Nel 2025, il parlamento del Sindh, una delle province più popolose del Pakistan, ha avviato l’iter legislativo per criminalizzare la magia nera, la stregoneria e le pratiche spirituali occulte. Il disegno di legge prevede pene fino a sette anni di reclusione per chi pratica, promuove o trae profitto da riti ritenuti pericolosi per la salute pubblica e la stabilità mentale dei cittadini. Una decisione che risponde a casi crescenti di frodi, abusi e morti sospette legati a rituali di possessione, malocchio, esorcismi e “riti d’amore”.
Ma la stretta giuridica solleva questioni più profonde: in un paese dove oltre il 50% della popolazione crede nella magia nera, questi praticanti non sono solo ciarlatani — sono anche, per milioni di persone, l’unica medicina accessibile, l’unico conforto psicologico, l’unico “aiuto” percepito contro problemi economici, familiari o mentali.
Magia nera in Pakistan: una realtà diffusa e stratificata
Secondo una ricerca del Pew Research Center, il 50% dei musulmani pakistani crede che la magia nera esista e funzioni. Nello stesso studio, il 41% porta amuleti o talismani per proteggersi dal malocchio — la percentuale più alta tra i paesi musulmani analizzati. E in numerose inchieste giornalistiche e accademiche, si stima che decine di milioni di pakistani si rivolgano almeno una volta nella vita a un guaritore spirituale.
In alcune comunità rurali, il “magh” (mago o stregone) sostituisce il medico, lo psicologo, il consulente matrimoniale e il consigliere finanziario, in una sintesi magico-pratica che affonda le radici in secoli di sincretismo religioso e tradizione orale.
Tra fede e Islam: un confine sfocato
Nell’Islam sunnita dominante in Pakistan, la magia nera (siḥr) è esplicitamente vietata. Tuttavia, molte pratiche “intermedie” sono tollerate o persino ritenute lecite, come l’uso del Corano per benedire l’acqua, i talismani con versetti sacri (ruqyah), o il ricorso a peer (santi locali o maestri spirituali).
La linea di confine tra fede e superstizione è culturalmente fluida. In questo spazio grigio si muove un’intera economia informale — fatta di guaritori, jinn whisperers, veggenti, e sedicenti imam — in cui è difficile distinguere tra religione, truffa, terapia e disperazione.

Quando la magia sostituisce la medicina
Dietro la popolarità della magia nera c’è spesso un fallimento sistemico del sistema sanitario pubblico. Oltre il 70% dei cittadini si rivolge al settore privato per cure mediche, spesso costose, inaccessibili o non regolamentate. Gli ospedali pubblici sono pochi, sovraffollati o lontani. E la salute mentale, in particolare, è ancora un tabù profondo.
In studi condotti in città come Rawalpindi, più di un terzo dei pazienti con sintomi psichici si è rivolto prima a un guaritore spirituale. Alcuni per motivi religiosi, altri per mancanza di alternative economiche. Il costo di un consulto “magico” è spesso più basso di una visita specialistica, e le “soluzioni” offerte — amuleti, rituali, benedizioni — sono più semplici, meno stigmatizzanti, e spesso più immediatamente comprensibili di una diagnosi clinica.
La magia come risposta alla povertà
Molti si rivolgono ai “maghi” non per malattie, ma per problemi economici, matrimoniali o di lavoro. Trovare un impiego, avere figli, far tornare un marito scappato, liberarsi da un nemico d’ufficio: la magia nera, in questi contesti, diventa una forma di azione sociale dove lo Stato è assente.
La sua funzione è duplice: terapeutica (alleviare ansia e impotenza) e simbolica (ricollocare l’individuo in un ordine cosmico che altrimenti gli è ostile). Ma, in molti casi, si trasforma in abuso: sono frequenti casi di truffe, violenze rituali, isolamenti, e vere e proprie torture giustificate come “esorcismi”.
L’iniziativa del Sindh: repressione o riforma?
La legge proposta nel Sindh nasce come misura di protezione per le fasce più vulnerabili della popolazione, ma pone anche interrogativi su come distinguere fede, psicologia popolare e crimine. Cosa verrà considerato “magia nera”? Saranno colpiti anche guaritori tradizionali, peer, praticanti sufi? Quale sarà il confine legale tra spiritualità e inganno?
E soprattutto: la criminalizzazione basterà a sradicare un fenomeno che sopravvive perché risponde a bisogni reali — materiali, sanitari, emotivi — che lo Stato fatica a garantire?
Non basta una legge
La battaglia contro la magia nera in Pakistan non si vince nei tribunali, ma negli ambulatori, nelle scuole e nei consultori. Finché la medicina sarà inaccessibile, la salute mentale uno stigma, e la miseria una condanna sociale, ci sarà sempre chi pagherà per un rituale, un amuleto, una speranza soprannaturale.
La legge del Sindh è un primo passo, ma non può essere l’ultimo. Serve un investimento profondo in salute pubblica, educazione, alfabetizzazione scientifica e protezione sociale. Solo allora, forse, la magia potrà tornare a essere ciò che dovrebbe essere: un racconto, non una cura.



