La Cina svaluta lo yuan ma il vero bersaglio resta il dollaro

Quando Donald Trump lanciò la sua prima guerra commerciale nel 2018, la Cina rispose con forza, ma anche con cautela. Lo yuan si svalutò, ma solo dopo che le vie diplomatiche, le proteste all’OMC e le controsanzioni si rivelarono inefficaci.

Ora, con Trump di nuovo al potere e un’ondata di dazi fino al 60% su centinaia di prodotti cinesi già in vigore, Pechino si prepara a un’altra mossa valutaria. Ma questa volta, sotto la superficie, c’è qualcosa di molto più ambizioso.

Negli ultimi giorni, la Banca Popolare Cinese ha fissato il tasso di cambio yuan-dollaro oltre la soglia psicologica di 7,20 — un segnale inequivocabile. Ma, allo stesso tempo, ha chiesto alle banche statali di contenere gli acquisti di dollari. È il gioco a doppio binario della Cina: indebolire lo yuan per mantenere competitività commerciale, ma senza spaventare i mercati né provocare una fuga di capitali.

Il motivo è chiaro: le esportazioni restano cruciali. Nel solo trimestre di dicembre, le esportazioni nette hanno contribuito al 46% della crescita cinese. Con i dazi statunitensi tornati a livelli punitivi, si stima che la crescita della Cina possa crollare al 2%, il livello più basso dagli anni ’70.
In assenza di un grande piano di stimolo fiscale — che potrebbe arrivare, ma richiede tempo — svalutare la moneta nazionale resta lo strumento più diretto.

Secondo Barclays, lo yuan potrebbe arrivare a quota 9 per dollaro, con un deprezzamento del 20%. Sembra molto? Eppure, nel 2018 la moneta perse il 10% con dazi inferiori a quelli attuali. Ora l’aliquota media imposta dai dazi americani supera il 130%.

Eppure non è tutto qui. Dietro la svalutazione, una strategia più radicale
Ciò che distingue questa fase da quella del 2018 non è solo l’intensità della risposta, ma la sua direzione di lungo periodo.
La Cina non sta solo svalutando la sua valuta per affrontare una crisi momentanea. Sta cercando di ridefinire il ruolo dello yuan nel mondo.

Mentre l’Occidente rincorre se stesso tra guerre industriali, sanzioni, scontri tecnologici e tensioni geopolitiche, Pechino ha aperto un’altra strada: quella dello yuan digitale.

“Chinese Yuan” by kalleboo is licensed under CC BY 2.0.

Il progetto è già operativo. Il cuore si chiama mBridge, una piattaforma di pagamento transfrontaliero sviluppata insieme alla Banca dei Regolamenti Internazionali e ad autorità monetarie di Asia e Medio Oriente.

Il sistema funziona senza passare da SWIFT, taglia i costi del 90% e liquida transazioni internazionali in meno di dieci secondi. Ma soprattutto: non richiede più il dollaro.

Arabia Saudita, Emirati Arabi, Thailandia, Russia: una rete silenziosa e funzionale si è già attivata. I pagamenti avvengono direttamente in yuan digitale. Le materie prime, dal petrolio alle terre rare, possono essere scambiate senza mai toccare la moneta americana.

Il declino del dollaro comincia dalla comodità
Nel 2000, il dollaro rappresentava il 71% delle riserve valutarie mondiali. Oggi è sceso sotto il 58%. L’euro è fermo, lo yen stagnante, il rublo tagliato fuori e le criptovalute sono ancora un gioco da laboratorio.
Lo yuan digitale, al contrario, è una moneta con dietro uno Stato, una banca centrale, una rete e una strategia geopolitica coerente.

Non si tratta di creare un nuovo ordine monetario “contro” l’Occidente. Il vero scopo è non dover più dipendere da esso. È qui la differenza strategica: non una provocazione, ma una disconnessione. Tecnica, graduale, inarrestabile.

Con mBridge e l’e-CNY, Pechino non chiede ai paesi di allearsi. Chiede solo di usare uno strumento più comodo. E se lo useranno, scopriranno di poter commerciare con chi vogliono, anche con paesi sotto sanzione, senza dover passare per Washington o Bruxelles.

Verso un sistema monetario a nodi
Se lo yuan dovesse deprezzarsi ancora, come ipotizza Barclays, non sarà solo una reazione a breve. Sarà un ulteriore passo verso un mondo dove le valute non sono più gerarchiche, ma funzionali.

Il dollaro sarà ancora importante, certo. Ma non sarà più indispensabile. Il potere si frammenta, e nel nuovo mosaico globale lo yuan è il primo tassello con fondamenta vere.

La Cina sta giocando su due tavoli: a) svaluta per difendersi oggi ; b) costruisce un’alternativa per non doverlo fare domani.

E se l’Occidente continuerà a misurare la forza economica in dazi, ritorsioni e indici di borsa, potrebbe accorgersi troppo tardi che il vero terreno dello scontro si è già spostato. Non più sulle merci. Ma sulle valute.

“E-CNY Payment QR Code at C-Store Fangzhong Street” by Shwangtianyuan is licensed under CC BY-SA 4.0.