione non conferisce al presidente la prerogativa monarchica di sospendere o dispensare dalle leggi del Congresso – prerogativa che apparteneva al re britannico e che i padri fondatori vollero escludere. Ignorare questo limite significa riportare l’esecutivo a un modello pre‑costituzionale di potere personale.
Vi è poi un problema di certezza del diritto: affermare che le imprese “non hanno violato alcuna legge” crea un vuoto normativo retroattivo e prospettico, cancellando diritti acquisiti – compreso il diritto dei singoli cittadini a vedere applicata la legge sanzionatoria approvata dai loro rappresentanti. È un’erosione indiretta della tutela giurisdizionale, perché priva i tribunali della possibilità stessa di giudicare.
Infine, l’ordine mina il principio di eguaglianza di fronte alla legge. Se Apple o Google possono ignorare il divieto grazie a un salvacondotto presidenziale, perché altri soggetti dovrebbero rispettare norme che reputano dannose per i propri interessi? Il risultato è un ordinamento a geometria variabile, in cui la legalità dipende dalla benevolenza del vertice politico.
Un test sul futuro dell’equilibrio tra poteri negli Usa
Il provvedimento di Trump non è solo un episodio nell’eterna disputa tra Casa Bianca e Congresso, né un braccio di ferro economico con la Cina. È un test decisivo sul futuro dell’equilibrio dei poteri negli Stati Uniti. Se passa l’idea che il presidente possa «disattivare» a piacimento le leggi federali, la Costituzione americana perde la sua forza di argine e diventa flessibile fino a spezzarsi.
Tocca al Congresso, alla magistratura e – soprattutto – all’opinione pubblica decidere se accettare questa torsione autoritaria o difendere il principio che, in democrazia, nessuno è al di sopra della legge.



