Declino del ceto medio: il 10% sulla soglia di povertà

Negli ultimi cinque anni, il ceto medio italiano ha conosciuto una progressiva erosione che sta modificando in profondità l’equilibrio socioeconomico del Paese. A documentarlo con precisione è una nuova ricerca dell’IREF-ACLI, basata su oltre mezzo milione di dichiarazioni dei redditi raccolte tra il 2020 e il 2024. I dati, anonimizzati ma continui nel tempo, offrono un osservatorio privilegiato e insolitamente dettagliato sulla trasformazione economica delle famiglie italiane.

L’elemento più netto emerso dall’analisi è un progressivo scivolamento della fascia intermedia della popolazione verso condizioni economiche più fragili. Il ceto medio, definito convenzionalmente come l’insieme dei nuclei familiari con redditi compresi tra il 70% e il 200% del reddito mediano nazionale, è passato dal rappresentare quasi il 60% delle famiglie al 54,9%. Una riduzione di quasi cinque punti percentuali, che corrisponde in termini assoluti a oltre 55.000 famiglie cadute in condizioni di maggiore vulnerabilità. Al contrario, la quota di chi è riuscito a risalire verso il ceto superiore è risultata marginale.

Questa contrazione ha un impatto profondo non solo sulle dinamiche economiche, ma anche sulla tenuta sociale. Il ceto medio è sempre stato considerato un pilastro di stabilità, capace di garantire equilibrio tra produzione, consumo e partecipazione civica. Oggi quella fascia si assottiglia, mentre si rafforzano polarizzazioni che accentuano il divario tra ricchi e poveri.

A livello territoriale, i dati mostrano un’Italia ancora più frammentata. I redditi medi dichiarati dalle famiglie che vivono nei grandi centri urbani risultano superiori fino al 17% rispetto a quelli delle aree interne e dei territori marginali. In alcuni casi, la distanza supera i 9.000 euro annui. Questo divario persiste anche a parità di composizione familiare e partecipazione al mercato del lavoro, segno che la residenza continua a determinare in modo strutturale le opportunità economiche.

Non meno rilevanti sono gli effetti osservati sul versante sanitario. La ricerca ha rilevato che le famiglie con redditi più elevati investono fino a quattro volte di più in spese mediche rispetto a quelle a basso reddito. Questo dato, unito alla progressiva privatizzazione dei servizi sanitari in alcune regioni, evidenzia il rischio di una trasformazione della salute da diritto universale a prestazione selettiva. Le detrazioni fiscali, che teoricamente dovrebbero riequilibrare l’accesso, in realtà si distribuiscono in modo diseguale, rafforzando la forbice sociale.

A completare il quadro, si evidenzia un effetto indiretto ma significativo sul piano demografico. Il ridimensionamento economico del ceto medio incide anche sulla disponibilità delle famiglie a mettere al mondo figli. La denatalità, che è già un fenomeno strutturale in Italia, rischia di aggravarsi ulteriormente se a mancare sono le basi materiali per costruire un futuro.

Nel complesso, la fotografia che emerge dallo studio è quella di un Paese in cui le disuguaglianze si consolidano e si trasmettono da un ambito all’altro: geografico, sanitario, generazionale. La fragilità della classe media non è più un’ipotesi teorica, ma una tendenza concreta e documentata, che minaccia la sostenibilità del modello sociale italiano.

Per invertire questa traiettoria serviranno politiche pubbliche di lungo periodo capaci di agire su più fronti: aumento del valore reale dei salari, sostegno alle famiglie, riequilibrio territoriale, rafforzamento dei diritti fondamentali come salute e istruzione. In assenza di un cambio di rotta, il rischio è che la contrazione del ceto medio non sia solo una questione economica, ma un fattore destabilizzante per la stessa tenuta democratica del Paese.