venerdì, Gennaio 30, 2026

417 milioni di bambini in povertà: l’allarme UNICEF

Astride aveva dodici anni quando ha iniziato a lavorare in miniera. Non perché lo volesse, non perché qualcuno avesse visto in lei un talento precoce per il rame, ma perché la malattia aveva messo in ginocchio suo padre e la fame è un argomento più convincente dei libri. Dodici ore al giorno a respirare polvere tossica per pochi dollari, mentre intorno a lei gli adulti parlavano di sopravvivenza, non di futuro. Se l’infanzia dovrebbe essere un luogo protetto, nel suo caso era un terreno franoso che cedeva a ogni colpo.

Questa storia non è un’eccezione. È l’inizio del grande racconto che l’UNICEF ci consegna nel suo ultimo dossier: un mondo in cui 417 milioni di bambini vivono privati di due o più bisogni vitali, come l’acqua pulita, la scuola, la salute, la nutrizione, la casa. Un mondo in cui quasi ogni bambino del pianeta è costretto a misurare i propri sogni non sulla base di ciò che desidera essere, ma di ciò che può permettersi di perdere. 118 milioni di minori che affrontano tre o più forme di deprivazione e altri 17 milioni interessati da almeno quattro privazioni. Le percentuali più alte di povertà multidimensionale si registrano nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale.

Il numero più drammatico non è neppure questo. È il fatto che oltre tre quarti dei bambini più poveri del mondo vivono in Africa subsahariana, una regione giovane, piena di vita e di potenzialità, che però riceve meno attenzione di una crisi di Borsa e meno spazio di un reality televisivo. Tre bambini su quattro, in una sola area del mondo, vivono con meno di tre dollari al giorno. Significa che milioni di infanzie stanno crescendo già in debito con la vita.

E poi c’è la storia di Sylvia, che a due anni non riusciva neppure a reggersi in piedi. Una bambina invisibile in un quartiere rom della Bulgaria, una di quelle vite che non compaiono nelle statistiche e non fanno rumore finché qualcuno non le nota. Bastò una visita di una squadra mobile di assistenti sociali per scoprire che Sylvia non era un caso perso: era semplicemente una bambina che nessuno aveva mai guardato. Nel giro di poco tempo, cure, sostegno e una scuola l’hanno rimessa in piedi. Oggi corre. È la prova che l’abbandono non è irreversibile, ma è una scelta. E che l’attenzione può rimettere in moto destini che sembravano già scritti.

“Shaking on it” by valkyrieh116 is licensed under CC BY-SA 2.0.

Il rapporto mostra una frattura che il mondo continua a ignorare: dove i Paesi hanno investito in protezione sociale, istruzione pubblica, accesso ai servizi, la povertà infantile è scesa. Dove hanno tagliato, privatizzato, lasciato marcire i territori fragili, la povertà è esplosa. Non esiste magia. Esiste politica. E la politica decide chi cresce e chi resta indietro.

In molti Paesi ricchi, la povertà estrema è quasi scomparsa, ma quella relativa — la più subdola, la più silenziosa — continua a mordere. Cinquanta milioni di bambini nei Paesi più sviluppati vivono in famiglie che non raggiungono il livello minimo di reddito per partecipare alla vita sociale in modo dignitoso. Si tratta di bambini che non muoiono di fame, ma di esclusione. Che non restano analfabeti, ma tagliati fuori dalla possibilità di competere, di accedere a opportunità, di sentirsi parte di un “noi”.

Questa povertà non si vede, ma si sente: nella paura di invitare amici a casa perché la casa è troppo piccola, nel dire di no a una gita scolastica perché costa troppo, nel finto raffreddore che maschera il non avere soldi per una merenda. È la povertà della porta accanto, quella che i ricchi chiamano “disagio”, come se fosse un’imprecisione del destino.

E intanto conflitti, clima e tagli agli aiuti internazionali alimentano nuove voragini. Le guerre oggi toccano il doppio dei bambini rispetto a trent’anni fa: significa scuole chiuse, ospedali distrutti, genitori dispersi. Il clima incide come un altro conflitto: fiumi che esondano, campi che si seccano, case spazzate via dall’acqua o dalla siccità. Un miliardo di bambini vive già in Paesi ad altissimo rischio climatico. Non tra vent’anni. Oggi.

I tagli agli aiuti internazionali, poi, rappresentano l’insulto finale: milioni di bambini rischiano la vita o l’abbandono scolastico semplicemente perché qualche governo ha deciso di risparmiare su di loro. Ogni volta che un Paese ricco taglia i fondi, un bambino povero perde qualcosa: un vaccino, una classe, un pasto, un’assistente sociale. La povertà non si produce da sola: si produce con l’indifferenza.

Eppure le storie che attraversano il rapporto ricordano che la povertà non è un destino, ma un ambiente. E che l’ambiente si può cambiare. Astride, tolta dalla miniera, ha imparato a saldare e ora lavora in un’officina. Non ha recuperato gli anni perduti, ma ha preso in mano un mestiere e una vita che sembravano condannate. Sylvia ha ricominciato a camminare. Hansel, dalle montagne del Perù, sogna di costruire case sicure per la sua comunità. Ompfuna, in Sudafrica, gioca accanto a un fiume che potrebbe travolgerla durante le piogge, ma sogna un quartiere in cui i bambini possano correre senza paura.

Sono storie che dicono una cosa semplice: basta poco per cambiare tutto, ma non succede mai per caso. La domanda, allora, è quella che il rapporto stesso pone tra le righe: quale tipo di società scegliamo di essere? Una che accetta di crescere sul sacrificio dell’infanzia degli altri, o una che decide che la povertà dei bambini non è accettabile, non è negoziabile, non è un effetto collaterale?

La povertà infantile è il termometro morale di un mondo. E oggi quel termometro segna febbre alta.

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