Ricordarsi dei palestinesi anche senza cercapersone

Il duello tra Israele da una parte e Hamas e Hezbollah dall’altra si gioca in casa d’altri, in quella che è diventata un’arena in cui la macellazione umana non impressiona più nessuno.
Sicuramente è molto più intrigante la storia delle migliaia di dispositivi elettronici che esplodono, uccidono nove persone e feriscono l’equivalente degli abitanti di una piccola cittadina.
Il pubblico ha bisogno di adrenalina, soprattutto va a caccia di novità e di misteri. Non è interessato a sentir parlare di cose banali come Gaza rasa al suolo che – al pari delle barzellette durante cene, incontri conviviali o pause caffè – innesca gli immancabili “questa è vecchia” oppure “la so già, raccontane un’altra”.
La gente non si impressiona dinanzi agli occhi di un bambino che ha perso i genitori, i fratellini, la casa o banalmente le sue piccole cose. Il ragazzino che non ha nemmeno più la forza di disperarsi passa inosservato e poi basta non incrociarne lo sguardo per superare ogni minimo imbarazzo.
Corpi sventrati come i quarti di bue appesi ai ganci delle macellerie, persone mutilate che stanno morendo dissanguate, uomini e donne stritolati dalla fame come Lacoonte nelle spire del serpente marino non trovano nemmeno più spazio nei telegiornali dove servono scene cruenti ma nuove.
Ci siamo inconsapevolmente vaccinati al dolore, quello degli altri naturalmente. Non riusciamo a reagire, non conosciamo più l’indignazione, abbiamo imparato a voltare le spalle, siamo diventati bravissimi ad ubriacarci di indifferenza…
Stiamo assistendo ad un genocidio e nessuno batte ciglia. Prendiamo atto che la strage degli innocenti avviene per mano di un popolo che sembra aver dimenticato le sofferenze dei propri nonni. Affossati nelle poltrone di casa, non ci viene nessuna voglia di uscire e urlare quel “basta!” che bolle nella pancia di tanti, davvero tanti, individui ancora pensanti.
Chi è abituato – prima di sedersi a tavola – a recitar preghiere, sostituisca le consuete orazioni con un semplice mea culpa. Dica ad alta voce quel che non ha fatto su questo fronte. Le omissioni, anche quelle marginali o apparentemente “veniali”, sono pur sempre peccato.
Poi, invece di battersi il petto, si esprima la propria contrizione facendo qualcosa di buono. Di buono davvero.

Umberto Rapetto Generale GdF – Fondatore e per dodici anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico