La pubblicazione è di quelle che attirano subito attenzione, e non solo per il titolo. Il 27 marzo 2026 la rivista scientifica Environmental Research Letters ha pubblicato uno studio firmato da Corey J. A. Bradshaw e altri sette autori, dedicato a una questione classica ma sempre controversa: la capacità della Terra di sostenere la popolazione umana.
Il paper, intitolato Global human population has surpassed Earth’s sustainable carrying capacity, sostiene in modo netto che l’umanità avrebbe già oltrepassato la capacità sostenibile del pianeta.
Il primo elemento da cui partire, prima ancora del contenuto, è la fonte. Environmental Research Letters è una rivista scientifica peer reviewed pubblicata da IOP Publishing. Questo non basta da solo a trasformare i risultati in verità definitiva, ma dice che non siamo davanti a un testo opinativo o a una semplice provocazione: siamo davanti a uno studio scientifico sottoposto a revisione.
Questo, però, è il punto in cui conviene essere rigorosi. L’affidabilità di uno studio non dipende solo dalla reputazione degli autori o dal nome della rivista, ma anche dal tipo di argomentazione che propone e dai suoi limiti. E qui il paper è molto ambizioso.
Gli autori ricostruiscono l’andamento della popolazione mondiale e sostengono che, dopo una lunga fase in cui più popolazione significava anche maggiore capacità di crescita, dagli anni Sessanta il rapporto si sia invertito: la popolazione continua a crescere, ma il tasso di crescita si riduce sistematicamente. È questo cambiamento di fase, secondo loro, a segnalare che il sistema umano globale ha già superato la soglia sostenibile.
Il dato più forte, e anche più destinato a far discutere, è la distinzione tra due soglie. Da un lato c’è una soglia “massima” calcolata dal modello, che collocherebbe il possibile picco della popolazione mondiale attorno a 11,7–12,4 miliardi di persone tra il 2067 e il 2076. Dall’altro c’è una soglia che gli autori considerano più vicina alla sostenibilità di lungo periodo, che stimano in circa 2,5 miliardi.
La differenza è decisiva: il paper non dice semplicemente quante persone la Terra “può contenere”, ma distingue tra il massimo teorico raggiungibile anche consumando e degradando il capitale naturale e una dimensione sostenibile in termini ecologici.

Lo studio lega questa tesi a un altro passaggio importante: la fase negativa del rapporto tra crescita demografica e dimensione della popolazione comincerebbe nel 1962, cioè otto anni prima del 1970, l’anno in cui secondo il paper il consumo globale supera stabilmente la biocapacità della Terra.
In sostanza, la ricerca sostiene che il sistema umano mostri segnali di saturazione demografica e pressione ecologica già prima del sorpasso ecologico formalmente registrato.
C’è poi un punto che rende il paper particolarmente sensibile nel dibattito pubblico. Gli autori scrivono che, nella fase più recente, l’aumento della temperatura globale, dell’impronta ecologica e delle emissioni complessive è spiegato più dalla crescita della popolazione totale che dall’aumento del consumo pro capite considerato isolatamente.
È una conclusione che interviene in un terreno molto controverso, perché il dibattito contemporaneo tende spesso a concentrare l’attenzione soprattutto sui modelli di consumo e sulle diseguaglianze nei consumi. Il paper non nega la rilevanza del consumo individuale, ma insiste sul fatto che la scala della popolazione resta una variabile centrale.
Proprio per questo, però, il testo va letto con cautela. Gli stessi autori riconoscono che il loro modello non può prevedere automaticamente il futuro e che fenomeni come il cambiamento climatico non mitigato o il collasso ambientale potrebbero modificare prima del previsto la relazione osservata tra popolazione e crescita.
Inoltre, ammettono che il concetto di “carrying capacity” applicato agli esseri umani è complicato da tecnologia, standard di vita, diseguaglianze, fonti fossili e scelte sociali. In altre parole, lo studio offre una tesi forte e documentata, ma non chiude il dibattito.
Ed è probabilmente questo il modo più corretto di presentarlo. Non come una sentenza definitiva sul “numero giusto” di esseri umani, ma come un lavoro scientifico autorevole che rimette al centro una domanda scomoda: se la crescita demografica continua dentro un sistema ecologico già in deficit, quali margini reali restano per una sostenibilità che non sia solo dichiarata?
Il merito del paper, al di là delle possibili obiezioni, è proprio questo: costringere a riconsiderare il nesso tra popolazione, consumi, risorse e limiti planetari fuori dalle semplificazioni più comode.



