Negli ultimi mesi, la scena globale è dominata da eventi che sembrano usciti da una tragicommedia bellica. Israele avvisa l’Iran prima di colpirlo. L’Iran avvisa gli Stati Uniti prima di attaccare le loro basi. Putin si propone come mediatore tra Iran e Israele mentre invade l’Ucraina. A Gaza si spara sui civili affamati in fila per ricevere aiuti. Questi episodi rivelano il disfacimento delle logiche classiche della guerra, che una volta avevano almeno la parvenza di uno schema razionale: causa, dichiarazione, combattimento, negoziato.
Oggi assistiamo invece a guerre-spettacolo, simulate nei protocolli ma reali nei cadaveri, dove la comunicazione precede l’azione e la distruzione viene giustificata come “gesto controllato”.
Dietro l’apparente razionalità di “avvisare il nemico” si cela un paradosso: una guerra che vuol sembrare chirurgica mentre continua a essere carneficina. È il tentativo di mantenere il controllo narrativo di fronte all’opinione pubblica, mentre il caos regna sovrano sul campo.
In un tempo in cui la guerra dovrebbe essere l’ultima risorsa, questi uomini la impugnano come fosse un telecomando. Putin, Netanyahu, Trump non rappresentano solo potenze nucleari e democrazie fragili: sono incarnazioni moderne del potere psicotico, capaci di scatenare la morte su larga scala con una disinvoltura che lascia attoniti.
La sensazione di vivere in un mondo dominato da pazzi al potere non è solo percezione. Le caratteristiche comportamentali di questi leader corrispondono a tratti tipici di disordini della personalità:
Vladimir Putin non è soltanto un autocrate, ma l’emblema di una mente ossessionata dal controllo e dalla restaurazione imperiale. In Ucraina ha scatenato una guerra d’aggressione che divora vite e città con metodo chirurgico e freddo. Ogni opposizione interna è liquidata o avvelenata. La sua proposta di “mediazione” tra Iran e Israele, mentre bombarda Kiev, non è cinismo: è delirio di onnipotenza travestito da diplomazia.
Benjamin Netanyahu, storico esponente della destra israeliana, governa come se Gaza fosse una scacchiera e i suoi abitanti pedine sacrificabili. La strage totale, gli attacchi ai convogli umanitari, gli spari sulla folla affamata: nulla lo frena, nemmeno la condanna internazionale. Incarna un potere ossessivo, identitario, capace di usare la guerra come strumento di sopravvivenza politica, mentre l’opinione pubblica interna si divide tra paura e nazionalismo.
Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, è forse il più imprevedibile e pericoloso. Un leader che tratta alleanze e guerre come branding, alimentando crisi con tweet e insulti, e cancellando anni di diplomazia in una diretta TV. La sua gestione della politica estera è guidata da egocentrismo e vendetta. Che un uomo così possa avere accesso al bottone nucleare è uno dei paradossi più inquietanti del nostro tempo. È l’incarnazione dell’impulsività al potere, dove l’ira personale può diventare politica estera.
Questi tre leader hanno in comune una cosa: non vedono la vita umana come valore, ma come ostacolo, rumore di fondo, danno collaterale. Il loro potere non è solo autoritario, ma deumanizzante. Parlano al mondo con il linguaggio della forza, ma ascoltano solo la voce del proprio ego.
In loro si realizza appieno l’immagine di una psicopatia istituzionalizzata, dove uccidere migliaia di persone è parte della narrazione, non una deviazione. Il loro disprezzo per la fragilità umana è ciò che li unisce davvero. E la domanda inquietante è: quanto ancora siamo disposti a lasciarli fare, e a considerarli “statisti” invece che “sintomi” di una patologia collettiva?
Questi leader non cercano più stabilità, ma dominanza, non negoziano, ma manipolano. In questa visione, la razionalità geopolitica lascia spazio a una “razionalità interna” malata, fondata su egocentrismo, bisogno di controllo, e disprezzo per la sofferenza collettiva.
Stiamo assistendo non solo a un cortocircuito personale, ma a una follia sistemica, in cui gli Stati sono sempre più incapaci di rappresentare i propri cittadini, diventando strumenti di potere di élite militarizzate. Le regole internazionali sono svuotate: l’ONU, il diritto bellico, la diplomazia multilaterale appaiono impotenti e marginali. I civili sono ormai non-cittadini della guerra: usati come scudi, numeri, o propaganda.
In questo contesto, la guerra non è più l’estrema ratio, ma una routine, una prassi di governo. Si bombarda per governare, si media per distrarre, si minaccia per sopravvivere politicamente. È la logica della “post-guerra fredda” portata al parossismo: nessuno dichiara più guerra, ma tutti fanno guerra.
Viviamo in una fase storica in cui il potere ha divorziato dalla ragione, e la violenza è divenuta spettacolo e strumento quotidiano. Le guerre non sono più “sbagliate” nel senso classico, sono insensate, irrazionali, perverse nel loro sviluppo.
In questa situazione, il compito non è solo analitico, ma anche etico: rifiutare la narrazione anestetizzata della guerra “tecnica” e smascherare la follia dietro l’ordine apparente. Bisogna riportare al centro la voce delle vittime, la verità cruda degli effetti, e coltivare una resistenza culturale che non accetti come “normale” ciò che è profondamente disumano.


