Siria: oltre 100 siti chimici, la sfida per il nuovo governo

Secondo l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), in Siria potrebbero esserci ancora oltre un centinaio di luoghi legati alla produzione, allo stoccaggio o alla ricerca di armi chimiche. Una cifra mai stimata prima con tale precisione, emersa ora che l’organismo internazionale tenta di ottenere accesso diretto al Paese per verificare cosa resta del vecchio arsenale del regime di Bashar al-Assad, deposto l’anno scorso dopo oltre un decennio di guerra civile.

Questi siti, secondo quanto riferito, sarebbero stati utilizzati per produrre e conservare agenti come il gas sarin, il cloro e il gas mostarda, armi già impiegate nel conflitto contro civili e oppositori. Al momento non è chiaro dove si trovino né se siano adeguatamente messi in sicurezza: un’incognita pericolosa, soprattutto in mano al nuovo governo ad interim guidato da Hayat Tahrir al-Sham, gruppo islamista dichiarato organizzazione terroristica dagli Stati Uniti, ma che nel frattempo ha rotto i legami ufficiali con al-Qaeda.

Il rischio è elevato: agenti nervini come il sarin possono uccidere nel giro di minuti, mentre gas più noti come il cloro o il mostarda provocano gravi ustioni, asfissia e lesioni permanenti. Il timore degli esperti è che armi di questo tipo, se non adeguatamente custodite, possano finire nelle mani di milizie o gruppi armati locali.

Durante una visita all’Aia nella sede dell’OPAC, il nuovo ministro degli Esteri siriano ha dichiarato che il governo intende rispettare il diritto internazionale e distruggere ogni rimanenza del programma chimico di Assad. Un segnale giudicato incoraggiante, anche perché – secondo fonti informate – per la prima volta da anni, un team di ispettori è stato autorizzato a entrare nel Paese per mappare i luoghi sospetti. Tuttavia, non è ancora stato nominato un ambasciatore siriano presso l’OPAC, passaggio considerato essenziale per stabilire un dialogo stabile.

In passato, Assad aveva riconosciuto solo 27 siti all’OPAC, che furono poi ispezionati e chiusi. Ma tra il 2013 e il 2018, il regime continuò a usare armi chimiche, importando in segreto precursori chimici nonostante l’accordo internazionale per lo smantellamento dell’arsenale. La nuova stima di oltre 100 siti arriva oggi sulla base di informazioni incrociate da ONG, fonti governative, ricercatori esterni e immagini satellitari, e viene discussa con crescente urgenza dagli esperti di non proliferazione.

Secondo diversi analisti, molte di queste strutture sarebbero nascoste in aree montuose o sotterranee, sfuggendo così ai sistemi di sorveglianza satellitare. Questo aumenta il rischio che armi non inventariate siano tuttora accessibili, e pone interrogativi sulla reale volontà di smantellamento da parte del nuovo esecutivo.

“Syria Damascus Douma Protests 2011 – 01” by syriana2011 is licensed under CC BY 2.0.

Raed al-Saleh, leader dei Caschi Bianchi – la Difesa Civile siriana – afferma che il vecchio regime non è mai stato trasparente con gli ispettori, occultando sistematicamente informazioni chiave. La sua organizzazione, in collaborazione con i nuovi governanti, tenta di localizzare e disinnescare i depositi rimasti.

Anche Nidal Shikhani, direttore del Centro per la documentazione delle violazioni chimiche in Siria, ha identificato decine di nuovi luoghi sospetti, grazie anche a interviste con ex scienziati del programma siriano rifugiati in Europa. Il loro obiettivo non è solo garantire la sicurezza, ma anche raccogliere prove per eventuali processi internazionali contro i responsabili dell’uso di armi proibite.

L’uso più tristemente noto fu quello del 2013, a Ghouta, sobborgo di Damasco: centinaia di morti, tra cui numerosi bambini, furono attribuiti a un attacco con gas sarin. In quel caso, come in altri, le indagini successive sono state ostacolate, e le prove spesso distrutte. Anche i raid aerei israeliani contro alcuni siti siriani legati alle armi chimiche – avvenuti subito dopo la caduta di Assad – secondo gli esperti potrebbero aver contaminato i luoghi, rendendo ancora più difficile raccogliere elementi utili all’incriminazione.

La regolamentazione internazionale è chiara per agenti come il sarin, ma molto più vaga per sostanze come il cloro, che può essere prodotto a partire da semplici detergenti domestici. Questo complica la tracciabilità dei precursori e rende necessaria una vigilanza ancora più intensa.

Secondo un ex chimico militare siriano, il programma chimico nazionale ebbe inizio negli anni ’70 con l’aiuto di scienziati formati in Germania e in altri paesi europei. Molti di loro sono oggi emigrati; altri, invece, operano ancora all’interno del Paese. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a centinaia di individui e entità coinvolte in quel programma, ma la macchina chimica costruita da Assad continua a lasciare una pesante eredità.

Nonostante le promesse del nuovo governo, all’interno della comunità internazionale resta forte lo scetticismo. La Siria aveva già accettato di smantellare le armi chimiche oltre dieci anni fa. Ma i team dell’OPAC raccontano di essere stati più volte ostacolati, spiati, o persino messi in pericolo: in un caso del 2014, un veicolo del convoglio ispettivo fu colpito da un ordigno, nonostante il governo avesse garantito la sicurezza del percorso.

Oggi, la questione delle armi chimiche in Siria non riguarda solo il passato. Nella città di Zamalka, dove furono sepolti in fretta donne e bambini uccisi da un attacco del 2013, le lapidi sono scomparse. Quando Assad riconquistò l’area nel 2017, le tombe furono ricoperte e cancellate.
Come se bastasse nascondere le prove per cancellare la memoria.

“Syria Damascus Douma Protests 2011 – 19” by syriana2011 is licensed under CC BY 2.0.