Come abbiamo scritto molte volte in questi giorni, migliaia, forse milioni, di utenti sui social hanno apprezzato l’omicidio del ceo della UnitedHealthcare Brian Thompson. Reddit ha dovuto chiudere un canale di discussione dedicato all’evento per non dover rispondere legalmente dei commenti favorevoli al killer.
Spero sia superfluo condannare l’omicidio di chiunque, ma temo anche che invece non sia affatto scontato. La violenza che subiamo ogni giorno spinge verso altra violenza, questa è la storia del mondo e non la cambieremo certo con un appello alle coscienze o con parole trite e ritrite di sdegno.
E non è che ci sia bisogno di andare in settori esasperati della società per trovare apologeti dell’omicidio. Qualcuno forse ricorda le parole di Giulio Andreotti su Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della banca di Sindona, ucciso sotto casa dal killer William Joseph Aricò, detto “Bill lo sterminatore”, pagato 25 mila dollari dallo stesso Sindona. Andreotti disse di Ambrosoli, testualmente: “Certo, era una persona che in termini romaneschi io direi se l’andava cercando”.
Ho ricordato questo fatto non tanto per ricordare quando fosse squallido “l’intelligentissimo” Andreotti, ma per evidenziare che dal più infimo al più alto livello della società l’omicidio trova giustificazione in base a qualche “colpa” vera o presunta attribuita alla vittima. Ovvero, il problema reale è che chi prova orrore per l’omicidio di una persona considerata “giusta” non necessariamente condanna l’omicidio per altri ritenuti “ingiusti”.
D’altronde l’esistenza della pena di morte come legge di Stato in molte nazioni ritenute esempi di democrazia, gli Usa su tutti, con l’opinione pubblica favorevole (53% secondo l’ultimo sondaggio dell’ottobre 2023 di Statista Research Department), spiega bene che l’omicidio è ancora visto come strumento di soluzione delle ingiustizie da gran parte dell’umanità.
E non è necessaria una valutazione di cosa sia ingiustizia, il punto è che un principio, anche se è una battaglia già persa in partenza, vale per tutti, perchè la questione al centro è la vita umana comunque e non la vita specifica della vittima.
Il problema di fondo è l’omicidio come fallimento evolutivo e sociale. Del costo sociale della perdita di un individuo non interessa quasi a nessuno. La rottura del contratto sociale non scuote più le coscienze da molto tempo. Il fallimento della razionalità umana è diventata la cultura dominante della nostra epoca. Il danno alla comunità commuove soltanto poche persone. Sull’inutilità sistemica dell’omicidio invece si può ancora ragionare.
Spostare dal piano morale ed etico, spesso religioso, la condanna dell’omicidio, a quello pratico e laico può essere forse l’unica risposta razionale possibile, che può produrre una modifica nel pensiero. Quando ti vendichi, stai ancora reagendo all’azione dell’altro. In pratica, l’altra persona, e quello che incarna, continua a controllarti, a influenzare il tuo comportamento.
Se la vendetta è contro un sistema ingiusto, allora cadere nella stessa logica violenta significa rinforzare quel sistema, non indebolirlo. I sistemi di potere si nutrono della vendetta per giustificare repressione, controllo e violenza.
Ogni volta che qualcuno si vendica, offre al sistema un pretesto per continuare ad agire nello stesso modo. Se il problema è strutturale, l’energia va dedicata a combattere quel sistema.

Uccidere un ceo, un manager o un colpevole individuale non cambia nulla; organizzare, denunciare, costruire consapevolezza cambia tutto. Non si tratta di chiedere a qualcuno di “perdonare” o accettare l’ingiustizia, ma di mostrare come la vendetta sia una trappola: ti lascia intrappolato nello stesso sistema che odi, senza mai uscirne veramente.
Il paradosso è che la politica spesso diventa parte del problema. Promette giustizia ma non la garantisce, e questo fa esplodere la rabbia delle persone. Quando poi qualcuno si vendica, la politica è la prima a intervenire non per risolvere il problema alla radice, ma per reprimere i sintomi. O per sfruttarne politicamente gli esiti.
Si condanna il killer, ma non si fa nulla per cambiare il sistema che ha alimentato la sua rabbia. Si parla di “sicurezza” e “ordine pubblico” per evitare che altri agiscano nello stesso modo, ma senza affrontare i problemi di fondo. Anzi, ormai è il potere stesso che incita le masse contro “l’élite”, alimentando odio, senza proporre soluzioni concrete.
La paura. La vera arma del potere è la paura. E ricordare ai ricchi, ai cattivi, cosa sia la paura usando la paura, significa fare il gioco del potere. La storia del terrorismo, in Italia e nel mondo, è la storia della paura come strumento di controllo. Ma come sempre la storia non sembra insegnare niente.
Più difficile è perseguire la strada della disobbedienza. Del rifiuto di sottostare alle regole che creano diseguaglianza e povertà. Finchè la cultura per prima, e la politica come conseguenza della cultura, non tornerà a praticare la diserzione dalla paura, questa resterà strumento di controllo delle cose così come sono adesso.
Disobbedire significa semplicemente non eseguire ordini con la scusa che qualcun altro li eseguirà al posto nostro. Ha un prezzo, ha un costo sociale alto, significa modificare il nostro stile di vita, non ritenere più il mutuo della casa il feticcio con cui giustificare il nostro conformismo.
Le poche conquiste sociali rimaste attive sono avvenute perchè molte persone hanno disobbedito in passato. Pagando conseguenze personali alte. Non a caso quelle conquiste sociali, dallo statuto dei lavoratori all’aborto passando per l’abolizione della leva obbligatoria, sono il nemico principale su cui si accaniscono le destre al potere nel mondo.
Ma quelle conquiste, anche se oggi sono in bilico, sono molto più difficili da sradicare perchè fanno parte di un bagaglio collettivo radicato da decenni. Perchè la paura parla agli individui e la disobbedienza parla alla società, è politica.
Quando ritroveremo il coraggio della disobbedienza, allora forse potremo uscire da questa tenaglia di morte che avvolge il mondo. Fino ad allora ci limiteremo a esprimere simpatia per la morte sui social, permettendo costantemente al potere di rigenerarsi senza scossoni.



