Quando nel 2015 un agricoltore e guida alpina peruviano si presentò a Essen, in Germania, con una valigia, qualche studio scientifico e una richiesta di giustizia, in pochi immaginavano che sarebbe diventato il protagonista di uno dei casi più emblematici della lotta contro il cambiamento climatico.
Di Saúl Luciano Lliuya, che vive a Huaraz, nella regione di Ancash, nel cuore delle Ande peruviane, ne abbiamo parlato su Diogene Notizie qualche anno fa. Ogni giorno guarda i ghiacciai della Cordillera Blanca ritirarsi, sciolti dal calore che arriva anche da molto lontano. Il lago Palcacocha, sopra la sua città, si è gonfiato fino a superare di oltre 30 volte il suo volume storico. In caso di valanga o frana, l’acqua potrebbe travolgere tutto, come già accadde nel 1941, quando un’ondata glaciale uccise 1.800 persone.
Da quella memoria ancestrale è nata la sua battaglia. Saúl non ha accusato il proprio governo. Non ha incolpato il destino. Ha puntato il dito, con coraggio e umiltà, contro RWE, una delle più grandi aziende energetiche d’Europa, responsabile – secondo il Climate Accountability Institute – di circa lo 0,5% delle emissioni globali di CO₂.
Ha chiesto 18.000 dollari, la cifra simbolica corrispondente alla stessa percentuale del costo per costruire una diga che protegga la sua casa e quella dei suoi vicini. Lo ha fatto invocando un principio del codice civile tedesco: se le tue azioni, anche legali, danneggiano qualcuno, ne sei responsabile.
All’inizio la causa fu respinta. Ma nel 2017 il tribunale di Essen accolse la richiesta di riesame: per la prima volta in Europa un giudice riconobbe che una compagnia poteva essere chiamata a rispondere dei danni climatici causati all’estero.

Il caso divenne un simbolo. Una delegazione del tribunale volò in Perù, raccolse campioni dal lago, sorvolò i ghiacciai con un drone. Il mondo guardava. Si parlava di “precedente storico”. Ma nel maggio 2025, la sentenza definitiva è arrivata. E ha dato ragione a RWE.
Il tribunale di Hamm ha stabilito che la probabilità di inondazione è troppo bassa (appena sopra l’1% nei prossimi trent’anni) per configurare una responsabilità legale. E ha negato a Saúl la possibilità di ricorrere in appello. Finisce così, almeno nei tribunali, una causa durata quasi dieci anni.
Ma se Saúl ha perso sul piano legale, sul piano simbolico e umano ha già vinto. Ha portato per la prima volta davanti a un giudice una delle principali domande del nostro tempo: chi paga per i danni del cambiamento climatico? Può un cittadino del Sud globale chiedere giustizia ai grandi inquinatori del Nord?
Ha dimostrato che anche un contadino delle Ande può costringere un gigante dell’energia a rispondere davanti alla legge. Ha offerto un volto, una voce e una storia alla crisi climatica, troppo spesso ridotta a cifre e scenari.
Nel frattempo RWE annuncia la sua transizione alle rinnovabili e promette di diventare carbon neutral entro il 2040. Ma le sue centrali a carbone hanno bruciato per oltre un secolo, lasciando segni nell’atmosfera, nei ghiacciai e nelle vite lontane come quella di Saúl.
Oggi, anche se la legge non lo riconosce, milioni di persone nel mondo vedono in lui un simbolo di giustizia climatica. Di fronte alla montagna che si scioglie, un uomo ha avuto il coraggio di sfidare un colosso. E questo, comunque vada, resterà nella storia.



