In Sudan, mentre la popolazione soccombe alla fame e alla violenza, si consuma una corsa sfrenata all’oro che alimenta una delle guerre civili più sanguinose della storia recente. Il prezioso metallo, che potrebbe rappresentare una risorsa per risollevare un paese devastato, è invece il motore finanziario di un conflitto che ha ridotto la capitale Khartoum in un cumulo di macerie e lasciato 26 milioni di persone in condizioni di fame acuta o denutrizione.
Il controllo delle miniere d’oro è al centro dello scontro tra l’esercito sudanese e le Forze di Supporto Rapido (RSF), guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemeti. Il Darfur, una regione già martoriata da decenni di violenze, è diventato il cuore pulsante di un traffico illecito che arricchisce i signori della guerra e alimenta una macchina militare implacabile. Da qui, lingotti d’oro per miliardi di dollari vengono contrabbandati verso i mercati globali, con gli Emirati Arabi Uniti come principale destinazione.
Nonostante il Sudan sia il terzo produttore d’oro in Africa, le ricchezze del sottosuolo non portano benefici alla popolazione. Il metallo prezioso, estratto con il controllo armato delle miniere da parte delle RSF e da altre fazioni, viene venduto clandestinamente. Una volta raffinato, il suo legame con il Sudan si dissolve, alimentando un mercato internazionale che spesso ignora le sue origini insanguinate.
La guerra civile, esplosa con violenza nel 2023, ha visto le RSF impadronirsi delle principali miniere d’oro e saccheggiare la raffineria nazionale nella capitale, accumulando ricchezze per finanziare droni, missili e mercenari. L’esercito sudanese, dal canto suo, sfrutta le miniere nelle aree sotto il suo controllo, siglando accordi con attori internazionali come la Russia e la Cina.

Il commercio illecito dell’oro coinvolge anche grandi potenze regionali come gli Emirati Arabi Uniti, che hanno un ruolo ambiguo nel conflitto. Mentre sostengono le RSF con armi e droni, finanziano indirettamente l’esercito acquistando oro estratto nelle miniere sotto il suo controllo.
L’oro sudanese richiama paragoni con i “diamanti insanguinati” dell’Africa occidentale, simboli di conflitti finanziati da risorse naturali. Ma la tracciabilità del metallo prezioso, che spesso viene fuso e mescolato ad altre forniture, rende quasi impossibile bloccarne il flusso. Nel frattempo, la popolazione, intrappolata in un circolo di violenza e carestia, è lasciata senza alcun sollievo.
La comunità internazionale, pur consapevole del ruolo dell’oro nel perpetuare la guerra, è stata finora incapace di adottare misure efficaci. Sanzioni contro alcune aziende legate alle RSF e al generale Hemeti hanno avuto un impatto limitato, mentre l’instabilità politica e il coinvolgimento di attori globali complicano ogni tentativo di risoluzione. Gli esperti sottolineano l’urgenza di etichettare l’oro sudanese come “minerale di conflitto”, ma l’assenza di un sistema globale di certificazione efficace ostacola la realizzazione di tale proposta.
In una terra già devastata da genocidi e carestie, l’oro, che avrebbe potuto essere una benedizione, si è trasformato in una maledizione. Mentre i signori della guerra accumulano ricchezze, la popolazione paga il prezzo più alto, intrappolata in una spirale di violenza che sembra non avere fine. “Il nostro paese è maledetto dall’oro”, ha detto una volontaria sudanese, riassumendo il sentimento di un popolo che vede le sue ricchezze trasformarsi in strumenti di morte.



