Prima scena: una barca vista dall’alto, mare aperto tra Venezuela e Caraibi, un puntino che diventa croce sul monitor, il missile che arriva, undici corpi in acqua. A Washington la chiamano “operazione contro narco-terroristi”, un successo nella nuova guerra alle droghe via mare. Nessuno, però, sa dire con precisione chi è morto.
Dall’inizio di settembre gli Stati Uniti hanno lanciato una campagna di attacchi aerei contro piccole imbarcazioni nel mar dei Caraibi e poi nel Pacifico orientale, incardinata sotto l’etichetta militare di Operation Southern Spear. Le barche vengono colpite perché ritenute coinvolte nel traffico di cocaina verso il Nord. Secondo i dati resi pubblici finora si parla di almeno venti-ventuno strike, più di ottanta morti, due sopravvissuti recuperati e rispediti nei paesi d’origine. Nessuno dei morti è stato identificato come capo di cartello o figura di alto livello.
Il Pentagono, nei briefing riservati al Congresso ricostruiti dalla stampa statunitense, lo ha ammesso senza troppi giri di parole: prima di colpire, l’intelligence è ragionevolmente certa che sulla barca ci siano droga e qualcuno collegato a reti di traffico, ma nella maggior parte dei casi non sa chi siano, nome e cognome, le persone che sta uccidendo. Si lavora su tracce, movimenti, “modelli di vita”, rotte considerate tipiche dei corrieri. La vita concreta dei singoli a bordo resta un dettaglio.
Il risultato è che gli attacchi non eliminano “la testa del serpente”, ma la coda. A finire sotto le bombe sono uomini che stanno al livello più basso della catena: ex pescatori reclutati come piloti, piccoli corrieri che per qualche centinaio di dollari accettano di portare un carico da una costa all’altra, migranti che si spostano su barche ambigue. Nel peggiore dei casi, e qualcosa è già emerso, semplici pescatori scambiati per altro. Il sistema che organizza i flussi e incassa i profitti rimane intatto, le barche si sostituiscono.
Per chi ha seguito la lunga stagione delle “guerre al terrorismo” americane, il copione è familiare. In Afghanistan, Yemen, Pakistan gli Stati Uniti hanno sperimentato i cosiddetti signature strikes: attacchi droni basati su pattern di comportamento ritenuti sospetti, senza sapere sempre chi ci fosse sul terreno. Dopo errori clamorosi e vittime civili, l’amministrazione Obama aveva promesso più cautele, più dossier, più controllo politico. Oggi, contro le barche della droga, quella lezione sembra archiviata. Le imbarcazioni non vengono abbordate, i passeggeri non vengono arrestati né interrogati. Si distruggono insieme ai carichi anche possibili informazioni su reti, finanziatori, rotte.
È qui che entra in scena la chiave dei diritti umani. Human Rights Watch ha definito i primi strike “uccisioni extragiudiziali” illegali: non c’è un conflitto armato dichiarato in corso tra Stati Uniti e Stati costieri coinvolti, non ci sono regole d’ingaggio di guerra riconosciute, non c’è processo. Ci sono sospettati di reato – trasporto di droga – colpiti con uso deliberato e letale della forza, senza che nessun tribunale abbia accertato la loro responsabilità. Secondo il diritto internazionale dei diritti umani, in situazioni che non sono guerra la regola non è “prima sparo e poi vediamo”, ma l’opposto: chi è sospettato di un crimine va arrestato, accusato, portato davanti a un giudice.

Anche il sistema Onu si è mosso in questa direzione. L’Alto Commissario per i diritti umani, Volker Türk, ha parlato apertamente di attacchi “inaccettabili”, privi di giustificazione nel diritto internazionale, chiedendo la sospensione immediata della campagna e un’inchiesta indipendente. Un gruppo di esperti speciali ha spinto oltre, avvertendo che ripetere attacchi letali in acque internazionali contro imbarcazioni sospette può configurare esecuzioni extragiudiziali ordinate da un governo, in violazione sia del Patto sui diritti civili e politici sia della Carta dell’Onu.
L’amministrazione Trump risponde con un’altra narrazione giuridica: i cartelli sarebbero “narco-terroristi” impegnati in una forma di conflitto armato non internazionale, e gli Usa agirebbero in “autodifesa collettiva” per proteggere se stessi e paesi alleati. In questo quadro, le regole cambiano: l’uso della forza letale diventa strumento ordinario, le garanzie del diritto penale si ritirano, il confine tra polizia e guerra si scioglie. Il problema è che questa costruzione si regge quasi interamente su informazioni segrete non verificabili dall’esterno, mentre le scene che vediamo sono barche colpite in mare aperto, con a bordo uomini dei quali non conosciamo neppure il volto.
La questione non è solo legale, è gerarchia delle vite. Se la stessa scena – undici persone uccise senza sapere chi sono – avvenisse su una strada statunitense, parleremmo senza esitazioni di strage, abuso di forza, responsabilità penale individuale. In mezzo al mare dei Caraibi, su una barca partita da coste povere, la categoria cambia: non più individui titolari di diritti, ma “narco-terroristi” indistinti o, nella migliore delle ipotesi, danno collaterale di un interesse superiore. La distanza geografica diventa distanza morale.
C’è poi l’effetto a lungo termine sulle comunità costiere che vivono di pesca, piccoli traffici, migrazione. Gli Stati Uniti lo hanno visto con il terrorismo: ogni persona uccisa in un attacco dove non si capisce cosa sia successo lascia dietro una famiglia, un villaggio, una rete di relazioni che può radicalizzarsi contro chi ha premuto il bottone. La stessa cosa può accadere nei villaggi della costa venezuelana, colombiana, caraibica. Non è romanticismo verso i corrieri della coca, è constatazione: trasformare il contrasto alla droga in operazioni letali unilaterali alimenta instabilità e risentimento proprio nelle aree già più fragili.
Infine c’è un dato più strutturale. La retorica ufficiale parla di “difendere gli americani dai veleni che arrivano dal Sud”, ma la parte del mercato che compra, distribuisce e ricicla quei veleni sta soprattutto nel Nord ricco. La guerra dichiarata alle barche in mare non tocca la domanda interna, non cambia il modello economico che rende conveniente coltivare coca o imbarcarsi per trasportarla, non scalfisce i canali finanziari che assorbono e ripuliscono i profitti. Si colpisce lì dove è più semplice, non lì dove sarebbe più efficace. In termini di diritti, significa accettare che alcune vite – pescatori, migranti, manovali del narcotraffico – siano sacrificabili, mentre altre – investitori, intermediari, consumatori – restano fuori dal quadro.
La storia delle barche colpite dice questo, in fondo: non che gli Stati Uniti “non facciano niente” contro la droga, ma che scelgono di farlo nel modo che costa meno alla propria struttura sociale e politica e di più, in termini di diritti e di sangue, alle periferie del Sud del mondo. È il contrario di una politica di salute pubblica, è il contrario di una giustizia che passa per i tribunali. È l’idea che si possano gestire fenomeni complessi con una riga sul radar e un ordigno sganciato dall’alto, accettando che il nome di chi muore resti, per definizione, irrilevante.


