Quando un banchiere – e non uno qualsiasi, ma il capo della prima banca italiana – afferma pubblicamente che non è socialmente accettabile non aumentare i salari nelle aziende che fanno utili, vale la pena ascoltarlo.
Perché se certe cose le dicono i sindacati, c’è sempre qualcuno pronto a etichettarle come ideologia. Se le dice un manager con alle spalle bilanci miliardari, allora si chiamano buonsenso e realismo.
Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha parlato chiaro alla conferenza Young Factor 2025: “La correlazione dogmatica tra salario e produttività è una scusa. Se fai utili, devi redistribuire. È una questione di equità, non di calcolo.”
Il paradosso dei profitti senza redistribuzione
Nel 2024, molte delle grandi aziende italiane hanno registrato utili record. Eppure, il salario reale medio ha perso valore. Secondo l’OCSE, l’Italia è tra i pochi Paesi dove i salari reali sono calati negli ultimi 30 anni. E mentre si festeggiano dividendi e trimestri “da record”, milioni di lavoratori italiani restano sotto la soglia del benessere minimo.
Lo stesso Messina lo dice con parole nette: “Se un lavoratore che guadagna 2.000 euro al mese non riesce a gestire un imprevisto da 500 euro, c’è qualcosa che non funziona. Ed è nostro dovere aiutare.”
Non è comunismo. È tenere insieme i pezzi
L’Italia non è un Paese povero, ma è un Paese che distribuisce male la ricchezza. Gli ultimi dati ISTAT mostrano che quasi un lavoratore su otto è povero, pur avendo un impiego. In parallelo, la quota di PIL destinata ai salari è ai minimi storici, mentre quella destinata ai profitti è cresciuta stabilmente.
E mentre si discute di salario minimo, redistribuzione, cuneo fiscale, la narrativa dominante nei media e nei talk show si concentra altrove: sulla produttività, sulla meritocrazia, sull’attrattività per gli investitori.
Tutti temi validi, certo. Ma lo sono anche – e forse prima ancora – i salari dignitosi, l’equità fiscale, la possibilità di non dover emigrare per sopravvivere.

La corsa al riarmo: priorità sbagliate
Messina non si ferma al tema salariale. Critica anche il dibattito europeo sul riarmo, diventato centrale dopo l’invasione dell’Ucraina e la crisi in Medio Oriente. “Mi trovo poco a mio agio in un approccio che vede la riconversione industriale verso la produzione di armi come priorità”, ha detto. “Se hai poveri nel tuo Paese, questa dovrebbe essere la priorità.”
Il punto non è ignorare la sicurezza o le esigenze della difesa, ma ricordare che non si costruisce stabilità con i cannoni se mancano i pilastri sociali. E la realtà è che in Europa crescono i bilanci militari, mentre ristagnano gli stipendi, i fondi per l’istruzione, le politiche giovanili.
La fuga dei giovani è una spia accesa
Dal 2023 in poi, i flussi migratori giovanili italiani sono tornati a crescere. Laureati e diplomati lasciano il Paese per stipendi più alti e migliori prospettive all’estero. Allo stesso tempo, l’Italia ha oltre 2 milioni di NEET: giovani che non studiano, non lavorano, e che spesso non sperano più.
Messina collega questi due mondi: la fuga dei migliori e l’abbandono degli invisibili. Due effetti diversi della stessa causa: un sistema economico che non premia chi merita, e non sostiene chi fatica.
Capitalismo o giustizia? Forse entrambe
Quello che emerge dal discorso di Carlo Messina è un’idea semplice e potente: non serve essere anticapitalisti per chiedere redistribuzione. Basta essere realistici.
In un sistema dove pochi raccolgono quasi tutto, e tanti non ce la fanno con il proprio stipendio, la coesione sociale si sfilaccia. La crescita rallenta. La rabbia cresce. E l’instabilità diventa inevitabile.
Messina parla da dentro il sistema. E proprio per questo la sua critica è importante. Perché non è una provocazione, ma un’allerta. Non un manifesto politico, ma un’analisi pragmatica.
Forse è arrivato il momento di capire che la redistribuzione non è una concessione. È un investimento nel futuro.



